Maledetto Covid!

La lettera straziante di una ragazza bergamasca: «A ottobre mi sposo, ma senza papà e nonna»

La lettera straziante di una ragazza bergamasca: «A ottobre mi sposo, ma senza papà e nonna»
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Di seguito riportiamo la lettera che una ragazza bergamasca, di nome Monica, ci ha scritto. I primi a pubblicare le sue parole sono stati i colleghi del Corriere della Sera, il 7 giugno scorso. Ma hanno scelto (per ragioni di spazio) di limitarsi a un estratto. Monica ci ha poi inviato l'intera sua lettera e ora la pubblichiamo integralmente.

Si tratta di parole che vanno dritte al cuore. Ci hanno commosso e raccontano, in modo delicato e sincero, quello che un po' tutti noi bergamaschi abbiamo provato e proveremo. Quel dolore che il Coronavirus ha portato nelle nostre vite e che non ci abbandonerà mai, sebbene lentamente andremo tutti avanti.

«Oggi, 23 aprile 2020, altre 464 famiglie sono state distrutte, sono state raggiunte da quella telefonata. Quella che per giorni speri di non ricevere, e poi improvvisamente arriva. Il medico con un filo di voce te lo comunica: “Mi dispiace, abbiamo fatto il possibile, ci sono state delle complicanze. Andrea non ce l’ha fatta”. Il tuo cuore cessa di battere, il respiro si ferma, devi reagire, devi rispondere, ma il tuo corpo non reagisce. Trovi la forza per sussurrare un “grazie” a colui che si trova dall’altra parte della cornetta, chissà che faccia ha, pensi, e poi attacchi.

Oggi 464 famiglie hanno ricevuto questa telefonata. Io sono una ragazza di 27 anni e so come funziona, perché l’ho vissuto e ve lo vorrei raccontare per farvi capire cosa significa morire ai tempi del  Coronavirus, vorrei raccontarvelo per farvi capire cosa rimane alle famiglie spezzate che sono a casa chiuse nel loro dolore, vorrei raccontarvi quello che dovreste sentire nel cuore nell’apprendere che oggi 464 persone sono morte. Non sono numeri, sono persone, sono madri, sono padri, sono nonni, sono zii, sono figli, sono amici. Sono persone normali come voi. Erano persone come voi. Avevano la loro vita, avevano la loro famiglia, amavano, ridevano, parlavano, urlavano, piangevano, facevano piani per il futuro, leggevano, respiravano.

Ma quando ricevi quella telefonata tutto si ferma. Il tuo cuore si frantuma. E quindi io voglio che capiate che oggi i cuori di 464 famiglie si sono frantumati. Niente abbracci, niente fiori, nessuna spiegazione, nessun saluto alla persona che ami. Niente. Intorno a te resta solo il vuoto. Un vuoto straziante, un vuoto assordante, un vuoto che non ti lascia pensare, non ti lascia respirare. Non sai cosa fare, sai solo che a chilometri di distanza, in chissà quale stanza di ospedale il cuore di tuo papà ha smesso di battere. Non l’hai salutato quando l’ambulanza l’ha portato via, non l’hai più visto, non l’hai potuto sentire neanche al telefono per dirgli “Ti voglio bene”, il tempo di vederlo andare via ed era in Terapia Intensiva. Resti confuso, sei spaesato, aveva solo la febbre, poteva essere solo un’influenza, ci hanno detto così. Ma ora è in Terapia Intensiva. Cosa vuol dire? Sta male? Soffre? Ce la farà? Dopotutto è giovane, ha solo 59 anni, non ha nessun tipo di patologia, è sano. Sono tutte informazioni positive. O almeno lo credi, ti aggrappi con ogni forza a queste uniche informazioni che hai: è giovane, è sano, è forte. Quando tutto sarà finito gli dirò che è stato fortissimo, che ha combattuto il virus.

