Da Vandana Shiva a Carlo Petrini

L’annosa questione degli Ogm

L’annosa questione degli Ogm
30 Ottobre 2014 ore 13:35

Nel 2013 il Premio Mondiale per la Ricerca Alimentare (World Food Prize) è stato assegnato agli scienziati statunitensi Robert Fraley e Mary-Dell Chilton e al belga Marc van Montagu. Del premio, istituito nel 1986 dall’agronomo americano Norman Borlaug, viene insignito chi «contribuisce a far progredire lo sviluppo umano, migliorando la qualità, la quantità o la disponibilità di risorse alimentari nel mondo».

I tre studiosi che se lo sono aggiudicato e spartito nel 2013 sono i leader dei gruppi di ricerca che per primi hanno applicato l’ingegneria genetica ai prodotti agricoli e lavorano rispettivamente per: Monsanto (Usa), Syngenta (Svizzera) e Plant Genetic Systems (Germania). Le tre multinazionali, con Plant Genetic Systems confluita nel 2002 in Bayer Crop Science, fanno parte delle “Big Six”, ovvero le sei grandi aziende che controllano la produzione e la commercializzazione degli organismi geneticamente modificati nel mondo (le altre sono: DuPont, Dow e Bas).

 

GEN ÄTHISCH VERÄNDERT © Herby Meseritsch

 

Che cos’è un Ogm. Viene definito organismo geneticamente modificato un organismo il cui DNA è stato rielaborato utilizzando metodi di ingegneria genetica, quindi non secondo modalità presenti in natura. Queste modifiche sono principalmente volte a creare specie resistenti a determinati pesticidi (spesso prodotti dall’azienda che si occupa di modificare l’organismo), a determinate malattie endemiche, o organismi che possano sopravvivere al clima di alcuni ambienti, permettendo così lo sviluppo agricolo anche in zone economicamente svantaggiate. Gli Ogm attualmente sviluppati, autorizzati e commercializzati sono la soia, con un 57 percento di soia geneticamente modificata sul totale di quella prodotta, mais (25%), cotone (13%) e colza (5%).

Pro e contro degli Ogm. Il dibattito tra chi è favorevole e chi no alla coltivazione e al consumo di Ogm dura da almeno vent’anni e implica problemi ambientali, economici e anche etici. Il sito della Fao riporta imparzialmente le ragioni a favore e contro le biotecnologie in agricoltura. Tra i motivi per essere a favore viene citata la maggiore produttività delle piante “migliorate”, la possibilità di coltivare più prodotti su meno terra, la riabilitazione di terreni stressati o non più ad uso agricolo (questo grazie a piante create apposta per restituire nutrienti). Infine, la ricerca biotecnologica costituirebbe un ulteriore aiuto a quella su allergie alimentari e malattie dell’essere umano.

Alcune ragioni contro: la possibilità che le piante si contaminino e che, ad esempio, un gene resistente ad erbicidi venga a contatto con “erbacce”, rendendole più resistenti. Non sono da sottovalutare neanche i rischi alla biodiversità presente nelle regioni, che potrebbe essere soppiantata dalle piante create in laboratorio. Geni che causano allergie, inoltre, potrebbero entrare in contatto con l’essere umano, già affetto da tali allergie, con conseguenza gravi. Per quanto riguarda le società e le popolazioni mondiali, invece, il rischio maggiore è la perdita della libertà di coltivare e possedere piante. Un rischio, quest’ultimo, verso il quale sembra che si sia già arrivati in India e Stati Uniti.

 

raccolta cotone India

 

I semi del dubbio, un articolo al cuore del dibattito. Ad agosto 2014 il dibattito è stato riacceso da un articolo di Michael Specter, giornalista del New Yorker, nel quale Vandana Shiva, attivista indiana di fama mondiale, viene criticata duramente per la sua guerra agli organismi geneticamente modificati. Vandana Shiva è nata a Dehradun nel 1952, ha un master in fisica e un PhD in filosofia della scienza, conseguito in Canada. È la fondatrice del movimento Navdanya ed è una fiera oppositrice dei quelli che in inglese sono i GMOs (Genetically Modified Organisms) e che la Shiva ha trasformato nello slogan “God, Move Over” (“Dio, fatti da parte”), per indicare la pericolosità della scienza che vuole sostituirsi a Dio nel creare e modificare la vita.

L’articolo in questione si intitola Seeds of Doubt (I semi del dubbio) e il fatto che sia stato pubblicato su un giornale di stampo liberale ha creato non poco stupore. Descrivendo il discorso di Vandana Shiva al Seed, food and earth democracy festival a Firenze, Specter la dipinge come un misto tra un santone privo di qualsiasi conoscenza scientifica, capace di radunare folle di adoratori che non riescono a staccarle gli occhi di dosso e una consumata attrice che sa quando inserire pause a effetto nei suoi discorsi.

Il giornalista prosegue smentendo Shiva su quasi ogni punto fondamentale della sua campagna anti-Ogm. Argomento portante della dissertazione è l’alto tasso dei suicidi tra i contadini indiani: i tragici eventi altro non sarebbero che il risultato dell’indebitamento dei contadini nei confronti di chi vende i costosissimi semi di cotone modificato (prodotti da Monsanto, la multinazionale di cui sopra). Specter, invece, dopo aver intervistato alcuni contadini indiani, è giunto alle stesse conclusioni di uno studio dell’International Food Policy Reasearch Institute: la ricerca avrebbe scoperto che non solo il tasso di suicidi non è aumentato, ma che, grazie alla rendita del cotone Monsanto, l’India è diventata il secondo produttore di cotone al mondo e i contadini indiani godrebbero di una salute e un benessere molto più elevati rispetto a qualche anno fa.

