Cosa sono state "le marocchinate"

La ciociara violentata dai “liberatori” e risarcita solo settanta anni dopo

La ciociara violentata dai “liberatori” e risarcita solo settanta anni dopo
25 Settembre 2015 ore 04:00

I fatti risalgono al maggio 1944. Lo scenario è quello dei Monti Aurunci, nella regione del basso Lazio che va sotto il nome di Ciociaria. Gli angloamericani, sbarcati in Sicilia nel 1943, sono risaliti lungo la penisola, premendo contro le linee difensive dei nazifascisti. Nel febbraio 1944 bombardano il monastero di Montecassino, nell’eventualità che vi si siano nascosti alcuni tedeschi (in realtà i nazisti se ne erano andati da tempo). Due mesi dopo, è aprile, gli alti comandi militari decidono di procedere verso la valle del Liri, in Ciociaria. La particolare conformazione del territorio persuade il generale Clark ad affidare l’operazione alle truppe francesi nordafricane guidate da Alphonse Juin. Sanno come muoversi in montagna. La strategia è vincente: il 13 maggio 1944 i goumièrs, i gruppi in cui sono divisi i 110 mila soldati tunisini, marocchini e algerini agli ordini di Juin, travolgono gli avamposti della linea Gustav.

 

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I “liberatori” portano l’incubo. Ma i goumièrs non sono feroci solo nei confronti del nemico tedesco. Trascinati a forza nel mezzo di una guerra che non volevano combattere, gli uomini sono violenti nei confronti di chiunque. Il loro generale, Juin, a sua volta un pied-noir (cioè un franco-africano), ottiene dai piani alti il permesso di dare libero corso alla follia crudele dei suoi soldati. Attesi come dei liberatori, i goum devastano i paesi, razziano, uccidono. Violentano. Donne e bambine vengono strappate dalle loro case e sottoposte a stupri di gruppo. Ciò che è accaduto nei paesi ciociari, tra il 12 e il 27 maggio 1944, è agghiacciante. I mariti, i figli, i fratelli che cercano di proteggere le loro familiari vengono a loro volta sodomizzati, e poi uccisi. Il parroco di Santa Maria di Esperia, don Alberto Terrilli, ha nascosto alcune donne in sagrestia. I soldati se ne accorgono, trascinano il religioso sulla piazza e lo violentano sotto gli occhi dei fedeli. Pochi giorni dopo, don Alberto muore. Un rapporto inglese dell’epoca testimonia di donne e ragazze, adolescenti e fanciulli stuprati per strada, di prigionieri sodomizzati, di ufficiali evirati. Le truppe nordafricane sono senza controllo. Le popolazioni “liberate” sono inermi di fronte all’incubo che verrà poi chiamato “le marocchinate”.

 

 

La storia di Rosa. Nel giugno 1944 papa Pio XII si rivolge al generale De Gaulle chiedendo ragione di quanto era accaduto. Il generale risponde con sollecitudine e reagisce colpendo duramente il generale Guillame, il capo delle truppe nordafricane. Cominciano i procedimenti giudiziari, con condanne a morte e ai lavori forzati. Ma un simile risarcimento non può alleviare la condizione di Rosa, una delle tante donne ciociare che rimangono vittima della furia dei soldati. Il 22 maggio 1944 ha solo ventotto anni, ma ovviamente questo non importa ai suoi violentatori.

Un risarcimento (troppo) tardivo. Qualche mese dopo, la donna è portata in ospedale. Subisce vari interventi chirurgici e soffre per molto tempo di una nevrosi causata dall’orrore che ha dovuto sopportare. Lo Stato le ha concesso una pensione da invalida di guerra di ottava categoria «per l’infermità “stato nevrosico” contratta a seguito della violenza carnale subita in epoca bellica». Ma siamo già nel 1992. Dagli inizi degli anni Novanta gli avvocati della signora Rosa, già settantenne, chiedono la liquidazione del danno non patrimoniale, basandosi su una sentenza della Corte Costituzionale del 1987. La sentenza, infatti, riconosceva che «la violenza carnale comporta […] la lesione di fondamentali valori di libertà e dignità̀ della persona […] e la loro riparazione è doverosa». Dichiarava poi illegittime le norme allora vigenti, che nel trattamento pensionistico di guerra non prevedevano un indennizzo per i danni non patrimoniali «patiti dalle vittime di violenze carnali consumate in occasione di fatti bellici». La vicenda si è trascinata dal 1992 fino al 2015. Un giudice della “Corte dei Conti sezione prima giurisdizionale centrale” ha respinto finalmente l’appello del ministero dell’Economia e ha confermato l’indennizzo dei danni morali. Ora la pensione di guerra della signora ciociara passerà dall’ottava alla quarta categoria – benché sarà il ministero a stabilire le modalità di calcolo degli interessi. La signora Rosa ha atteso settantuno anni della sua vita perché venisse fatta giustizia. Ha atteso così a lungo che è arrivata alla soglia dei cento anni. Per una volta le ragioni della politica avrebbero anche potuto lasciare spazio alla pietà umana.

 

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Una storia troppo poco raccontata. Non si può sapere, con esattezza, quanti siano stati vittima di stupro durante quei terribili giorni di maggio, né quanti siano morti per le malattie veneree trasmesse dalle truppe. Secondo lo storico francese Jean Christophe Notin, che si affida a un’inchiesta condotta dal tribunale militare, sono stati giudicati circa 150 casi, con 350 persone coinvolte. La cifra sembra però troppo bassa allo storico italiano Giovanni De Luna. Infatti, il 13 settembre 1944, pochi mesi dopo la liberazione di Roma e di tutto il basso Lazio, la direzione generale della Sanità Pubblica aveva scritto al Ministero dell’Interno, comunicando che 3100 donne erano state violentate tra la provincia di Frosinone e quella dell’allora Littoria, cioè Latina. I libri di storia non hanno mai dato sufficiente spazio a questo lato oscuro della liberazione angloamericana. È stato però raccontato da Alberto Moravia, nella Ciociara (1957), libro a cui si è ispirato Vittorio de Sica per girare l’omonimo e celebre film (1960) con Sophia Loren.

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