Hai tante domande, non capisci come sia successo, ma non ci sono risposte, nessuno ti spiega cosa sta succedendo. E a te non resta niente se non sperare. Per 14 giorni ho sperato, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, ogni secondo che lui si riprendesse. Ogni giorno l’ospedale chiama: “È stabile”. Questo è quello che ti dicono: “È stabile”. Fanno del loro meglio, ma questa malattia è lunga e non ha una cura, possono solo tentare e sperare che il fisico del malato reagisca alle terapie. Ogni sera in quei 14 giorni scrivevo un messaggio a mio papà per dargli la buonanotte. Il suo telefono era spento, io lo sapevo, ma non volevo lasciarlo solo in ospedale e una volta uscito li avrebbe letti tutti e avrebbe capito che non era solo e che non avevo mai smesso di pensarlo. Gli raccontavo di come andavano avanti le nostre vite in quarantena. Gli ho raccontato che la sua amata Atalanta ha vinto contro il Valencia, vedere la partita senza di lui è stato strano. Gli raccontavo di come gli uccellini avessero iniziato a cantare la mattina, lui amava il canto degli uccellini, poteva stare ore sotto alla sua betulla preferita in giardino, chiudere gli occhi e ascoltare il loro canto. Gli ho raccontato di quanto mi mancasse non poterlo chiamare per raccontargli tutto questo. Gli ho raccontato di come ogni giorno Bergamo stesse cambiando. Il 19 marzo gli ho fatto gli auguri per la festa del papà, gli ho mandato una nostra foto insieme: io mi ero appena laureata e lui mi abbracciava orgoglioso.

Quando arriva la telefonata capisci che è finita, non c’è più da sperare e che i messaggi che gli hai lasciato non li leggerà mai. Mio papà è morto lunedì 23 marzo alle ore 15.07 dopo 14 giorni di Terapia Intensiva. I funerali sono vietati, sono ammesse solo delle benedizioni. Alla sua benedizione eravamo in 4: mia mamma, mia sorella più grande, io e mio fratello più piccolo. Ha solo 20 anni, non è giusto. Andrea, il compagno di mia sorella, e Alberto, il mio, con il quale conviviamo, non sono potuti venire perché “non siamo sposati”. Sono ammessi solo i parenti stretti. La solitudine si insinua nelle tenebre che da tre giorni sono calate sulla nostra famiglia. Riceviamo tantissimi messaggi da tutti gli amici che gli volevano bene, riceviamo tantissime telefonate ma non riceviamo neanche un abbraccio, neanche una stretta di mano, non possiamo guardare i nostri amici, i suoi amici, negli occhi e dirci silenziosamente che mancherà a tutti il suo sorriso.

So cosa dovranno affrontare le famiglie delle 464 persone decedute oggi, sarete soli, e dovrete cercare di trovare tutta la forza che potrete per affrontare tutto questo. Il giorno dopo il funerale di mio papà mia nonna si è ammalata: “Sospetto Covid”. Per lei non c’è niente da fare, ha 94 anni, una sola persona può starle vicino nei suoi ultimi giorni. So che sta morendo ma non posso andare a darle l’ultimo bacio sulle sue guance così lisce, non posso andare da lei e dirle che le voglio bene, non posso dirle grazie per tutto quello che ha fatto per me. Puoi solo aspettare che arrivi un’altra telefonata. Mia nonna è morta domenica 9 marzo dopo 5 giorni di malattia. Alla benedizione i nipoti non possono partecipare, possono partecipare solo i figli, gli assembramenti sono vietati.

Non ho potuto dire addio a mio papà, il mio maestro e non ho potuto dire addio a mia nonna, la mia guida.

Ma prima che tutto questo arrivasse sono riuscita a dire a mio papà che mi sarei sposata ad ottobre, è stata la prima persona a cui l’ho detto, era così felice. E ridevamo perché era spaventato di dovermi portare all’altare, e lo prendevo in giro, gli dicevo che avremmo avuto tutto il tempo per fare le prove, doveva solo tenermi stretta al braccio e camminare in avanti. Mia nonna invece era preoccupata perché non aveva niente da mettersi, a 94 anni ancora ci teneva al suo aspetto. Per l’occorrenza aveva detto che si sarebbe comprata un abito nuovo, era un giorno importante. Ma oggi, mentre scrivo questa lettera per arrivare al cuore di chi crede che tutto questo sia solo di passaggio e che andrà tutto bene, io so che mia nonna non avrà mai il suo abito nuovo, e mio papà non mi accompagnerà mai all’altare.

Quanta sofferenza. La mia e di tantissime persone come me. Spero che ognuno faccia la sua parte affinché tutto ciò non si ripeta».

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