«lassù la vita è faticosa, dura, spesso solitaria»

La lettera di Messner sulla Gazzetta in difesa della montagna selvaggia

La lettera di Messner sulla Gazzetta in difesa della montagna selvaggia
22 Agosto 2019 ore 04:00

Sulla Gazzetta dello Sport di mercoledì 21 agosto, l’alpinista, esploratore e scrittore italiano Reinhold Messner ha scritto una sorta di lettera aperta in difesa della «montagna selvaggia». Uno scritto che si ricollega agli articoli che, tra luglio e agosto, noi di BergamoPost abbiamo scritto riguardo la situazione delle nostre cime e che si collega alle tante polemiche che hanno accompagnato l’iniziativa promossa dal CAI Bergamo intitolata “Save the Mountains”. Per questo abbiamo pensato di riproporvi lo scritto di Messner.

 

Sono nato in montagna, in una stretta valle sotto le Odle. Ho scalato per vedere cosa c’era oltre quelle cime. Ma, anche se sono andato fino in vetta alle più alte montagne, continuo ad amare quelle fra le quali sono cresciuto: le Dolomiti, le Alpi. L’ho scritto anche in un libro che, in Svizzera, Mountain Wilderness vorrebbe usare come una sorta di suo manifesto. In Italia invece il cieco integralismo porta a falsare quegli stessi concetti che da sempre esprimo.

Come diceva Walter Bonatti, la montagna senza l’uomo è solo un mucchio di sassi. Parlava di quella inospitale, che soltanto gli alpinisti vanno ad affrontare. Quella che spero resti selvaggia, per offrire anche alle future generazioni la possibilità di vivere l’avventura fino a che non si sarà tutta sbriciolata, come purtroppo sta avvenendo sempre più velocemente. Destino inevitabile: sono i cicli della natura. Ma alla stessa maniera spero che resti viva anche l’altra montagna. Quella che l’uomo con la sua fatica ha “costruito”. Non parlo di impianti e di piste, ma di coltivazioni, di prati, di alpeggi. Fino al limite delle rocce scoscese. Quella montagna che purtroppo in larga parte delle valli italiane è stata abbandonata. Perché lassù la vita è faticosa, dura, spesso solitaria.

In alto, grazie all’alpinismo, e in basso, grazie all’umile lavoro dei contadini e dei pastori, la montagna è anche cultura. Per questo penso che sia giusto far vivere ogni malga e favorire chi vi lavora la terra, vi alleva animali, vedendo sul piatto il frutto delle proprie fatiche. Che oggi non possono e non devono essere pesanti come in passato. Altrimenti nessuno resterà lassù a difendere il paesaggio e la natura, a vantaggio non solo dei turisti, ma di tutti.

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