C'è anche un decreto mai applicato dal '98

La crisi dei meteorologi in Italia (anche se a Pasqua ci hanno preso)

La crisi dei meteorologi in Italia (anche se a Pasqua ci hanno preso)
07 Aprile 2015 ore 15:57

A volte i paradossi sono sempre dietro l’angolo: capita così che in una nazione che può vantare circa 58 milioni di presunti meteorologi, non ci sia nemmeno un docente ordinario della materia. È questo l’allarme che la Commissione Nazionale per la Previsione e la Prevenzione dei Grandi Rischi ha lanciato con una lettera scritta a Franco Gabrielli, dal 2010 capo della Protezione Civile. Un paese come l’Italia, che negli ultimi tempi ha visto introdursi prepotentemente il tempo atmosferico come argomento di discussione comune e dove c’è stata una notevole proliferazione di app legate al meteo, non ha mai realmente investito sulla formazione universitaria in ambito meteorologico, ritrovandosi così, con il pensionamento di Stefano Tibaldi, a non disporre più di docenti ordinari di fama internazionale competenti in materia. Avendo cessato di lavorare i tre professori ordinari italiani di meteorologia rimasti (gli altri due erano Antonio Speranza e Guido Visconti) si è creato così un vero e proprio “buco” della materia, in quanto non sono rimasti assistenti o professori associati pronti a rilevarne il posto.

 

 

Il parere di Tibaldi. Tibaldi, durante la sua carriera, ha lavorato in Inghilterra presso il Centro Europeo di Previsione Meteorologica a Reading, per poi tornare in seguito in Italia a Bologna dove è stato Docente di Meteorologia e Climatologia e di Fisica dell’Atmosfera, affiancando tale mansione a quella di Direttore del Servizio Idro-Meteorologico della Agenzia Regionale Prevenzione e Ambiente dell’Emilia Romagna. L’ex docente ha rilasciato a La Stampa un’intervista in merito alla situazione attuale della materia da lui insegnata, definita «una cenerentola, ospite della fisica o della geofisica». Tibaldi ha puntato il dito contro lo Stato italiano, colpevole secondo lui di non essere al passo con i sistemi informativi degli altri Paesi. In Italia infatti non esiste un vero e proprio Servizio meteo nazionale, nonostante il decreto Bassanini del 1998 lo preveda. I dati a nostra disposizione sono fruibili solamente grazie ad agenzie pubbliche, siti web e televisioni che monitorano il tempo della penisola («I siti privati hanno stimolato il sistema ma questa scossa non si è trasmessa all’università»).

 

 

Il decreto mai applicato. Il 5 il 6 maggio 1998 un movimento franoso di grandi dimensioni colpì l’area campana di Sarno, causando danni ad alcuni comuni nelle province di Salerno ed Avellino e uccidendo 160 persone. A seguito del disastro, di cui non si erano riuscite a prevedere così gravi conseguenze, il decreto legislativo n. 112 del 1998 prevedeva un riassetto della Protezione Civile e l’istituzione di un organo che si occupasse a livello nazionale del meteo. A distanza di 17 anni il provvedimento non è stato eseguito. E questo nonostante una moderna gestione del rischio idrogeologico prevede la compartecipazione di tre importanti settori: meteorologia, idrologia e protezione civile. Le previsioni atmosferiche e dei movimenti del suolo sono in grado infatti di fornire informazioni agli addetti della protezione civile così da facilitarne in tal modo l’operato. La proposta di Tibaldi, rivolta ai docenti di fisica allo stato solido, è chiara: «Dovrebbero farsi carico di rinunciare a una parte delle proprie risorse per creare una cattedra di meteorologia». La cosa però molto difficile soprattutto per un sistema accademico che fatica parecchio a programmare investimenti mirati ed a lungo termine.

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