Cronaca
«Voglio ricostruirmi, è la mia ossessione»

L'angoscia di Luz, 5 mesi dopo Cosa è rimasto di Charlie Hebdo

L'angoscia di Luz, 5 mesi dopo Cosa è rimasto di Charlie Hebdo
Cronaca 26 Maggio 2015 ore 16:22

Renard Luzier, in arte semplicemente “Luz”, lo storico vignettista di Charlie Hebdo, ha confermato che a partire da settembre lascerà la redazione di quello che, da quel 7 gennaio scorso, è diventato tristemente il giornale satirico più famoso del mondo. L’annuncio inaspettato arrivò a fine aprile, la conferma in questi giorni. Luz ha spiegato: «Non ce la faccio più a convivere con i morti tutte le notti. Ogni chiusura giornaliera è una tortura». Renard, insomma, non riesce più a proseguire il lavoro che fino a pochi mesi fa condivideva con i colleghi e gli amici massacrati in gennaio, il cui ricordo lo tormenta, lo svuota. Le sue dimissioni rappresentano l’ultimo dei tanti terremoti che negli ultimi cinque mesi hanno scosso la redazione di Charlie Hebdo, che in questo periodo sta attraversando un momento di instabilità e profonde fratture interne.

«Voglio ricostruirmi, è la mia ossessione». Le dimissioni di Luz, dunque. Sofferte, ma inevitabili, a quanto dice lo stesso vignettista. Già poco tempo dopo l’attentato, Renard aveva dichiarato di non voler più disegnare Maometto nelle sue prime pagine, poiché, disse, «mi ha stufato, come Sarkozy. Non riesco più ad interessarmi all’attualità». La perdita drammatica dei colleghi ha prepotentemente riorientato la bussola di Luzier: non più sbeffeggiare, matita in pugno, tutto e tutti, ma recuperare se stesso, «ricostruirsi» come da lui stesso affermato, perché quella del 7 gennaio è stata una tragedia che ha lasciato in Luz segni troppo profondi per attendere che il tempo faccia il proprio compito guaritore. Occorre occuparsene seriamente. Per non parlare, poi, del carico di lavoro: «Non siamo in tanti a disegnare, mi sono trovato a fare tre copertine su quattro». Un periodo di enorme difficoltà personale, dunque, che però mal si concilia con la costante e ossessiva attenzione che ormai il mondo ha su Charlie Hebdo: tutti chiedono una riscossa, una prova di forza e di indipendenza, una testimonianza di trionfo della tanto conclamata libertà di espressione violata. Luz, al contrario, vuole solo ritrovare se stesso. Cosa che oggi, lavorando in Charlie Hebdo, non è possibile.

Un manifesto inequivocabile: Catharsis. A riprova di tutto ciò, forse per sfogo o forse per far capire a tutti che quel 7 gennaio non ha solamente rappresentato uno sfregio alla libertà di stampa, Luz ha recentemente pubblicato una raccolta di sue vignette dal titolo particolare: Catharsis, “catarsi”. La catarsi, fin dai tempi della Grecia antica, è la purificazione personale attraverso la rappresentazione delle peggiori nefandezze. E così è stato per Luzier, che ha deciso di illustrare tutte le paure e le difficoltà che lo attanagliano da cinque mesi a questa parte, per tentare di non lasciarsi sopraffare da esse. Un punto che emerge chiaramente dalle vignette è l’angoscia, e sotto un certo punto di vista il senso di colpa, che attanaglia Luz in merito ai fatti del 7 gennaio: ha del miracoloso, infatti, il suo esserne uscito indenne, poiché quel giorno era il suo compleanno, e si attardò in una pasticceria per portare dei dolci ai colleghi per festeggiare, arrivando così in ritardo in redazione. Un ritardo che gli salvò la vita.

