Una riflessione, anzi due

La foto del bambino siriano (Ma non è quella la questione)

La foto del bambino siriano (Ma non è quella la questione)
04 Settembre 2015 ore 10:00

Aylan Kurdi, si chiama così. È il bimbo siriano di tre anni il cui piccolo corpo senza vita è stato fotografato ad Ali Hoca Point Beach (Bodrum, Turchia). La madre Rehan e il fratellino Galip (cinque anni) sono morti con lui, nella traversata che avrebbe dovuto portarli all’isola greca di Kos. Una barca in fuga, 17 passeggeri, il mare è calmo ma l’imbarcazione si ribalta lo stesso, nel bel mezzo della notte, 30 minuti dopo aver lasciato le coste turche. I due bimbi non hanno il giubbotto di salvataggio e non sanno nuotare: annegano. I loro piccoli corpi ancora vestiti con pantaloncini e maglietta vengono recuperati dalle guardie la mattina dopo. L’unico sopravvissuto di questa famiglia scappata da Kobane è il padre, Abdullah, originario di Damasco. E la zia. Entrambi hanno parlato con il Daily Mail (qui). Questi sono i fatti.

 

«La pubblichiamo, non la pubblichiamo», «La mettiamo grande, la mettiamo piccola», «In copertina o nelle pagine interne?», «Nascondiamo la faccia con i pixel, forse però non è necessario…», «Non vorremmo speculare sul corpo di un bambino morto ma la foto è talmente evocativa: entrerà nella storia, come la ragazzina bruciata dal napalm o il piccolo ebreo con le mani alzate alzate nel lager». Può essere, o forse no. I giornali e i siti ieri si sono lacerati sull’opportunità o meno di diffondere l’immagine del corpo del piccolo profugo siriano restituito dal mare sulla spiaggia di Bodrum. I bambini vanno sempre tutelati, anche se stavolta…

Possiamo permetterci una riflessione scomoda? A noi degli scrupoli di coscienza dei giornalisti interessa ben poco. Non è questo il tema. Volete pubblicarla? Pubblicatela. Preferite non pubblicarla? Non fatela tanto lunga. Il punto non sei tu giornalista o tu lettore, il punto non è la tua sensibilità, il senso di opportunità, la carica emotiva, la commozione che provoca questa immagine “perfetta”, non più cruenta di tante altre. Concentrarsi su questo è un altro modo per evadere o ridurre la questione, come se al centro del dramma ci fossi tu, il tuo stato d’animo, e non invece quel bambino e tutti gli altri bambini e adulti che perdono le loro vite in mare o nei cassoni dei camion tentando di fuggire in braccia ai loro genitori dalla guerre e dalla povertà. Sono centinaia, tutti i giorni. Una catastrofe umanitaria. Che colpevole assenza di giustizia e di una politica lungimirante. E noi stiamo a discutere di quanto sia o meno opportuna un’immagine. Quanto siamo borghesi.

Noi di Bergamopost abbiamo deciso di pubblicare la foto del bambino che sembra dormire sulla spiaggia. Lo facciamo soprattutto per dire che il sonno più profondo è il nostro tutte le volte che, invece di guardare la realtà, ci soffermiamo a contemplare il nostro disagio. E per dire anche e soprattutto un’altra cosa, che una di noi ha scritto ieri sera, appena letta la notizia. Questa.

La cosa di cui mi stupisco sempre in questi casi è come, in situazioni di guerra (e dintorni), la vita diventi niente. Pensate con quanta (anche esagerata) cura una madre veste-nutre-educa un bambino. Pensate quanto ha voluto metterlo al mondo e l’ha desiderato e aspettato. Pensate quanto ha amato e sbagliato e imparato e sofferto e camminato questo bambinouomo. Pensate come diventa niente, quel bambinouomo, in guerra, su un barcone, in un campo di concentramento. Fa così tanta impressione questo contrasto tra il super valore che noi diamo a noi stessi e alla nostra vita e come ogni giorno ci industriamo per conferirle un senso e possiamo liberamente farlo. E quel niente. L’annientamento dell’individuo. Per il quale una persona non è più una persona, è qualcosa di meno perché può meno. O non può affatto (determinare se stesso). Può soltanto sperare di continuare a respirare. Solo respirare, il resto è d’avanzo. È l’unica cosa che gli rimane. Com’è possibile. È pazzesco. Dev’essere tremendo.

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