Islamabad, 150 esecuzioni dal 2014

Impiccato ma innocente L’ultima lettera di Aftab

Impiccato ma innocente L’ultima lettera di Aftab
15 Giugno 2015 ore 11:40

Era in carcere dal 1992. All’epoca aveva 15 anni, ed era stato condannato per l’omicidio di una donna, Sabiha Bari, e dei suoi due figli. Ma quel delitto Aftab Bahadur Masih, cattolico pakistano, non l’aveva mai compiuto, come per altro ammesso dall’uomo che, in un primo tempo, aveva accusato Aftab davanti alla polizia. Eppure alcuni giorni fa è stato impiccato dalle autorità del carcere di Kot Lakhpat di Lahore, nonostante i tanti appelli delle associazioni per i diritti umani e del vescovo di Karachi Joseph Coutts.

La lettera. «Sono innocente, ma non so se questo farà alcuna differenza. Vorrei che il mio popolo possedesse un senso di unità nazionale capace di vincere il suo odio interreligioso», ha scritto in una bellissima lettera poco prima di morire. La sua condanna è arrivata al termine di una lunga prigionia, durante la quale Aftab si è sempre dichiarato innocente. Era stato Ghulam Mustafa, l’idraulico con cui lavorava come apprendista, a dichiarare la sua complicità, ma sotto tortura: anni dopo, di fronte ad un’autorità religiosa, avrebbe detto di aver mentito. Sono più di 150 le persone giustiziate dal Pakistan dal 2014 ad oggi, numero che, anche a seguito della morte di Aftab, ha portato ad uno scontro tra Islamabad e Bruxelles. L’Europa chiede che la pena capitale venga messa definitivamente al bando, ma il Pakistan non accetta interferenze esterne su questo punto: il Ministro per gli Affari Esteri, domenica, ha sottolineato come tale pratica sia “conforme” al diritto internazionale. Fino allo scorso dicembre le esecuzioni erano state sottoposte ad una moratoria, interrotta dopo la strage alla scuola militare di Peshawar. Ad Aftab la polizia aveva anche chiesto 50mila rupie per essere libero: ma l’uomo non è stato mai in grado di pagare questa cifra, rimanendo sempre in carcere.

Di seguito pubblichiamo il testo integrale della lettera scritta da Aftab, tradotta da Asianews:

Ho appena ricevuto la mia condanna a morte. Dice che sarò “appeso per il collo fino al sopraggiungere della morte” mercoledì 10 giugno.

Sono innocente, ma non so se questo farà alcuna differenza.

Durante gli ultimi 22 anni della mia prigionia, ho ricevuto ordini di esecuzione molte volte. È strano, ma non so nemmeno dirvi quante volte mi sia stato detto che stavo per morire.

Ovviamente fa male ogni volta. Inizio a fare il conto alla rovescia dei giorni, cosa dolorosa già di per sé, e scopro che i miei nervi sono incatenati come il mio corpo.

In realtà, sono morto molte volte prima della mia morte. Suppongo che la mia esperienza di vita sia differente da quella della maggior parte delle persone, ma dubito ci sia qualcosa di più spaventoso del sentirsi dire che si sta per morire, e poi restare seduto in una cella di prigione aspettando quel momento.

Per molti anni – avevo solo 15 anni – sono stato bloccato tra la vita e la morte. È stato un limbo assoluto, una totale incertezza per il futuro.

Sono un cristiano e, talvolta, è difficile qui. Purtroppo, c’è un prigioniero in particolare che ha cercato di rendere le nostre vite ancora più dure. Non so perché lo faccia.

Sono stato molto rattristato per gli attentati anticristiani avvenuti a Peshawar. Mi hanno ferito profondamente, e vorrei che il popolo pakistano possedesse un senso di unità nazionale capace di vincere il suo odio interreligioso. C’è un piccolo gruppo di noi, qui, che è cristiano, appena quattro o cinque, e adesso siamo tutti insieme nella stessa cella, il che ha migliorato la mia vita.

Faccio tutto quello che posso per sfuggire alla mia miseria. Sono un amante dell’arte. Ero un artista – solo uno ordinario – sin da piccolo, quando non sapevo ancora nulla.

Anche allora, avevo una propensione per la pittura e per la poesia. Non avevo alcuna preparazione, era solo un dono di Dio. Ma dopo essere stato portato in prigione, non ho avuto alcun altro modo per esprimere i miei sentimenti, perché ero in uno stato di completa alienazione e di solitudine.

Qualche tempo fa ho iniziato a dipingere tutti i cartelli per il carcere di Kot Lakhpat, dove sono rinchiuso. Poi mi hanno chiesto di farlo per altre prigioni. Niente al mondo mi dà più gioia che la sensazione che provo quando dipingo qualche idea o sensazione sulla tela. È la mia vita, quindi sono felice di farlo. Il carico di lavoro è grande, e sono esausto a fine giornata, ma sono felice di questo, perché tiene la mia mente lontana da altre cose.

Non ho una famiglia che mi faccia visita, così, quando viene qualcuno, è un’esperienza meravigliosa. Mi consente di raccogliere idee dal mondo esterno che poi potrò mettere su tela. Sentirmi chiedere come sono stato torturato dalla polizia mi ha riportato alla mente ricordi terribili, che ho tradotto in immagini. Anche se, forse, sarebbe stato meglio non pensare a quello che gli agenti hanno cercato di farmi per ottenere una mia falsa confessione per questo crimine.

Quando abbiamo sentito la notizia della revoca della moratoria sulla pena di morte, nel dicembre 2014, la paura ha prevalso in tutte le celle della prigione. C’è stato un predominante senso di orrore. L’atmosfera era appesa, cupa, su tutti noi. Ma poi le esecuzioni sono iniziate davvero qui a Kot Lakhpat, e tutti hanno iniziato a subire una tortura mentale. Quelli che venivano impiccati erano stati i nostri compagni per molti anni, lungo questa strada verso la morte, ed è solo naturale che la loro morte ci abbia lasciato in uno stato di angoscia.

Mentre la moratoria sulla pena di morte è stata revocata con il pretesto di uccidere i terroristi, la maggior parte delle persone qui a Kot Lakhpat sono condannate per crimini regolari. In che modo ucciderli fermerà la violenza settaria in questo Paese, non posso dirlo.

Spero di non morire mercoledì, ma non ho alcuna fonte di reddito, quindi posso solo affidarmi a Dio e ai miei avvocati volontari. Non ho rinunciato alla speranza, anche se la notte è molto buia.

 

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