Dalla Florida sfida gli Usa

Jeb, non soltanto il "fratello di"

Jeb, non soltanto il "fratello di"
Cronaca 17 Giugno 2015 ore 10:33

Con un discorso al Miami Dade College tenutosi lunedì 15 giugno, John Ellis Bush, sintetizzato nell’acronimo Jeb (ebbene sì, Jeb non è né il nome né un diminutivo) si è ufficialmente candidato alle elezioni presidenziali americane che si terranno nell’autunno del 2016. Il cognome non ha bisogno di presentazioni: figlio e fratello di due ex presidenti Usa, Jeb ha però già deciso di prendere le distanze dalla propria famiglia, per potersi presentare agli occhi degli americani come Jeb e basta, e non come “il figlio di” o “il fratello di”. Dura immaginare che anche un solo cittadino statunitense possa dimenticarsene, ma il tentativo era obiettivamente dovuto. Jeb Bush dunque, già due volte governatore della Florida, dal 1999 al 2007, ha deciso di far partire la propria campagna elettorale proprio dalla penisola atlantica, una scelta dettata non esclusivamente dal suo passato politico, ma in buona dose anche dal suo futuro.

Il discorso al Miami Dade. Di fronte ad una folla eterogenea per età, provenienza e colore della pelle (prima grande novità per un candidato repubblicano), Jeb si è presentato al pubblico come una figura nuova, o perlomeno dagli intenti nuovi: ha parlato di un governo che deve essere meno dipendente dalla burocrazia e dalle decisioni della sola Washington, di un imponente piano di sviluppo economico che porterebbe ad un aumento del Pil di 4 punti l’anno e a 19 milioni di nuovi posti di lavoro, di una non meglio specificata riforma dell’immigrazione, e di una politica estera tutta da ridisegnare.

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Gli attacchi a Obama e Clinton. Naturalmente, ha lanciato anche diversi attacchi all’amministrazione Obama e alla candidata democratica Hillary Clinton, criticando la disastrosa gestione delle urgenze internazionali del primo, e la sostanziale identità dell’agenda politica della seconda rispetto a quella dell’attuale presidente. In mezzo, molte frasi ad effetto: «Gli Stati Uniti sono una nazione piena di anime caritatevoli»; «Io sono stato un governatore riformatore, non il semplice socio di un club»; «Non darò nulla per scontato. Parteciperò con il cuore e per vincere». Infine, come accennato, alcune parole dedicate alla propria famiglia, da cui Jeb ha preso affettuose distanze: con la madre ed ex first lady Barbara Bush seduta in prima fila, ha dichiarato che «il semplice fatto di avere una stirpe come questa non è sufficiente per ottenere la nomination repubblicana. Nessuno merita questo lavoro per via del curriculum, del partito, dell’anzianità o della famiglia. Non è il turno di nessuno: è un test per tutti ed è aperto, esattamente come dovrebbe essere una competizione per diventare presidente».

 

 [«Non darò niente per scontato. Correrò col cuore. Correrò per vincere».]

 

Il primo scoglio: convincere i repubblicani. Il primo ostacolo che Jeb dovrà superare, a pena di non partecipare nemmeno al rush finale, sono le primarie del Gop, che lo vedranno sfidarsi in particolare con quel Marco Rubio che per così tanto tempo ha lavorato proprio in Florida al suo fianco. Già, Rubio, un nome chiaramente latino: egli infatti è di origine cubana, e grazie a questo può vantare il sostegno della frangia ispanica della popolazione, sempre più consistente di anno in anno. Gli ispanici saranno una forza chiave per la conquista della leadership del partito e della Casa Bianca, ed è per questo che Jeb, contro la tradizione repubblicana, ha già parlato di riforme sull’immigrazione, così da non lasciare né a Rubio prima né eventualmente alla Clinton poi un sostanzioso bacino di voti. E il lancio della campagna elettorale in Florida è significativo: oltre naturalmente per il fatto di esserne stato governatore per otto anni, la penisola è anche uno degli Stati dalla maggior presenza ispanica.

 

[«Il momento migliore di ieri: mia mamma mi ha detto che sono il suo preferito».]

 

La sfida che lo attende. Verrebbe da dire che chi ben comincia è già a metà dell’opera, e il fatto, oltretutto, di avere una moglie di origine messicana potrebbe aiutarlo. Ma mentre per Rubio un eventuale appoggio dei latinos sarebbe semplicemente naturale, Jeb ha invece bisogno di esporsi pubblicamente in loro favore, cosa che potrebbe sì portargli voti da parte loro, ma che contestualmente potrebbe fargliene perdere dal versante più tradizionalista e conservatore del Gop, che è sempre stato parecchio restìo nella concessione di un qualsivoglia diritto a chi non sia statunitense di sangue puro. La diplomazia, per Jeb, si rivelerà fondamentale. Anche perché quello degli immigrati non è il solo punto di collisione fra Bush e il partito: Jeb è infatti propenso ad un intervento massiccio dello Stato nella gestione dell’educazione e della scuola, ambito in cui il Gop, tradizionalmente, ha sempre ritenuto che lo Stato dovrebbe mettere il becco il meno possibile. Cosa che, di nuovo, non lo fa vedere di buon occhio da molti repubblicani. Jeb dunque avrà un bel da fare per convincere i suoi di non essere una sorta di eretico dei sacri crismi dell’Elefante. In questo, magari, il suo cognome potrebbe dargli una mano.