Violenze anche domenica sera

La contesa sulla tomba di Giuseppe che infiamma Israele da 2 decenni

La contesa sulla tomba di Giuseppe che infiamma Israele da 2 decenni
19 Ottobre 2015 ore 15:30

La recente escalation di violenza che ha investito la Terra Santa non ha risparmiato neanche alcuni luoghi santi, venerati da ebrei e musulmani, tra cui la Tomba di Giuseppe a Nablus, che è stata data alle fiamme da alcuni palestinesi anche ieri sera, dopo che era stata attaccata una prima volta nella notte che ha preceduto l’ultimo “Venerdì della collera”. Un gesto condannato in maniera unanime da tutte le realtà presenti in Terra Santa, compreso il Patriarcato Latino che lo ha definito un «atto insensato», destinato ad accresce la tensione sociale.

Un luogo conteso da tempo. Per la verità non è la prima volta che accade. La tomba di Giuseppe da anni è al centro delle polemiche, accompagnate da scontri accesi tra coloni ebrei e palestinesi residenti nel campo profughi attiguo al monumento funerario eretto dal nulla nel 1868. Sorge sulle pendici del Monte Garizim, quello dei samaritani, che lo identificano come il luogo del sacrificio di Abramo. Ai piedi del monte Garizim c’è il pozzo di Giacobbe, quello dove Gesù incontrò la samaritana, e proprio di fronte c’è Balata, il campo profughi più grande di tutta la Cisgiordania, dove quasi 30mila persone vivono da 64 anni.

Chi era il Giuseppe della tomba. Il Giuseppe che si ritiene riposi in terra di Samaria non è il padre di Gesù, bensì il Patriarca figlio di Giacobbe e Rachele. La sua storia occupa ben 13 capitoli della Genesi, tanti quanti quelli del suo bisnonno Abramo.Giuseppe era l’undicesimo figlio della sua famiglia, concepito dal padre in età avanzata dopo anni di sterilità, e della sua moglie più amata. Dopo di lui venne Beniamino, l’ultimo genito. La Genesi dice che Giacobbe «amava Giuseppe più di tutti i suoi figli, perché era il figlio avuto in vecchiaia», e per questo motivo, «i suoi fratelli, vedendo che il loro padre amava lui più di tutti i suoi figli, lo odiavano». Giuseppe venne non solo abbandonato dai suoi fratelli, ma anche venduto a un mercante e portato in Egitto. Qui divenne prima schiavo del consigliere del Faraone, poi venne nominato viceré, amministratore del regno. Alla fine di varie peripezie perdonò i suoi fratelli, le loro mogli e figli: in tutto 70 persone che si rifugiarono in Egitto, insieme ai suoi figli Efraim e Manasse. Quando Giuseppe morì, a 110 anni, Mosè ordinò che le sue spoglie venissero riportate in terra di Israele. Di lui ne parla anche il Corano, identificandolo come un Grande Profeta e raccontando la sua storia nella dodicesima sura, anche se in maniera diversa da quella della Genesi.

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Che cos’è la Tomba di Giuseppe. La tradizione bizantina vuole che sotto a una grande pietra nel tel di Balata vi siano le spoglie del Patriarca Giuseppe, colui che in punto di morte espresse la volontà di essere sepolto nelle terre della famiglia a Sichem (che oggi si chiama Nablus). Il luogo, negli anni è stato venerato da ebrei, samaritani, cristiani e musulmani. Oggi molti ebrei credono che questo luogo sia l’ultima dimora del patriarca biblico Giuseppe, mentre i musulmani sono convinti sia il luogo di sepoltura di un religioso islamico, lo sceicco Yussef, che è morto due secoli fa. Una versione, quest’ultima, che è stata accettata anche un ministro israeliano quanto c’era Rabin al governo, provocando le ire della comunità ebraica ortodossa. Partendo da questo presupposto è abbastanza facile capire perché la zona è terreno di scontro tra le due popolazioni.

La questione politica. Va però detto che la tomba di Giuseppe non è mai stata venerata dagli ebrei fino a 1967. Iniziarono a recarvisi in pellegrinaggio solo dopo la guerra dei Sei Giorni, e forti della loro conquista estromisero i fedeli musulmani impedendo loro l’accesso. Con gli accordi di Oslo del 1993 e la relativa creazione delle zone A, B e C e dei governatorati – Nablus è uno dei 12 governatorati palestinesi – i musulmani hanno cominciato a rivendicare il diritto di accesso. A metà degli anni Ottanta, però, è avvenuto un fatto che ha inasprito gli animi: un influente rabbino americano, Yitzchak Ginsburg, ha creato in loco la yeshiva Od Yosef Chai, cioè una scuola rabbinica. Di fianco l’esercito israeliano ha costruito un avamposto militare.

L’inasprirsi delle violenze. Gli attacchi da allora sono stati molti, i più cruenti nel 1996, nel 2000 e nel 2002, e per trovare una compromesso venne deciso che la tomba, enclave israeliana in territorio palestinese come è la Tomba di Rachele a Betlemme, potesse essere visitata dagli ebrei in gruppi organizzati e scortati dall’esercito israeliano una volta al mese. In realtà, però, con l’espansione degli insediamenti, le incursioni notturne da parte dei coloni ebrei ortodossi sono diventate sempre più frequenti. E a Nablus e dintorni, il movimento dei coloni è animato da un’acredine particolare, che spesso sfocia nell’incendio di abitazioni palestinesi. La più grave poco più di un mese fa, quando a morire tra le fiamma è stato un bambino di 18 mesi.

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