Era una trovata pubblicitaria

La vera storia del finto migrante e quel che di buono ci insegna

La vera storia del finto migrante e quel che di buono ci insegna
05 Agosto 2015 ore 10:03

Con buona pace di liberoquotidiano.it: «Probabilmente questa pubblicità ha raggiunto il suo obiettivo, perché bene o male se ne sta parlando. Ma sembra davvero una presa in giro nei confronti dei tanti che, sognando l’Europa, hanno perso la vita». Con altrettanta buonapace per il meno severo, ma molto più ideologico intelligonews.it: «Ma non è il caso di criminalizzare troppo Getxphoto se ha sfruttato i buoni sentimenti per interessi commerciali: in fondo gli organizzatori del festival non hanno fatto niente di diverso rispetto a certe cooperative nostrane specializzate del business dell’accoglienza».

Contenti che La Stampa, Il Corriere della Sera, Vanity Fair, Huffington Post UK e altri siano, in un primo tempo, caduti nella trappola. Contenti perché vuol dire che era stata pensata bene, non perché loro ci siano caduti. Lieti dell’intuito di Jaime Rubio Hancock, il giornalista di El País che ha scoperto tutto e che dunque ci ha reso possibile l’allegria sempre connessa con una burla buona e intelligente, noi diciamo: Grazie Diouf! Per la precisione: Abdou Diouf, senegalese come il secondo Presidente del suo Paese, ma anche come il calciatore El-Hadji Diouf e, forse questa omonimia c’entra qualcosa, come Alioune Diouf, pioniere, negli anni Cinquanta del secolo scorso, della fotografia in Senegal.

 

 

Cosa ha fatto Abdou? Per partecipare a una rassegna di fotografia – la sunnominata Getxphoto, che avrà inizio il 3 settembre e avrà come tema il viaggiare – ha postato su Instagram le foto della sua odissea di migrante dal Senegal alla Spagna. In realtà l’odissea non c’è mai stata: Diouf, giocatore in Spagna (non siamo riusciti a capire se di pallanuoto o di pallamano), è stato ingaggiato come attore non professionista da una casa pubblicitaria che doveva lanciare la rassegna e si è anche incaricata di postare le foto su Instagram. È stata proprio l’eccessiva accuratezza dei post, l’hashtag #getxophoto che llamó particularmente la atención di Jaime Rubio Hancock, a far scoprire tutto. Dobbiamo anche dire che il tipo era stato scelto molto bene: quel sorriso coll’incisivo annerito e gli altri denti fissati in maniera abbastanza casuale sulla gengiva superiore è irresistibile: impossibile non fare il tifo per lui. Ricorda la risata contagiosa di Henri Salvador – per chi ha l’età per ricordarselo.

Ma grazie anche per un’altra cosa, monsierur Diouf. Per averci ricordato, una volta di più, in che mondo viviamo. Noi viviamo nel mondo in cui ogni cosa – ogni cosa – aspetta solo il suo doppio che, impossessandosene, la rende visibile. Troppo complicato? Diciamo solo che uno degli studi più importanti – e fascinosi – sull’arte contemporanea è quello in cui  Arthur C. Danto, filosofo e critico americano di prima grandezza, affronta l’esperienza estetico-filosofica generata dal fatto che fra le confezioni di Brillo (un detersivo dell’epoca) presenti nei supermercati e il Brillo Box di Andy Warhol, che usa confezioni in tutto identiche alle altre, esiste in realtà un salto di natura: il primo è un prodotto commerciale, il secondo un’opera d’arte. La stessa cosa vale per la famosa zuppa di pomodoro Campbell. La vicenda si inserisce nel percorso aperto da quel genio che fu Marcel Duchamp, i cui orinatoi, scolabottiglie e ruote di bicicletta fissate su sgabello aprirono un’epoca del tutto nuova nella storia dell’arte. Per dirla con un altro titolo di Danto, siamo nell’epoca della Trasfigurazione del banale, dove ogni cosa può risplendere di una vita fino ad un certo momento dimenticata o creduta assente.

 

 

Abdou Diouf, che non a caso intendeva partecipare a una rassegna fotografica – e che cos’è la fotografia se non un duplicato della realtà? – ha fatto qualcosa di abbastanza simile a quel che faceva sempre Fellini, che non girò mai un film “dal vero”. Ha sempre ricostruito tutto in studio, a Cinecittà. Diouf dal sorriso impossibile – e la sua casa di produzione – hanno ricostruito un set senza bisogno di set e hanno messo insieme delle foto una più bella dell’altra.

Un paio d’anni fa girò il mondo una mostra fotografica bellissima, Idissey, nella quale il fotografo italiano Stefano De Luigi riprese con un iPhone i luoghi presunti del viaggio mediterraneo di Ulisse. De Luigi sosteneva, nell’occasione, che la cosa decisiva in una fotografia è «l’accuratezza del punto di vista», ossia il punto nel quale si sceglie di collocarsi rispetto a un oggetto. Per mostrare l’odissea dei migranti Abdou e la sua équipe hanno scelto la fiction, che è comunque un punto di vista sulle cose. Non lo hanno detto subito? Meglio per loro. E per noi che siamo così invitati a stare sempre più attenti, o ad esserlo in modo sempre più contemporaneo, al nostro punto di vista sulle cose.

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