La paura per le zone strategiche irachene

Kobane resiste strenuamente Ora la minaccia Isis su Baghdad

Kobane resiste strenuamente Ora la minaccia Isis su Baghdad
13 Ottobre 2014 ore 13:45

A Kobane la resistenza curda non si ferma. E a guidare le truppe che da quasi un mese difendono la città – diventata per l’Occidente il simbolo della lotta all’Isis – c’è una donna. Si chiama Mayssa Abdo, meglio conosciuta con il nome di battaglia di Narine Afrine. La notizia, così come le altre che arrivano dal fronte, è dell’Osservatorio siriano per i diritti umani, che ormai da settimane fornisce numeri e fatti di quanto avviene nell’enclave di resistenza curda.

La strenua resistenza curda. Ormai sono solo poche centinaia le persone rimaste intrappolate nel centro di Kobane, e lottano fino all’ultimo per difendere la loro città. La situazione è disastrosa e, sul terreno, gli unici a ostacolare le milizie dell’Isis sono ancora i combattenti curdi, a cui nelle ultime ore si sarebbero unite, secondo alcune testimonianze diffuse soprattutto via Twitter, anche moltissime donne (non solo peshmerga) e bambini.

Una resistenza, quella dei curdi, esemplare, che con pochissime armi e scarsa organizzazione riesce a fronteggiare l’avanzata jihadista. Da quando sono state issate le prime bandiere nere su alcuni palazzi della periferia di Kobane e sulle colline circostanti, i curdi sono riusciti a impedire la penetrazione nel centro città. Pare sia da un paio di giorni che i miliziani sono fermi alle porte del centro e non riescano a entrarvi per conquistarla definitivamente, pur controllandola per circa il 40 percento; per questo motivo hanno chiesto rinforzi e altri miliziani stanno arrivando per piegare la resistenza curda: Israele ha arrestato due arabi israeliani che stavano per arruolarsi tra le fila dei jihadisti dell’Isis, un militante di nazionalità americana è rimasto ucciso negli scontri con i peshmerga al confine con la Turchia.

Le posizioni di Turchia e Usa. La Turchia continua nel suo immobilismo, invocando la zona cuscinetto al confine e chiedendo il supporto alla Nato di truppe di terra. Secondo fonti della difesa americana l’unico passo avanti turco sarebbe la concessione della base aerea di Incirlik, dove la Turchia ha permesso l’accesso agli aerei americani: una postazione dove sono presenti 1500 uomini e gli aerei Usa operano già da tempo, anche se non per la lotta all’Isis (i raid condotti finora contro lo Stato Islamico, infatti. sono partiti esclusivamente dalle basi aeree di Emirati Arabi, Kuwait e Qatar).

Anche gli Stati Uniti, dopo l’Onu che vedeva per Kobane il rischio di una nuova Srebrenica, hanno riconosciuto la gravità della situazione. Il segretario alla difesa Usa Chuck Hagel ha fatto notare che i raid Usa hanno fatto progressi nel fronteggiare l’Isis, e il segretario di Stato John Kerry ha utilizzato il termine «tragedia» per definire quello che sta accadendo. Nonostante questo, però, gli Stati Uniti rimangono fermi sulle loro posizioni e vanno avanti nella loro lotta su scala globale piuttosto che locale, cercando di sconfiggere il terrorismo nella sua complessità. Una strategia che, come afferma Kerry «richiederà tempo».

Ora la minaccia anche su Baghdad. Mentre gli occhi del mondo sono puntati su Kobane, torna a infiammarsi anche il fronte iracheno. Stando a quanto riporta il sito della tv alArabiya, ci sarebbero 10mila jihadisti pronti a conquistare Baghdad. Inoltre, riferisce la Cbs, un gruppo di terroristi dell’Isis sarebbe riuscito a infiltrarsi ad Abu Ghraib, alle porte di Baghdad, ad appena 12 chilometri dall’aeroporto internazionale della capitale. Sarebbero armati di manpads, un sistema missilistico anti-aereo trasportabile a spalla, che permetterebbe loro di abbattere i velivoli in fase di decollo e di atterraggio. Nel mirino dei jihadisti c’è l’aeroporto, che era già stato attaccato, ma gli elicotteri americani erano prontamente intervenuti.

Per contrastare la minaccia sono stati schierati 60mila soldati, assieme a 12 squadre di consiglieri militari americani e il Pentagono assicura che le forze di sicurezza irachene hanno il pieno controllo della città. Intanto, però, tre kamikaze si sono fatti saltare su altrettante auto a Qara Tapah, città in prossimità di Jalawla, già teatro di scontri tra miliziani e truppe regolari irachene, a nord est di Baghdad. Le autobombe parcheggiate in edifici strategici della città hanno causato la morte di almeno 40 persone. Il triplice attentato è stato rivendicato su Twitter dall’Isis, che ha specificato la nazionalità dei tre kamikaze: un tedesco, un saudita e un turco.

La paura per le altre città irachene. Nelle altre città irachene la situazione non è migliore. L’Isis starebbe per conquistare la provincia sunnita di Anbar, che potrebbe cadere in una decina di giorni. Il governo provinciale ha chiesto a Baghdad di rivolgere un appello agli Stati Uniti affinché inviino truppe di terra per fronteggiare i terroristi. Quella di Anbar è una zona strategica: conquistarla significherebbe aumentare l’estensione del cosiddetto califfato, che diventerebbe di oltre 500 chilometri, e si potrebbero avere nuovi rifornimenti per sferrare l’attacco decisivo su Baghdad. Anbar è infatti l’ultima provincia prima della capitale.

I raid aerei americani contro le postazioni dell’Isis in Iraq hanno impedito finora ai terroristi di conquistare la strategica diga di Haditha, la seconda più grande del Paese.

Da curdi arriva un altro allarme, e questa volta per la città di Kirkuk, a 250 chilometri da Baghdad. I jihadisti si starebbero addensando a sud e a nord della importante città irachena, ricca di giacimenti di petrolio, che per lunghi anni è stata contesa tra arabi e curdi ma che dal giugno scorso è entrata del tutto sotto il controllo curdo.

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