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L'indagine

La farmacista di Vilminore non parla, ma le intercettazioni la mettono nei guai

La 44enne accusata di aver indebitamente preso 800mila euro di rimborsi attraverso prescrizioni mediche false ha preferito tacere nell'interrogatorio di garanzia. Al telefono con madre, marito e amici, però, parlava molto...

La farmacista di Vilminore non parla, ma le intercettazioni la mettono nei guai
Cronaca Val Seriana, 07 Aprile 2021 ore 13:25

La farmacista di 44 anni di Vilminore di Scalve accusata di truffa sui rimborsi ha scelto di non dire una parola nel corso dell’interrogatorio di garanzia tenutosi ieri, martedì 6 aprile.

La donna è stata arrestata lo scorso 1 aprile al termine dell’operazione denominata “Farmacomat”, scattata dopo che le autorità si erano insospettite per quei rimborsi richiesti dalla donna all’Ats di Bergamo sulla base di ricette prescritte da lei stessa per farmaci destinati a trapiantati di fegato, molto costosi. A far nascere un forte dubbio era stato il numero di ricette prescritte, eccessivo per un paese di montagna come Vilminore. Si è allora scoperto che, da più di un anno, la donna ne emetteva di false per chiedere ingenti rimborsi all’ente pubblico.

Il pm Paolo Mandurino ritiene che la donna abbia intascato indebitamente rimborsi per ottocentomila euro, cifra per la quale è stato effettuato il sequestro di denaro e beni della donna, che è attualmente agli arresti domiciliari a Clusone, poiché si ritiene ci sia il rischio che inquini le prove.

La 44enne ha deciso di rimanere in silenzio, sebbene ogni tanto, dalle intercettazioni effettuate dalle autorità e riportate dal Corriere di Bergamo, parlasse apertamente con i parenti di quella che le sembrava un’idea geniale. In una telefonata con la madre, successiva all’ispezione dei carabinieri nella farmacia, affermava: «Semplicemente io ho fatto questo giochetto che va avanti da un po’ per aumentare il fatturato della farmacia», e quando la madre pareva rimproverarla, la farmacista rispondeva: «Soldi facili, soldi facili».

In un’altra conversazione, questa volta con un amico, questo le consigliava in dialetto di «far sparire tutto», alludendo alle confezioni dei farmaci senza fustello ottico, da rimuovere solo dopo averli consegnati ai clienti, e che la donna si era portata a casa. La 44enne temeva che, nel corso di una nuova ispezione, gli inquirenti avrebbero trovato nella sua farmacia le scatole sospette, aggravando la sua situazione.

In una telefonata con il marito, infine, lui le spiegava che, dopo aver parlato con il commercialista, pensava fosse opportuno creare una nuova società con una sua quota minima, in maniera tale che non rischiassero di perdere tutto a causa di una condanna in tribunale. Tutti elementi che mostrano come la farmacista fosse perfettamente consapevole di ciò che stava facendo.

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