È nato un ambulatorio Caritas

La salute è ormai roba per ricchi

La salute è ormai roba per ricchi
28 Febbraio 2017 ore 07:00

«Abbiamo posto a fine maggio». È il pomeriggio del primo martedì di febbraio, alla clinica San Francesco. Guardo incredulo l’impiegata, sussurro: «Fine maggio?». L’impiegata mi guarda e annuisce. Mi ero presentato con l’impegnativa del medico di base per una ecografia all’addome. Mi ero seduto nella poltroncina, in attesa del mio turno. Eccolo. Mi sono alzato sono andato allo sportello, la signora ha raccolto il foglio del medico, ha scrutato il computer. Poi la sentenza: «Abbiamo posto a fine maggio». Quasi quattro mesi di attesa. Farei a tempo a morire, come si dice spesso in questi casi. Dico: «È uno scandalo». La signora non risponde. Aggiungo: «Sia chiaro, lei non c’entra. Allora, guardi in privato». La signora impassibile e professionale osserva il computer, digita. Poi dice. «Giovedì prossimo alle 16.45». «Benissimo, prenoti per favore». Prenotato. Vado alla cassa e pago: 87 euro. Non poco. Non è finita.

Giorno dopo, mattina di mercoledì, centro prenotazioni della clinica Castelli, via Mazzini. Un bel po’ di gente in attesa, soprattutto persone anziane. Sono le 8.20. Attendo il mio turno, mi chiamano. Presento l’impegnativa del medico allo sportello, la prende una signora dai capelli ondulati. L’impiegata osserva, digita sul computer. Si tratta di esami del sangue e delle orine, non ci sono cose eccezionali. Alla fine la signora dice: «A posto, sono 113 euro… Sono tante… Aspetti che controllo bene». Centotredici euro di ticket. Guardo la signora mentre sta conteggiando di nuovo. Mi guarda con l’aria di chi è in imbarazzo, dice: «Sono proprio 113 euro». Rimango di stucco. Dico: «Io pago, ma un operaio, un pensionato di livello non alto, una famiglia con tanti figli come fa?». La signora mi guarda e annuisce, dice: «Non si curano. Tante persone non si curano più». L’impiegata accanto guarda me e la sua collega, dice: «Non si può andare avanti così. No, non si può andare avanti così.

Questa sanità sta diventando roba da ricchi, anche quella pubblica, quella di base. Attese lunghissime, costi alti. È accettabile? Mi viene in mente che a fine agosto ho portato mio padre in carrozzina al pronto soccorso del Papa Giovanni, aveva avuto diversi episodi emorragici nelle ultime ore alle vie urinarie. Tre ore in coda, poi una visita rapida come il vento e il verdetto: antibiotici. Quattro giorni dopo era in fin di vita per il dissanguamento ed è stato operato d’urgenza alle Gavazzeni. Per fortuna tutto è andato bene, per fortuna qui ha funzionato il sistema sanitario. Ma non c’è dubbio che ci siano parti di questa organizzazione della medicina, della cura che non funzionano e che comunque sono vitali, quanto un intervento chirurgico. Perché se rinunci all’ecografia o all’esame del sangue perché non te li puoi permettere, allora all’intervento chirurgico (gratuito) rischi di non arrivarci mai. Nel qual caso, il ticket per il posto al cimitero ci penserà qualcun altro a pagarlo.

 

 

«Faccio l’infermiera professionale, sì. So bene quello che serve per mantenersi in buona salute e so che io non posso farlo. Mediamente prendo mille e trecento euro al mese, ma devo anche aiutare mia madre che è sola e non arriva alla fine del mese. Il problema riguarda soprattutto i controlli, la prevenzione. Non si tratta di malattie in fase acuta, per quelle ci pensa il servizio sanitario nazionale e i soldi per i ticket devono per forza saltare fuori. Ma ho superato i quarant’anni, sarebbe bene che facessi controlli periodici per il cancro delle ovaie o del collo dell’utero. Per esempio. Ma, francamente, i cinquanta euro di ticket sono troppi. Da tre anni non vado dal ginecologo: cento euro per quindici minuti di visita non posso permettermeli. Per non parlare dei denti. Ho tre denti rotti e non posso permettermi la riparazione. Non mi piace, ma è così. Ma non solo per me…».

Paola Maraschi è infermiera professionale, un tempo sarebbe appartenuta al ceto medio. Adesso fa fatica a prendersi cura di se stessa. È una situazione comune, a tratti drammatica. Ma è una situazione difficilmente percepita. Il Banco Farmaceutico lo scorso sabato ha raccolto 370 mila farmaci che distribuisce gratis agli enti che si occupano dei bisognosi (si parla di quattro milioni di persone in Italia) e che riusciranno a dare una mano a circa 570 mila persone. Ma l’obiettivo è raddoppiare la raccolta. Ma questa attività riguarda le situazioni drammatiche. La realtà è più complessa e sfuggente.

