Cronaca
Di loro non si sa quasi niente

Kim e gli altri atleti fantasma Medaglie a uso dei dittatori

Kim e gli altri atleti fantasma Medaglie a uso dei dittatori
Cronaca 07 Agosto 2015 ore 12:00

Gli atleti del regime hanno facce sbiadite come fantasmi. Le ha viste il mondo, nessuno le ha viste. L'ultimo di questi spettri apparsi e inghiottiti di nuovo dall'ombra è una ragazzina con i capelli color fuliggine e gli occhi grandi spalancati sul mondo. Kim Kuo Huang, sedici anni, è la prima atleta nordcoreana ad aver vinto una medaglia nei tuffi ai Mondiali di Kazan. Era terza mentre saliva la scaletta di metallo per andare incontro a quell'abisso di aria e acqua alto dieci metri. Le è bastato attorcigliarsi come un nastro all'indietro, perché i giudici riconoscessero la sua leggerezza premiandola persino con due 10. Un esercizio perfetto. Poi Kim è salita sul podio, ha ascoltato l'inno del suo Paese, ha pianto mentre con la mano destra faceva il saluto militare: «Vorrei ringraziare il nostro governo e la nostra nazione per il sostegno che mi hanno dato», ha detto dopo la cerimonia ai giornalisti con l'aiuto di un traduttore. Un gesto di rispetto, ha assicurato, verso Kim Jong-un, il dittatore della Corea del Nord.

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Non hanno Facebook, né Twitter. Non si fanno selfie per celebrare il momento, l'attimo, moderna anatomia di un istante. Questi sportivi sono ombre con la medaglia la collo. Di Kim Kuo Huang conosciamo unicamente la fatica: cinque ore al giorno, tutti i giorni, di tuffi e schiaffi contro l'acqua. Sacrificio, detto in una parola. Nessuna dichiarazione, per il resto. Niente di niente. Su Wikipedia è stata creata una pagina (dopo la vittoria della medaglia), prima non esisteva. Sono tracce di una storia che continuerà entro i confini della Corea del Nord. E ce ne sono moltissime. Succede così a ogni evento di portata internazionale. Ai Mondiali del 2010 partecipò anche la Corea del Nord. Il governo stabilì che nessuna partita sarebbe stata trasmessa, nel timore che la squadra potesse subire una goleada o qualche tifoso potesse mostrare striscioni contro il regime. E le sconfitte? Nessuna menzione: mai giocate. Alla prima apparizione di quel campionato del mondo, contro il Brasile, Ji Yun-nam segnò un gol storico (la partita finì 2-1 per i brasiliani), ma ancora oggi non si sa se i coreani l'abbiano visto in diretta. E il tifo? Vennero affittati mille cinesi, pagati per fare il tifo.

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Il New York Times ha realizzato un lungo reportage sulla questione sport in Corea del Nord. «Non ricordo di aver mai letto della Corea del Nord perdere una partita», dice il professor Myers, esperto e studioso della propaganda nordcoreana. Ogni tanto vengono trasmesse partite, per lo più sconfitte di nazioni considerate nemiche come Usa o Giappone. Lo sport è solo propaganda interna: serve ad accendere il nazionalismo ed enfatizzare il culto del leader. Eppure, ci sono moltissimi atleti di valore. Nel 1960 Sim Kun-Dan batté il primato mondiale dei 400 metri piani con 53” ma il suo record non fu ratificato dall’Associazione internazionale delle federazioni di atletica leggera poiché i nordcoreani non ne erano membri. Due anni dopo, Sim fu la prima donna a scendere sotto i 52” con 51.9”. Questa volta il risultato fu registrato e il record durò 7 anni. Nel 1964 ci fu l’argento all’esordio nordcoreano alle Olimpiadi invernali di Innsbruck con un’altra donna, Han Pil-Hwa, nel pattinaggio. E quelli che arrivano secondi, terzi o peggio? Secondo "Nessuno tocchi Caino", l'associazione internazionale di cittadini e di parlamentari per l'abolizione della pena di morte nel mondo, non esclude che gli atleti che non raggiungono posizioni di vertice rischino maltrattamenti o punizioni. Poi di nuovo nell'ombra, megari con la medaglia al collo.

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