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Uno studio dello University College Dublin

D’intolleranza al lattosio soffrivano pure gli uomini della preistoria

D’intolleranza al lattosio soffrivano pure gli uomini della preistoria
Cronaca 04 Novembre 2014 ore 11:11

Anche la tolleranza al lattosio, lo zucchero contenuto nel latte dei mammiferi, è una conquista della modernità. Pare infatti che gli antichi europei potessero mangiare carne ovina, caprina, bovina o di qualsiasi altra specie animale allevassero ma che fosse loro ‘vietato’ berne il latte, qualora se ne producesse. Pena, altrimenti, malesseri gastrointestinali pesanti.

Sembra infatti che le popolazioni ‘preistoriche’ non avessero la capacità di digerire le sostanze lattiginose o almeno che rimasero intolleranti ad esse fino a 5000 anni dopo l’adozione di pratiche agricole e fino a 4000 anni dopo l’introduzione di prodotti caseari da parte degli antichi allevatori. Ad attestarlo è uno studio, ad opera di alcuni ricercatori dello University College Dublin, pubblicato su Nature Communications.

 

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Lo studio “preistorico”. Gli scienziati, per comprovare la loro teoria, si sono avvalsi di reperti di 13 individui risalenti ad un periodo compreso tra il 5700 a.C. (primo periodo del Neolitico) e l’800 a.C. (età dell’Oro), provenienti da siti archeologici della Grande Pianura Ungherese. Una regione dell’Europa centrale importante che ha rappresentato il crocevia delle principali trasformazioni culturali della preistoria europea. Obiettivo dei ricercatori era arrivare a ricavare da questi resti ossei porzioni di DNA e l’indagine è stata lunga e onerosa prima di arrivare a capire che il candidato ideale per durezza, resistenza e migliore capacità di conservarsi ai danneggiamenti del tempo era la piramide del temporale, un particolare osso nel cranio.

Esaminare le ossa del cranio non è stata una scelta casuale, poiché sono quelle che contengono la più alta percentuale di DNA, fino a 183 volte superiore rispetto ad altre ossa. In qualsiasi punto analizzato dei campioni del cranio, i ricercatori sono stati in grado di prelevare tra il 12 percento e quasi il 90 percento dell’‘elica umana’ rispetto a quantitativi tra lo 0 percento ed un massimo del 20 percento ricavati ad esempio da denti, dita e costole.

Grazie all’alta percentuale di DNA cranico, gli scienziati hanno potuto effettuare indagini sistematiche su una serie di resti di scheletro umano analizzando diversi marcatori genetici, tra cui quelli dell’intolleranza al lattosio, arrivando anche a scoprire altre particolarità curiose. Come ad esempio l’evoluzione verso una pigmentazione più chiara della pelle, dovuta molto probabilmente al fatto che cacciatori, raccoglitori e coltivatori non del luogo contraevano matrimoni misti, e che sorprendentemente non vi era però un aumento della persistenza o della tolleranza al lattosio. A testimonianza che gli antichi europei possedevano con molta probabilità animali domestici come mucche, capre e pecore, ma che non avevano ancora sviluppato una tolleranza genetica tale da poter bere grandi quantità di latte dai mammiferi.

 

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La problematica. Dalla ‘preistoria’ di tempo ne è passato eppure ancora non tutti hanno sviluppato il gene della tolleranza al lattosio e ai suoi derivati, trovandosi spesso a combattere con sintomatologie gastro-intestinali acute quali gonfiori, crampi addominali, nausea e perduranti nel tempo prima di arrivare alle corretta diagnosi. Le manifestazioni dell’intolleranza sono infatti simili ad altre patologie del tratto intestinale, quali colite da stress o celiachia e talvolta vengono trattate anche con medicinali contenenti il lattosio fra gli eccipienti che ne aggrava gli esiti. Ma da che cosa deriva l’intolleranza al lattosio? Può essere primitiva, cioè conseguente a un deficit congenito di produzione dell’enzima della lattasi (che consente di digerire il lattosio) o secondaria e manifestarsi in età prescolare-scolare in seguito a una progressiva riduzione di produzione dell’enzima stesso.

Come scoprire l’intolleranza. Per capire se si è intolleranti al lattosio ci si può affidare oggi o al test del respiro all’idrogeno (breath test), il quale presenta però alcuni limiti di esecuzione, specie in età pediatrica per la difficoltà a comprendere come e dove soffiare, o a un test genetico di recente introduzione, semplice, rapido e di autosomministrazione. Il kit è acquistabile in farmacia e si attua strofinando un tampone (una sorta di cotton-fioc) all’interno delle mucose della guancia sul quale vengono raccolte delle cellule di saliva. Una volta prelevato il campione, questo deve essere sigillato in provetta e spedito dalla persona stessa, o tramite la farmacia, ad un laboratorio specializzato che procederà all’elaborazione del DNA, alla lettura e all’inquadramento del problema e della corretta terapia.

 

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Come curarla. La malattia, essendo genetica, dura tutta la vita e la cura consiste nell’eliminazione o nella riduzione del lattosio dalla dieta. Ma esistono delle criticità, poiché il lattosio è parte integrante della dieta mediterranea ed un’eccessiva diminuzione del suo introito potrebbe aumentare il rischio di fratture sia nei giovani che nelle donne in età post-menopausale sia perché il lattosio è presente come additivo in molti alimenti e addirittura in più del 20 percento di farmaci che richiedono ricetta medica e nel 6 percento in quelli da banco.

Dunque come fare? Esiste un meccanismo di ‘retollerance’, ovvero quando la patologia è conclamata e ci sono sintomatologie pesanti, quali ad esempio diarrea o dolori addominali, è consigliato sospendere ogni tipo di lattosio per almeno 4 settimane e poi riprovare a introdurre nella dieta, gradualmente e a piccole dosi crescenti, il lattosio rimanendo al di sotto dei 12 grammi per giorno, e frazionandoli nell’arco dei pasti della giornata tra colazione, pranzo e cena per evitare un unico carico e che si possono riprodurre i sintomi. Questo meccanismo, in taluni casi, può indurre a sviluppare una tolleranza al lattosio.

Metodi alternativi per assumere lattosio. Gustarsi cibi simili a quelli contenenti lattosio è comunque possibile. Ricorrendo ad esempio a cibi che naturalmente non contengano il lattosio come il parmigiano che lo perde a seguito della stagionatura o tutti i latti derivati dalla soia, o utilizzando integratori a base di lattasi che aiutano l’organismo ad assorbire il lattosio e a salvaguardare la qualità organolettica. Ovvero il piacere di poter mangiare qualche volta un piatto con del formaggio, grazie all’adeguato contenuto nell’integratore di lattasi che permette di controllare i possibili disturbi digestivi e non.