 

 

Continua Paola: «Per via del mio lavoro conosco diverse persone anziane che pure hanno problemi. In teoria sarebbero esentate dal pagamento del ticket, ma in realtà a volte non è così. Mi spiego con un caso. A settembre uno di questi anziani che seguo ha avuto delle emorragie alle vie urinarie, poi la cosa è rientrata. Il medico gli ha comunque prescritto ecografia all’addome e visita specialistica urologica. Con il sistema pubblico avrebbe dovuto aspettare quattro mesi, e non era il caso. Ha dovuto fare gli accertamenti privatamente pagando cento euro la visita e poco meno l’ecografia. Ci sono queste situazioni che sono frequenti. Poteva aspettare quattro mesi? Un altro caso di questi giorni: un signore che assisto deve fare una ecografia alla tiroide, nel pubblico deve aspettare sei mesi. Allora ha dovuto accettare di farla in privato, ma sono soldi».

Persone che rinunciano a curarsi a causa dei ticket gravosi? L’impressione è che, a parte i casi di miseria estrema, in effetti ci sia una fascia di popolazione “medio-bassa” che ha difficoltà nel curarsi al meglio. I ticket dei prodotti farmaceutici non sono elevati, difficoltà molto più grandi riguardano esami e visite specialistiche. Ma anche in farmacia ci sono problemi, soprattutto per quanto riguarda integratori e farmaci di fascia C. Dicono nella farmacia Villa di Loreto: «I ticket per i medicinali generici sono bassi. Il problema riguarda la fascia C. Per esempio i medicinali riguardanti l’osteoporosi come l’acido clodronico. Oppure quegli integratori importanti in casi di neuropatie, per esempio l’acido alfalipoico, oppure anche medicinali per le patologie articolari come l’acido ialuronico; sono fiale per le infiltrazioni, ciascuna costa almeno trentacinque euro».

 

 

Cristina Colli della farmacia di Curno fa notare un altro aspetto della questione, dice: «A un certo punto, negli anni scorsi, si era arrivati alla esagerazione delle richieste da parte dei pazienti verso i medici, a un eccesso di richieste di analisi, controlli, accertamenti. Adesso la situazione è cambiata, esiste un maggior equilibrio. Dobbiamo considerare poi che le persone anziane usufruiscono di esenzioni dai ticket, che esistono le esenzioni per le patologie conclamate e che i bambini sotto i dodici anni pure non pagano nulla. In Regione Lombardia direi che stiamo ancora bene. Sebbene casi di persone in difficoltà esistano e tendano ad aumentare». Anche Giuseppe Bergamaschi, medico di base che riceve nella zona di Redona, sottolinea come «per i redditi bassi scattano le esenzioni » e che la sanità pubblica «arriva dove deve arrivare».

 

 

Ma esistono comunque situazioni non semplici da comprendere, casi diversi, delicati, al confine tra una sanità equilibrata e una sanità che può diventare ingiusta se limita il diritto dei cittadini di essere tutti uguali di fronte alla possibilità di venire curati (e non soltanto davanti alla legge). Dice Francesco Cappello, medico di base che opera nella zona di Loreto: «La nostra sanità funziona ancora bene, ma è vero che ci sono situazioni che tendono a peggiorare. In ambulatorio vedo tanta gente. Mi viene in mente che i cittadini stranieri li vedo soprattutto nel periodo di disoccupazione, quando sono esentati dal pagamento dei ticket. Quando riprendono a lavorare spariscono. Prendono stipendi bassi, non riescono a pagare i ticket. Si arrangiano. Le cose però tutto sommato non vanno male, gli anziani hanno l’esenzione, i bambini anche… però è vero che a volte i tempi di attesa per un esame possono arrivare a un anno. Noi medici abbiamo l’arma del bollino di urgenza, ma anche qui ci sono dei limiti. E poi ci sono le difficoltà delle famiglie con diversi figli, dai redditi non alti. Per i figli si fa tutto, si affronta anche qualsiasi spesa. Poi per se stessi si rimanda, si fa finta di niente, si minimizza… Non è una situazione semplice anche perché bisogna capire che il servizio sanitario affronta spese sempre più ingenti, la popolazione è invecchiata in maniera notevole in questi ultimi venticinque anni…».

 

 

Che la situazione si stia facendo non sostenibile per tante famiglie lo dimostra un altro elemento: lo scorso anno, Caritas e Casa di cura Palazzolo hanno avviato l’“ambulatorio di prossimità”. Dice don Claudio Visconti, direttore della Caritas: «Abbiamo istituito questo servizio proprio per andare incontro a famiglie con basso reddito, non parlo di situazioni disperate o di emarginati gravi perché in questi casi ci sono altre risposte. Ma esistono fasce di popolazione che arrancano anche se hanno un lavoro sicuro, che davanti alla necessità di una serie di accertamenti, di analisi, di ecografie, risonanze magnetiche, tac, non sanno come fare. Noi tentiamo di dare una risposta».

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