«Non siamo più di fronte a un'emergenza»

La lettera di Gori sui migranti e i motivi per cui l’ha scritta

La lettera di Gori sui migranti e i motivi per cui l’ha scritta
23 Settembre 2016 ore 11:30

Due dei più rappresentativi sindaci del Pd, negli ultimi giorni, hanno deciso di prendere in mano carta e penna e far giungere in quel di Roma un messaggio chiaro al premier Matteo Renzi sul delicato tema dell’immigrazione. Il primo a muoversi in tal senso è stato Giuseppe Sala, neo primo cittadino di Milano, che il 19 settembre ha inviato a Repubblica una lettera rivolta proprio all’esecutivo. Il sindaco meneghino, noto renziano, chiede «un cambio di passo» perché «l’accoglienza non continui a pesare come un macigno sempre più pesante sulle spalle della città». La preoccupazione dell’amministratore è che venga elaborato «un piano nazionale che stabilisca un’equa distribuzione sul territorio dei profughi». E dunque «il governo, soprattutto un governo di sinistra, deve provvedere a una nuova e efficace politica di integrazione, pianificata e dotata dei mezzi finanziari adeguati per far uscire da una condizione di provvisorietà le migliaia di profughi che stazionano nella nostra città come in altre parti del Paese».

A questa lettera ha fatto seguito, il 22 settembre, un’altra missiva, pubblicata anche questa volta da Repubblica e scritta da un altro dei principali esponenti dell’Amministrazione locale renziana in Italia: Giorgio Gori, primo cittadino di Bergamo. Ma a differenza di Sala, Gori va oltre, proponendo un nuovo modello di integrazione dei migranti. Ecco il testo integrale della lettera del sindaco orobico.

 

 

Caro Direttore,

ha fatto bene il sindaco di Milano a indicare la necessità di un piano nazionale di accoglienza e integrazione dei migranti. Matteo Renzi conduce una giusta battaglia per un maggiore coinvolgimento dell’Europa e per una politica di investimenti che riduca i flussi dall’Africa. Il fronte interno mostra però molte criticità.

Fino ad oggi abbiamo affrontato la questione come un’emergenza: non lo è. Siamo di fronte ad un fenomeno di lunga durata, mosso da variabili che non smetteranno esercitare la loro spinta. Per parecchio tempo siamo stati un luogo di transito. Con la chiusura delle frontiere siamo diventati una destinazione finale. Qui arrivano e qui rimangono. Ecco perché l’emergenza sta esplodendo. In particolare, in quei pochi Comuni  —  500 su 8.000  —  che portano sulle spalle tutto il carico dell’ospitalità.

Sia Sala che Piero Fassino hanno sottolineato questo aspetto. La base dell’accoglienza va assolutamente ampliata e l’unica strada è una seria incentivazione dei Comuni centrata sullo sbocco delle assunzioni. Non basta, però. Fin qui ci siamo prodigati a tappare i buchi. Ora ci serve un piano nazionale. Che tenga conto di due evidenze:

1) La gran parte dei richiedenti asilo è destinata a vedere respinta la propria istanza. A Bergamo, dall’inizio dell’anno, i “no” della Commissione territoriale sono stati il 93%. Qualcuno verrà riammesso dai Tribunali, ma il 75–80% resterà fuori (la gran parte dei migranti arriva da Paesi in cui non sono riconosciuti conflitti o persecuzioni).

2) Per questi “diniegati” la legge prevede il rimpatrio, ma i rimpatri eseguiti sono un’eccezione. Mancano gli accordi bilaterali con i Paesi d’origine (tutt’altro che facili da fare) e ci sono grossi problemi burocratici ed economici. Per rimpatriare 10.000 migranti servono 116 voli e 20.000 poliziotti. Ogni rimpatrio assistito costa tra i 3.000 e i 5.000 euro. Non è quindi realistico (almeno nel breve) che se ne possano fare molti di più.

I “diniegati” restano dunque qui, espulsi dai luoghi di accoglienza, senza documenti, senza soldi, senza un luogo dove stare, irregolari consegnati ad una vita di espedienti e di attività illegali, in attesa di trasformarsi in un problema di sicurezza e di ordine pubblico. È chiaro che così non possiamo andare avanti. La domanda cui dobbiamo rispondere riguarda il destino di queste persone. Quale vogliamo che sia? Oggi la gran parte è destinata alla marginalità e all’illegalità. Io penso che chi tra loro ha voglia di fare, di imparare e di rispettare le nostre leggi  —  da qualunque Paese arrivi  —  debba poter fare un percorso di integrazione.

Ciò che serve è un iter strutturato, standardizzato, obbligatorio, che preveda l’apprendimento dell’italiano e di elementi culturali di base, accompagnato da attività lavorative (centrate sulla manutenzione del territorio) e da moduli di formazione professionale. Oggi questo accade (in parte) solo nelle strutture SPRAR, e riguarda unicamente i (pochi) profughi cui è stato riconosciuto il diritto di protezione. Non basta: lo schema va esteso a tutti i richiedenti e attuato sin dalla fase di seconda accoglienza, ben prima che le commissioni si pronuncino, moltiplicando le strutture SPRAR e i luoghi di accoglienza diffusa.

Chi non accetta le regole di ingaggio dev’essere rimpatriato in via prioritaria. Soprattutto, impegno e livelli di apprendimento dei migranti devono essere misurati e diventare decisivi ai fini della concessione del permesso umanitario. Che non può essere concesso a tutti, ma solo a chi accetta un patto fondato su formazione, lavoro e concreta volontà di integrazione. Solo così  —  cambiando radicalmente le regole d’ingaggio  —  possiamo evitare di dissipare totalmente lo sforzo prodotto durante la fase di prima/seconda accoglienza dei migranti. Solo così possiamo evitare di “diseducarli” lasciandoli per quasi due anni senza far nulla, e insegnare loro che l’accoglienza ricevuta richiede una “restituzione”. Solo così possiamo ridurre il numero dei rimpatri da eseguire ed evitare di generare una massa crescente di irregolari indirizzati verso attività illegali. Solo così  —  io credo  —  possiamo iniziare a collegare accoglienza e percorsi di integrazione, immigrazione spontanea e governo dei fabbisogni demografici.

 

richiedenti-asilo

 

La lettera di Gori ha avuto, come da previsione, un’eco nazionale, tanto che il sindaco, la sera del 22 settembre, è stato chiamato come ospite a Omnibus su La7 per parlare del tema immigrazione, che va ben oltre i confini cittadini. Qualcuno l’ha letta come l’ennesima dimostrazione della volontà del primo cittadino di guardare più in là delle Mura, magari alla Regione Lombardia. In un’intervista rilasciata a L’Eco di Bergamo il 23 settembre, però, Gori sottolinea con maggior chiarezza come il problema sia, in realtà, prettamente locale, ma che andrebbe affrontato a livello nazionale per essere risolto. Il sindaco spiega ad esempio che la strada migliore per ampliare la platea dei Comuni che accettano di ospitare dei richiedenti asilo è «l’incentivazione:  il governo deve smettere di dire che lo farà ma mettere sul tavolo cose concrete. La più chiara e consistente è lo sblocco delle assunzioni. Tutti i Comuni italiani sono in deficit di personale perché hanno avuto limiti al turnover». In altre parole, vedere anche questa presa di posizione di Gori come una presa di posizione politica, una “sgomitata” per farsi spazio nel panorama politico italiano e non più soltanto bergamasco, è forse azzardato. Anche perché basta leggere le cronache locali quotidiane per accorgersi che il problema della gestione dei migranti è quanto mai legato al territorio e non certo campato per aria.

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