copertina catharsis
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escrescenza ginette
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vignetta microfono nel didietro
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"Ginette". Luz rappresenta questa angoscia con una specie di escrescenza, a cui da il nome di “Ginette”, che nelle vignette gli sbuca dal corpo, e che lo assilla continuamente. «Ginette è nata senza che me ne accorgessi. È apparsa a mano a mano che la paranoia cresceva. Dallo stomaco si insinua in tutto il corpo, anche nella mano, quando trema e non riesce a disegnare. È una sorta di animale domestico che non si può addomesticare», dichiara Renard. Luzier, poi, disegna a proposito della scomodità dell’essere sotto scorta 24 ore su 24, nonché dall’ansia data dalla continua pressione che il mondo della stampa esercita su di lui, raffigurandosi nell’atto di infilarsi un microfono di un cronista nel didietro. Luzier, insomma, scaraventa tutte le sue paure e le sue angosce su un foglio, grazie a quella matita che è stata delizia e ora è croce della sua vita.

La crisi di Charlie Hebdo. Tutto quanto emerge da Catharsis giustifica la scelta di Luzier di farsi da parte, mettendo a tacere le voci che vorrebbero l’attuale crisi di Charlie Hebdo dietro alle sue dimissioni. Il quotidiano, infatti, è in preda a profonde crepe interne date dall’ingente quantità di denaro che gli è piovuto addosso in seguito ai fatti del 7 gennaio. Fra donazioni di privati e incassi dati dallo straordinario numero di copie vendute la settimane successiva alla strage (ben 8 milioni), Charlie Hebdo si è trovato fra le mani la bellezza di circa 15 milioni di euro, un’enormità per un quotidiano satirico che ha sempre vissuto nelle ristrettezze e nell’auto sostentamento. L’idea iniziale di redattori e direttori era di devolvere tutta quanta la cifra alle famiglie delle vittime, ma la commissione che dovrebbe stabilire la ripartizione della somma non è ancora stata messa in piedi. Da qui, voci e paventate intenzioni differenti circa l’utilizzo di quei soldi. Tutti elementi che hanno creato tensioni all’interno della redazione, culminate nel presunto (ancora non certificato) licenziamento ai danni di Zineb el Rhazaoui, giornalista accusata di non rispettare orari e tempi di consegna dei pezzi e di «compromettere il funzionamento della redazione». L’interessata si è detta «scandalizzata» dalle accuse e ha affermato che le sue nuove condizioni di vita, definite «caotiche» e dovuta dalla strettissima sorveglianza a cui è sottoposta dal 7 gennaio, non le consentono di lavorare decentemente. El Rhazaoui accusa anche la direzione di essere poco trasparente sulla gestione dei milioni recentemente incassati e di aver affidato «il prezzo del sangue agli avvocati anziché ai dipendenti e alle vittime».

Cosa rimane, dunque, dopo 5 mesi? Charlie Hebdo, dopo 5 mesi dalla strage, è quindi un gran subbuglio di reciproche accuse, pressioni insostenibili e oscure trame economiche. Nonché, soprattutto verrebbe da dire, di persone profondamente segnate da quanto accaduto, a dispetto della lotta dura e senza paura che il mondo, forse con un pizzico di disumanità, ha richiesto loro in seguito a quanto accaduto il 7 gennaio scorso. Verrebbe quasi da pensare che aver ridotto la questione di Charlie Hebdo ad una semplice battaglia legata alla libertà d’espressione sia stato, quanto meno, riduttivo. Con la nefasta conseguenza dell’aver elevato coloro che si sono salvati ad alfieri di chissà quali ideali, esponendoli ad una pressione che, Luz lo conferma, ha avuto un che di tremendo. Solo oggi, a 5 mesi di distanza e per merito di Renard Luzier, il mondo si accorge che il 7 gennaio 2015 non venne semplicemente-forse-chissà-giustamente-erroneamente scalfita la libertà d’espressione, ma anche che alcuni uomini videro morire massacrati 12 colleghi e amici.

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