Tra voglia di guerra e islamofobia

La Francia dopo la notte di Parigi I giovani chiedono di arruolarsi

La Francia dopo la notte di Parigi I giovani chiedono di arruolarsi
24 Novembre 2015 ore 15:48

Fino a non molto tempo fa, François Hollande era l’uomo che fuggiva dall’Eliseo in motorino per correre dalla sua amante clandestina. Sì, era anche Presidente di uno degli Stati più potenti e importanti d’Europa e del mondo, ma alla sua figura pareva aderire maggiormente l’immagine dell’inaspettato playboy piuttosto che quella del buon governante. Lui stesso si è definito un uomo con «le cul bas», che può voler dire tutto e niente, ma era certamente una parafrasi adatta a descrivere il suo crollo di consensi da quando ha sfilato il “trono” da sotto il sedere di Nikolas Sarkozy: travolto da scandali di letto, i francesi erano stanchi del suo passivismo e della sua apparente inadeguatezza. Il 13 novembre, però, tutto è cambiato.

 

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Un nuovo Hollande. Dell’inattesa metamorfosi di Hollande ne abbiamo già parlato: in pochi si sarebbe aspettati che il Presidente francese riuscisse ad amministrare la situazione post-attentati di Parigi con il pugno di ferro che sta invece dimostrando. I panni di chef de guerre, invece, si stanno dimostrando su misura per lui, sin dalle 21.17 del 13 novembre, quando, seduto sugli spalti dello Stade de France per assistere all’amichevole tra Francia e Germania, è stato tra quelli che hanno perfettamente udito la prima esplosione arrivare da fuori l’impianto. Lì è iniziato tutto, è iniziato l’inferno. Hollande s’è trovato a capo di uno Stato costretto a scendere in guerra, una guerra che la Francia non aveva scelto e non avrebbe mai voluto combattere. Sebbene non sia mai stato un uomo d’azione, come ha scritto Alberto Mattioli per La Stampa, Hollande non ha perso la testa davanti a kamikaze e sparatorie, ad attentati e morti. Ha tirato un bel sospiro e ha capito che era il momento di accettare la sfida.

Il 16 novembre, davanti al Congresso, ha tenuto il suo discorso più difficile da Presidente. Anzi, il discorso più difficile che un Presidente francese abbia tenuto da decenni a questa parte. E ha fatto una scelta: attuare misure di sicurezza straordinarie giustificandole con una semplice ragione, e cioè che «la Francia è in guerra». Una svolta che ha spiazzato in primis l’opposizione: complicato opporsi a misure tipicamente “di destra” solo perché ad attuarle è un politico di sinistra. E poi la scelta dei raid aerei contro l’Isis, attuati in solitaria e senza l’appoggio delle forze NATO (tutt’al più della Russia). È con queste prese di posizione che Hollande ha dimostrato al suo popolo di essere un Capo di Stato in grado di tenere le redini di un cavallo imbizzarrito e, soprattutto, impaurito. E la gente apprezza: secondo un sondaggio del Journal du Dimanche, in novembre i francesi che lo apprezzavano erano il 20 percento, mentre adesso il consenso è salito al 27 percento. Un balzo di 7 punti percentuali che Hollande non aveva mai fatto, neppure in campagna elettorale.

 

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La rinascita del patriottismo. Anche questo atteggiamento di Hollande, oltre naturalmente ai terribili attentati di Parigi, hanno riportato in Francia uno spirito patriottico che non si percepiva da tempo. Il tricolore della Marianna è tornato a sventolare come non mai: la piccola azienda Doublet, specializzata proprio nella produzione della bandiera francese, negli ultimi giorni ha avuto un’impennata di richieste, roba che non accadeva dalla «morte del generale De Gaulle, nel 1970, o dalla vittoria ai Mondiali di Calcio del 1998», come racconta il responsabile dell’azienda. Se dopo l’attacco alla redazione di Charlie Hebdo il popolo francese si era unito sotto uno slogan, “Je suis Charlie”, oggi non c’è uno slogan, ma il simbolo dell’intera Nazione. E la Marsigliese! Risuona dappertutto, anche nella da sempre ostile e indipendentista Corsica, dove i tifosi del Bastia, prima della partita della loro squadra, hanno deciso di intonarla.

Ma il dato realmente più incredibile di questo cambio di passo patriottico della Francia è relativo alle domande di arruolamento all’esercito francese, raccolte da Anais Ginori su Repubblica: nell’intero 2014 sono state 120mila, mentre nei primi 10 mesi del 2015 sono già arrivate a quota 150mila, con un boom negli ultimi 10 giorni. In primavera il Governo ha messo a punto un nuovo servizio militare volontario a cui si sono iscritti già mille ragazzi e oggi alcuni parlamentari, sia di destra che di sinistra, rilanciano anche l’ipotesi della leva obbligatoria, abolita quasi 20 anni fa.

 

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L’odio verso l’Islam. Oltre a queste “ripercussioni” positive, però, il clima di tensione che si respira in Francia negli ultimi giorni ha portato con sé anche un netto aumento dei casi di islamofobia. L’ha raccontato Giuliano Foschini su Repubblica: in Francia, come in tutta Europa, si sta registrando un boom di minacce, fisiche e verbali, contro l’Islam. Aggressioni fisiche a uomini e donne, copie del Corano bruciate in piazza, scritte offensive sulle moschee: l’osservatorio contro l’islamofobia ha contato 24 atti anti musulmani dal 14 novembre a oggi in tutta la Francia. I casi “francesi” degli ultimi giorni sono svariati: dal giovane Jessim, 17 anni, picchiato a sangue da un gruppo di persone per le strade di Lione, alla donna presa a pugni a Marsiglia da un uomo che le gridava “Terrorista!”; dal ragazzo di origine turca accoltellato a Cambrai da un uomo sceso da un’auto che viaggiava con una bandiera francese sul tetto, alle copie del Corano bruciate in piazza durante una manifestazione a Calais. Il Consiglio francese dei musulmani ha lanciato diversi appelli, anche alla stessa comunità islamica: «Capiamo che in una situazione come questa possano crearsi degli equivoci. Per questo non dobbiamo mai stancarci di ribadire il nostro rifiuto categorico e inequivocabile di ogni forma di violenza o di terrorismo». Ma basterà? La sensazione è che nella cosiddetta “generazione Bataclan” si stia creando una frattura sociale di dimensioni enormi. E preoccupanti.

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