Una silenziosa collaborazione

La guerra all’Isis corre in rete Le mosse dei colossi del web

La guerra all’Isis corre in rete Le mosse dei colossi del web
09 Dicembre 2015 ore 15:30

È cosa risaputa he l’utilizzo di internet da parte dello Stato Islamico è uno degli strumenti fondamentali per la comunicazione ma soprattutto per la diffusione della propaganda estremista, in grado di arruolare ogni giorno nuovi seguaci in tutto il mondo.

Una collaborazione silenziosa. Facebook, Google e Twitter hanno così deciso di unire le forze per combattere la propaganda online dell’Isis. I colossi del web tuttavia vorrebbero evitare che si diffonda la percezione che stiano aiutando le autorità attraverso una stretta collaborazione con le forze di polizia. Le “big three” hanno spiegato il funzionamento delle proprie politiche di censura, in grado di bloccare ogni contenuto contrario ai termini e alle condizioni accettate dagli utenti, mentre per ogni altro caso è necessario l’intervento del tribunale che richieda il blocco o la rimozione di un determinato contenuto. Secondo quanto riferito da Reuters, i vertici delle società sono però molto preoccupati dalla diffusione di queste notizie: una stretta collaborazione con i governi occidentali potrebbe infatti aprire le porte ad un’infinita lista di richieste da parte di tutti i Paesi del mondo.

 

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La figura stessa dei big di internet è sempre stata vista come contrapposta ai poteri forti della politica, emblema di un territorio ben delimitato mentre la rete è l’emblema dell’abbattimento dei confini; un coinvolgimento di questo tipo farebbe apparire Google, Facebook e Twitter, agli occhi degli internauti, come assoggettati a questi poteri. Per questo motivo, almeno per ora, le tre società hanno dichiarato di non trattare le «lamentele» dei governi in maniera differente da quelle di qualsiasi altro cittadino, a meno che non ci siano ordini dai tribunali. Intanto, però, giovedì 3 dicembre il primo ministro Francese Manuel Valls e la Commissione europea hanno incontrato, in sedi separate, i rappresentanti di Facebook, Google, Twitter e di altre compagnie a cui è stata espressamente richiesta una rapida azione contro l’incitamento online al terrorismo e all’odio.

Primi passi. Ci sono voci che confermano alcuni accordi presi, come quello che prevede l’inserimento di qualsiasi segnalazione di minacce e di incitamento all’odio o alla violenza tra i casi di diretta competenza delle rispettive compagnie, permettendo di rimuovere certi contenuti senza l’intervento di giudici e avvocati. Twitter ha rivisto la sua politica sugli abusi per poter bloccare un maggior numero di contenuti che incitano alla violenza e per agire con maggiore rapidità, mentre Facebook ha dichiarato di aver bloccato già a partire da quest’anno qualsiasi contenuto a favore del terrorismo. Google, sulla sua piattaforma YouTube, ha implementato un programma (poco conosciuto) chiamato Trusted Flagger, che ha permesso alla polizia inglese, in collaborazione con un’organizzazione per i diritti umani, di segnalare un gran numero di video pericolosi e di prendere immediati provvedimenti. I portavoce di Google non hanno voluto rivelare quante segnalazioni siano state inviate, ma hanno dichiarato che la maggioranza sono basate su violazioni dei termini e delle condizioni già in vigore da anni sulla piattaforma di streaming.

 

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Una delle maggiori preoccupazioni è che questi strumenti possano essere usati da governi repressivi per censurare contenuti considerati non graditi e quindi limitare la libertà di espressione dei cittadini. Nicole Wong. ex legale di Twitter e Google, ha dichiarato: «Le compagnie di tecnologia sono giustamente caute, perché sono attori globali e se costruiscono qualcosa per un proposito, non sanno se potrà essere usato anche per qualcos’altro».

Il lato positivo dei social. La sottosegretaria di Stato francese con delega al digitale, Axelle Lemaire, ha discusso della mobilitazione digitale in occasione dei tragici fatti di Parigi del 13 novembre, con una serie di azioni e strumenti che mostrano il lato più positivo di internet, capace non soltanto di dividere ma anche di unire. È il caso del Security Check implementato da Facebook, un semplice meccanismo che permette di comunicare con pochi click di non essere in pericolo e di tranquillizzare i propri cari anche in situazioni tragiche in cui le comunicazioni sono ridotte ai minimi termini. Mentre gli scontri erano ancora in atto, su Twitter si diffondevano invece gli hashtag #PorteOuverte e #RechercheParis, utilizzati per dare aiuto e mostrare solidarietà alle persone rimaste vittime, in modo diretto o indiretto, degli attentati di Parigi: i parigini hanno aperto le porte delle proprie case per dare rifugio e primo soccorso a chiunque stesse fuggendo dagli attacchi.

Un nuovo incontro è stato già fissato per gennaio e il primo ministro Manuel Valls ha sottolineato l’importanza e il valore di questi strumenti, chiedendo ai colossi di internet una riflessione sul tema ma soprattutto una proficua collaborazione per migliorarne l’efficacia. L’impressione, dopo questi primi meeting, è che il problema sia stato affrontato in maniera più approfondita che in altre sedi, comprendendo finalmente la reale utilità del mondo social in molti suoi aspetti. È ormai chiaro, infatti, che i metodi di comunicazione utilizzabili dai terroristi sono pressoché infiniti e praticamente impossibili da tracciare, a partire dalle piattaforme che offrono messaggi cifrati, fino ad inoltrarsi nell’oscuro deep web. È fondamentale, quindi, che si instauri anche un dialogo positivo sull’uso dei mezzi virtuali.

 

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Ma la vera lotta al terrorismo che coinvolge Google, Facebook e Twitter riguarda la diffusione della propaganda dello Stato Islamico. Gli attentati negli Stati Uniti e sulla metropolitana di Londra hanno confermato come spesso non sempre dietro a simili gesti si nasconda un’organizzazione militare o una fitta rete di contatti: basta che un singolo individuo abbia accesso a determinati contenuti di propaganda perché nasca una possibile minaccia per un governo e la sua popolazione.

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