Dal New York Times

In Yemen non ci sono più ebrei

In Yemen non ci sono più ebrei
02 Marzo 2015 ore 13:25

«Che stai facendo con quello sporco giudeo? È un dannato da Dio…». Nel traffico di Raida, nord dello Yemen, non passa inosservato l’interesse di un giornalista del New York Times per Abraham Jacob, uno dei pochi ebrei rimasti nella comunità locale: un commerciante s’accosta al reporter con fare minaccioso, lasciando intendere che, nel Paese, l’aria è cambiata e ora i discendenti di David sono visti come una minaccia. Il cambiamento, in particolare, porta il nome degli houthi, i ribelli sciiti che un mese fa hanno preso il potere attraverso un colpo di Stato. Un gruppo che si identifica nello slogan «Morte all’America, morte a Israele, dannazione per gli ebrei».

Hanno paura, per questo, Abraham e i suoi confratelli, reduci di un gruppo fiorente e numeroso alcuni decenni fa ma ora mai sempre più ridotto, calato di numero ancor prima dei recenti sconvolgimenti politici. A Raida sono rimasti in 55, a Sana’a, la capitale, ancora meno. Le notizie delle ultime settimane sono tutt’altro che confortanti: hanno chiuso le ambasciate di molti Paesi occidentali, su tutti Gran Bretagna e America, nazioni dove vivono le più grandi comunità di ebrei yemeniti (dopo, ovviamente, Israele). E nessuno tra gli houthi sembra avere intenzione di proseguire la politica di Ali Abdullah Saleh, presidente per tre decenni dello Yemen e protettore degli ebrei. «Non abbiamo amici», dice Abraham Jacob al New York Times, «per questo proviamo a stare il più lontano possibile da tutti».

La comunità ebraica yemenita è sempre stata molto numerosa. Almeno 400mila sarebbero gli appartenenti sparsi per il mondo, con il nucleo più grosso in Israele. Qui, a cavallo tra ’49 e ’50, avvenne la più grande migrazione dei suoi appartenenti: 50mila di loro furono trasferiti attraverso l’operazione Magic Carpet, un ponte aereo fatto con 380 voli da Sana’a a Tel Aviv. Chi è rimasto in Yemen ha avuto vita durissima, specie negli ultimi anni: la difesa del presidente Saleh poté poco davanti alle minacce degli houthi. Nella comunità di Sana’a, dove nel 2009 c’erano 400 ebrei, oggi si contano tra i 20 e i 40 membri. Molti si sono tagliati i boccoli, o girano coprendoli sotto veli da arabi. Una delle azioni intimidatorie più dolorose fu nel 2008 quando un ex pilota della Yemeni Air Force uccise Moshe Yaish Nahari, fratello di un rabbino e padre di otto figli, proprio sull’uscio della sua abitazione. «Ebreo, questo è un messaggio dall’Islam», gli disse l’uomo, prima di sparargli 5 volte con un fucile d’assalto. Sebbene l’assassino fu catturato e condannato a morte, la famiglia della vittima lasciò lo Yemen in fretta.

A Raida chi è rimasto sembra non volersene andare.  Abraham è tra questi, e non vuole coprirsi i suoi boccoli: «Ho paura soltanto di Dio». Parlando col NYT, vorrebbe ignorare il “problema houthi” («Ci sono persone brave e ci sono persone cattive»), ma è difficile non pensare allo slogan di questo gruppo. «Sappiamo che ci sono persone houthi comprensive e tolleranti, e non siamo mai stati toccati da loro. Ma questo maledirci è fastidioso e offensivo». Ma quando la parola passa al fratello Suleiman, la voce si fa più tremante: «A dir la verità siamo abbastanza impauriti da questa avanzata degli houthi, e non sappiamo che fare». Il progetto è, prima o poi di andarsene, ma in America non in Israele: «Abbiamo già abbastanza problemi». Quel piccolo gruppo di ebrei rimasto a Raida presto, forse, non ci sarà più: «Non c’è nessuno di noi, qui, che non pensa a partire. Presto non ci sarà più nessun ebreo in Yemen, inshallah (se Dio vuole)».

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