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Perplessi anche gli Usa

«Israele Stato Nazione degli ebrei» La proposta che divide il Paese

«Israele Stato Nazione degli ebrei» La proposta che divide il Paese
Cronaca 25 Novembre 2014 ore 11:07

Una proposta di legge che divide. Domenica 23 novembre il governo israeliano ha approvato un decreto che modifica la definizione del Paese da “Stato ebraico e democratico” in “patria nazionale del popolo ebraico”. Si tratta di una “Legge Fondamentale” (una sorta di norma costituzionale), che prima di diventare legge dovrà essere approvata dalla Knesset, il parlamento israeliano. La decisione è attesa per mercoledì. Alcuni ministri, le opposizioni e diversi media hanno fortemente criticato questo progetto, ritenuto discriminante nei confronti degli arabi israeliani che rappresentano circa il 20 per cento della popolazione.

La legge, sostenuta dal primo ministro Benjamin Netanyahu e dal suo partito di centrodestra, il Likud, è stata approvata dal governo con 14 voti favorevoli e 6 contrari. Fra questi ultimi, Tzipi Livni, ministro della giustizia, pronta a essere cacciata dall’esecutivo pur di sostenere la sua contrarietà. Livni ha definito il progetto di legge “dannoso e nocivo: una legge che distruggerà il Paese”. Il ministro della cultura si è astenuto. Yahir Lapid, ministro delle finanze, ha minacciato di dimettersi per la deriva di estrema destra e di stampo antidemocratico che sta prendendo il governo. “Una legge a cui Ben Gurion e Jabotinsky si sarebbero opposti” (Ben Gurion e Jabotinsky sono rispettivamente uno dei padri fondatori di Israele e il fondatore del sionismo di destra) “anche Menachem Begin si sarebbe trovato a disagio nel likud di oggi” (Begin era il leader dell’Irgun, il battaglione sionista che compì diversi attentati sotto il mandato britannico, il cui sionismo revisionista ispirò il Likud). Netanyahu ha contro anche la stampa. In primis il quotidiano Haaretz, su posizioni di sinistra, ma anche Yediot Ahronot, di destra, afferma che la legge “non aggiunge e non risolve niente, ma che nella situazione esplosiva in cui si trova oggi il paese non farà altro che peggiorare le relazioni con le minoranze”.

Ovviamente anche l’opposizione è insorta, definendo la mossa del premier “irresponsabile” nel quadro delle crescenti tensioni che sta attraversando il Paese, oltre a essere un “crimine” contro la democrazia. Tutti accusano Netanyahu di essere il principale artefice della deriva fondamentalista di Israele. Anche gli americani, tramite il portavoce del Dipartimento di Stato, hanno espresso le loro perplessità e hanno chiesto che Israele preservi il suo carattere democratico. E se Netanyahu dice che la democrazia non è in pericolo, per tutta risposta il ministro ultranazionalista Naftali Bennet ha rifiutato le critiche e ha detto che ha chiesto agli Stati Uniti di starsene fuori dagli affari interni di Israele. Un editoriale del New York Times titola “Israele restringe la sua democrazia”.

Il progetto di legge. Il progetto getta le basi per una definizione su base confessionale delle norme che regolano la vita civile. Tradotto: l’identità ebraica sarà la discriminante per i diritti civili. Secondo il testo, illustrato dallo stesso Netanyahu, Israele “Garantisce eguali diritti per tutti i suoi cittadini in quanto individui, è bene sottolinearlo. Ma è soltanto il popolo ebraico ad avere diritti specifici nazionali: la bandiera, l’inno, il diritto di ogni ebreo a immigrare in Israele sono alcuni dei simboli della Nazione”. Non si tratta di una legge che punisce i palestinesi, ma chiunque non sia ebreo. Quindi anche i cristiani, che per etnia sono arabi. Una decisione che rischia di non tener conto della gente e delle sue istanze di democrazia e libertà. Se a Gerusalemme, infatti, tutto viene estremizzato in chiave religiosa e l’identità ebraica osservante è una presenza sempre più invadente, nel resto del Paese le cose vanno diversamente. A Tel Aviv, ad esempio, non arrivano le tensioni della città Santa e la dimensione religiosa è qualcosa che ciascuno vive personalmente e senza ostentazione. Non è raro trovare una società civile che il sabato, giorno di riposo per gli ebrei, si riversa sulle spiagge della capitale in cerca di evasione. Il dubbio che gli israeliani della società laica prendano bene l’introduzione della legge è più che legittimo.

