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Andrà all'asta

La questione della casetta di Up! (ma vista da un’altra prospettiva)

La questione della casetta di Up! (ma vista da un’altra prospettiva)
Cronaca 16 Marzo 2015 ore 19:05

La storia ha fatto quello che la protagonista si è persa l’occasione di fare, cioè il giro del mondo. E la storia è questa: Seattle 2006, una signora di ottantaquattro anni, Edith Macefield – la cui biografia si trova anche su Wikipedia -, rifiuta l’offerta di un milione di dollari (tanti, maledetti e subito) per lasciare la casetta in cui abita da sessant’anni. La proposta indecente le era stata avanzata dall’impresa costruttrice del centro commerciale Ballard Blocks che doveva sorgere – ed in effetti è sorto – sul terreno adiacente al suo, circondando il perimetro della proprietà con mura di cemento alte qualche decina di metri.

Due anni dopo il gran rifiuto, 2008, Edith muore, lasciando l’immobile – mai nome fu più adatto – a Barry Martin, il supervisore del progetto del centro commerciale. Segno che Barry era stato davvero molto cortese con lei – personaggio stranissimo, al punto da essere stata sostenuta economicamente, negli ultimi suoi tempi, dagli stessi operai che avrebbero dovuto demolirle la casa. Martin riuscì poi a vendere la villetta alla compagnia Reach Returns (Alti rendimenti; nome sbagliatissimo, come vedremo) che ne aveva in progetto la riqualificazione per farne il punto di attrazione di una nuova piazza chiamata Credo Square. Ma credevano male perché l’iniziativa fallì e la casa è attualmente all’asta. Probabilmente andrà alla Ballard Blocks che – offertala alle ruspe – potrà finalmente utilizzarne il suolo e la cubatura per completare il progetto. In tutto questo tempo qualcuno ha avuto la felice idea di legare dei palloncini colorati sul tetto per segnalare che si trattava della casa da cui è nato Up!, il film della Pixar (2009) che racconta la storia di un vecchietto che, per non dover abbandonare la casa in cui aveva vissuto, decide di farla decollare – con se stesso dentro – appendendola come una navicella ai palloncini che vendeva nelle fiere e nei parchi della città.

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Il mondo ricorda la casetta della signora Edith come un simbolo della lotta del debole contro il potente. Ma noi ci permettiamo di eccepire. Per diverse ragioni. La prima è che un milione di dollari può trasformare una sciagura – la costruzione di un centro commerciale a ridosso della propria abitazione – in un’opportunità straordinaria. Pur ammettendo che uno non voglia passare il resto dei suoi giorni a girare il mondo, potrebbe sempre usare almeno una parte di quella fortuna per far del bene alla gente. Non è che le occasioni manchino, anche senza allontanarsi troppo da Seattle. Se la signora si fosse rivolta al sindaco della Valbrebambana Busi, lo vedevi cosa ne veniva fuori, da quel milione.

La seconda è che una casa non coincide con la sua cubatura interna: vive in un contesto. Le sue finestre si aprono sul mondo, non servono solo a dar luce alle poltrone e alle foto dei parenti morti. Se il fuori cambia  (e in questo caso è cambiato radicalmente) la casa non è più la stessa. A meno, ovviamente, che uno abbia sempre pensato che i vetri servano solo da fuori a dentro e non viceversa perché il fuori, in fondo, è irrilevante. La rovina del paesaggio italiano dipende da questa inversione: uno si fa la casa, e il resto vada pure in malora. Non è una bella cosa. Anni fa qualcuno mi disse – non so se la cosa sia vera, ma se lo fosse sarebbe meravigliosa – che Trento Longaretti, il pittore, si era comprato la prospettiva che gli permetteva di vedere Bergamo da casa sua. Tecnicamente si tratta di una “servitù” che avrebbe impedito a chiunque di costruire entro la piramide visiva avente al vertice la sua abitazione. Questo significa propriamente una casa. E poi c’è la questione Caravaggio, la Vocazione di san Matteo di cui si è già parlato. Uno degli aspetti affascinanti di quel quadro è dato da un particolare così diffuso che difficilmente si nota: la scena è posta in un ambito che non si capisce se sia dentro o fuori. Dentro l’osteria o davanti ad essa. È la condizione architettonica della vocazione secondo il pittore: chi ti chiama – in quel caso Cristo stesso -,  ti chiama ad uscire da te stesso o non ti permette invece di diventare più te stesso?

 

 

Gli eventi della vita, per dirla con la Ballard Blocks, sono (soltanto) sciagure, o possono avere dei Reach Returns, come per altro sostiene il film che da questa vicenda sarebbe nato? Il meraviglioso cartone dice infatti che il signor Fredricksen sfrutta l’occasione che gli è data non per barricarsi nella propria nostalgia, per escludere il cemento che incalza, ma per raggiungere finalmente il centro del suo cuore, ossia il luogo remoto del proprio desiderio, il luogo magico attorno al quale aveva costruito l’avventura della vita con sua moglie. Vola verso la vita, la sua casetta. Gli regala l’esperienza della paternità, gli fa capire in cosa consista la realtà vera, quella che sta al di là del muro dei sogni e dei rimpianti. Torna ad onore degli sceneggiatori della Pixar aver operato questa inversione dello spunto iniziale.