La contromossa del colosso americano

La libreria che ha sfidato Amazon (ma che, alla fine, ha già perso)

La libreria che ha sfidato Amazon (ma che, alla fine, ha già perso)
13 Ottobre 2015 ore 14:50

Il 7 dicembre 1942 le truppe aeronavali giapponesi attaccarono la base navale di Pearl Harbor, nelle isole Hawaii, formalizzando di fatto l’ingresso degli Stati Uniti d’America nella Seconda Guerra Mondiale; il 10 settembre 2015 la catena di librerie giapponesi Kinokuniya (56 librerie sparse per il Paese e una ottantina nel mondo) ha dichiarato guerra a Amazon (colosso della editoria on-line di Seattle, USA) acquistando il 90 percento delle copie della prima stampa del libro dello scrittore giapponese Haruki Murakami, per poi redistribuirle alle librerie nipponiche con il fine dichiarato di sostenere l’editoria fisica, contro l’ingerenza dei grandi rivenditori online.

Insomma, cari giapponesi, anche se siete i più grandi lettori di ebook al mondo (perché a voi la tecnologia piace), d’ora in poi se volete leggere Murakami dovete andare in libreria e comprare un libro fisico, tangibile, con le pagine che ingialliscono e che funziona anche senza corrente. Ebbene sì, i samurai sono tornati e i “Gajin” (termine velatamente razzista per indicare lo straniero) devono cominciare a tremare. I giapponesi non sono più i romantici kamikaze che si gettavano in picchiata sulle navi americane pur di vincere la battaglia; ora sono qualcosa di più vicino agli strateghi del Risiko in salsa verde (quella dei dollari si intende) o blu (se preferite pagare in Yen). Se siete in cerca di romanticismo made in Japan andate alla festa dei ciliegi a fine marzo (si chiama Hanai, se siete interessati), qui si fa la guerra.

 

 

Cerchiamo di capire il problema: le librerie sono in crisi, la gente preferisce stare sul divano e comprare un ebook con un click piuttosto che alzarsi, prendere la macchina, andare in negozio e pagare per qualcosa che se va bene tra un mese prederà polvere su uno scaffale. Si, tutto giusto, nulla da eccepire, ma tu, caro lettore, ti sei appena comprato una libreria da Ikea, l’hai montata e ti piace la polvere. Il problema è che loro non vogliono voi, vogliono le altre milioni di persone che vi circondano. È così che le librerie hanno iniziato a chiudere e qualcosa ce lo si doveva pure inventare; nello specifico: prendere lo scrittore giapponese più famoso, farne un martire della causa acquistando le prime copie del suo ultimo libro, tenerne per sé il 40 percento, redistribuire a basso costo il restante alle piccole librerie del Paese e aspettare che il “volano” (parola cara al Montezemolo crozziano, ma dal dubbio significato) si metta in moto, inducendo il giapponese medio a riscoprire il piacere della lettura su carta e, perché no, il buon cuore delle catena di librerie più grande del Giappone.

Alla ricetta della vittoria mancano solo due cose: il generale che dimostra di crederci, e qui Hitoshi Fujimoto, boar member della Kinokuniya, dichiarando che «this is not an experiment but our new business with certain calculated risk» (questo non è un esperimento, ma il nostro nuovo modo di fare affari) ha aiutato parecchio, e il giusto patriottismo nipponico alimentato dal racconto che il primo store della Kinokuniya, aperto nel 1927 a Shinjuku (quartiere centrale di Tokyo), fu raso al suolo da un incidendo causato da un raid aereo a stelle e strisce nel 1945. Ora è tutto pronto, si va alla grande, Amazon deve perdere. Piccolo problema: Amazon nel 2014 ha fatto utili per 92 milioni di dollari, e non si fanno tanti soldi se si è un fessacchiotto pronto a farsi fregare dal primo rigurgito di patriottismo asiatico, quindi la suddetta multinazionale ha contattato l’editore e lo ha “convinto” a vendergli 5mila copie del libro della discordia. Game over.

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