Va detto che in Israele già molto è regolato sulla base dell’identità ebraica: non ci si può sposare civilmente, il matrimonio è solo religioso. Una donna può chiedere il divorzio davanti a un tribunale rabbinico, ma è il marito che deve concederlo. Dal venerdì pomeriggio ogni esercizio commerciale chiude e riapre la domenica mattina. Il turista non può notare queste cose, dal momento che la manovalanza che lavora negli esercizi rivolti ai turisti per lo più non è ebrea. I tour operator lo sanno e si servono di esercenti che non osservano il sabato. Negli hotel, anche in quelli per turisti e pellegrini, gestiti da ebrei, la cena del venerdì e il pranzo del sabato non sono cucinati al momento ma riscaldati. Bisogna attendere la fine dello shabbat (il sabato ebraico) per tornare a una vita normale e poter godere di servizi minimi.

Il dibattito politico. La proposta di legge ha suscitato un dibattito politico incredibile, che mina la stabilità del governo. Alcuni giornalisti, a cui è stato permesso rimanere fuori dall’aula in cui si dibatteva, hanno riferito di aver udito urla e pugni sui tavoli. Il rischio elezioni anticipate è concreto, e aprirebbe la strada a una nuova coalizione di governo, dove gli ultranazionalisti avrebbero un peso ancora più forte. Se ci sarà una crisi di governo e se i ministri che hanno minacciato le dimissioni se ne andranno davvero, Netanyahu dovrà sempre di più ascoltare gli ultranazionalisti. Con conseguenze inimmaginabili per il futuro della regione. Il ministro per gli affari religiosi Naftali Bennet, ultranazionalista e difensore dei coloni, colui che ha chiesto un intervento militare a Gerusalemme Est e che in passato ha proposto una legge secondo la quale i non ebrei con cittadinanza israeliana devono essere cittadini di serie B, ha evidenziato come con l’approvazione della legge sullo Stato-nazione, legislatori e giudici dovranno ispirarsi maggiormente “ai valori dell’ebraismo”. Chi appoggia la legge afferma che come la Palestina, qualora esistesse, sarà lo stato dei palestinesi, anche Israele ha diritto a essere lo stato degli ebrei (non tenendo conto che i palestinesi non sono una religione, l’ebraismo sì). Inoltre, tra i palestinesi ci sono i cristiani, così come tra gli israeliani. E tra gli israeliani ci sono persone di etnia araba, o che comunque non sono di religione ebraica. Così come quei 300 mila russi a cui non è riconosciuto lo status di ebrei e i drusi, che servono nell’esercito israeliano su base volontaria.

La decisione finale. Ora l’iter prevede che la parola passi alla Knesset, il parlamento israeliano. Qualcuno suggerisce che la proposta venga edulcorata, ma la sostanza dovrebbe rimanere tale. Israele è uno dei pochi Paesi al mondo che non ha una Costituzione scritta, e la legge che la Knesset è chiamata a votare è parte di un più ampio progetto di modifica delle leggi fondamentali dello Stato. All’ordine del giorno ci sono tre bozze, in nessuna delle quali si fa riferimento all’uguaglianza tra i cittadini: si parla di declassare la lingua araba dall’insegnamento nelle scuole, di istituire lo shabbat come giorno di riposo nazionale, impedendo quindi una deroga a quanti oggi non lo osservano. La legge prevede anche l’espulsione dalla Knesset di quei parlamentari che sostengono la lotta armata contro Israele: un chiaro riferimento ai parlamentari arabi che difendono il diritto all’esistenza di uno Stato palestinese.

La domanda, a questo punto, sorge spontanea: Israele vuole o no continuare a essere l’unica democrazia del Medio Oriente?

 

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