L’attivista ha risposto dalle pagine di Repubblica il 3 ottobre 2014, quando, in un’intervista rilasciata a Federico Rampini, accusa Specter di non essersi recato nelle regioni indiane da lei menzionate come quelle con più alta percentuale di suicidi. Il fatto che questi tragici avvenimenti, inoltre, siano dovuti all’indebitamento e non al cotone modificato non ha alcun senso, sostiene Shiva, in quanto a fornire credito ai contadini sono esattamente coloro che producono i semi. Le controaccuse non terminano qui e anzi si induriscono. A proposito del passaggio sull’ottima salute e accresciuta ricchezza dei contadini indiani incontrati da Specter, grazie al cotone Monsalvo, Shiva ribadisce la sua idea di complotto ordito dalle multinazionali in combutta con il giornalista, affermando che il reportage del New Yorker altro non è se non una mossa per spianarsi la strada alla conquista dell’Africa, mettendo in risalto il presunto benessere raggiunto dai contadini indiani grazie alle sementi Monsanto.

E in Italia? In Italia è vietata la produzione di qualsiasi organismo geneticamente modificato. È da precisare, come si può evincere anche dagli interventi italiani al dibattito, che nel nostro Paese la maggior parte dei mangimi usati negli allevamenti, da escludere ovviamente quelli biologici, è prodotta da piante modificate, importate da Stati Uniti, Canada e America Latina. E quali sono le posizioni più note in materia?

  • Elena Cattaneo, a favore. Dopo che Vandana Shiva ha reso note le sue ragioni, il 4 ottobre è stato il turno di Elena Cattaneo, biotecnologa, ricercatrice e senatrice a vita. La sua replica è pacata nei toni e sembra contenere una nota di amarezza. La studiosa si domanda  come sia possibile che nel nostro paese vengano ancora ignorati quindici anni di studi da parte dell’Efsa (Autorità europea per la sicurezza alimentare), della Commissione Europea e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sulla sicurezza, per l’ambiente e per l’uomo, di prodotti Ogm, quali mais, soia e cotone. Sono i dati e i fatti a contare e non le opinioni, continua Cattaneo, e il fatto che il mais Ogm sia più sicuro di quello inondato di pesticidi o di quello biologico che può contenere sostanze cancerogene è un dato che vince su qualsiasi incerta critica agli Ogm. Cattaneo torna poi sul critico punto del numero di suicidi indiani. È provato, afferma, che il cotone modificato renda di più e che se  i contadini indiani comprano ogni anno i semi Ogm non lo fanno perché obbligati dalle multinazionali, bensì perché più convenienti, sia a livello economico, sia produttivo, l’India è diventata infatti il secondo produttore di cotone al mondo. Per quanto riguarda i prodotti made in Italy, Cattaneo afferma che per molti di essi si fa uso di mangimi e che questo non incide negativamente sulla qualità di tali prodotti o sulla salute dei consumatori, ma solo sul debito agroalimentare sempre in aumento, in quanto i mangimi sono importati dall’estero.

 

Meglio Vin Santo che Monsanto!

 

  • Carlo Petrini, contrario. Il compito di portare avanti il dibattito passa a Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, associazione che si propone di sostenere ed educare al consumo consapevole di prodotti “buoni, puliti e giusti” e al legame del cibo con il proprio territorio. Petrini nota innanzitutto la pecca degli scienziati, nel definire scientifica e fondata su dati ogni opinione concorde alla loro e frutto di emotività ogni opinione contraria. Il fondatore di Slow Food nota poi incuriosito come, nonostante sulla stampa mondiale il dibattito sia infuocato, i protagonisti della questione continuino a tacere. Petrini basa la sua risposta sull’importanza, dalla quale è d’altronde nata la sua associazione, di pensare a un’agricoltura che rispetti le tipicità del territorio sul quale viene praticata. Non meno importanti sono i prodotti tradizionali di un paese e di una regione, “appiattiti” dall’introduzione di modifiche genetiche.
  • Umberto Veronesi, a favore. Umberto Veronesi è il penultimo in ordine di tempo ad aver partecipato al dibattito in corso. L’oncologo ed ex ministro della sanità difende gli Ogm e li considera una tecnologia (o meglio, biotecnologia) in grado di migliorare la salute dell’uomo. La modifica dei geni di alcune piante non è importante solo ai fini dell’eliminazione di alcune tossine cancerogene che noi ingeriamo inconsapevolmente o per porre fine al problema della cecità per carenza di vitamina C nei paesi asiatici; essa sarà essenziale anche fra qualche decina di anni, quando la popolazione mondiale avrà toccato i 9 miliardi, quella animale i 4, con conseguente necessità di spazio per gli allevamenti, e la natura non sarà in grado di raggiungere la nostra velocità di riproduzione, mettendo ancora più a rischio la sopravvivenza umana, soprattutto in certe aree del pianeta.
  • Michele Serra, l’importanza del dubbio. È Michele Serra a rispondere a Veronesi, mettendo fine, solo momentaneamente, al dibattito. Lo scrittore nota come, ancora una volta, i sostenitori della ricerca scientifica, soprattutto sugli Ogm, si appellino ai suoi oppositori come a ciechi agitatori di spauracchi, che condizionano l’opinione pubblica spaventando la popolazione e siano assolutamente disinteressati a ciò che la scienza ha da dire. A loro volta gli anti-Ogm sembrano considerare i ricercatori come dei mostri da laboratorio che agiscono solo perché mossi da inimmaginabili interessi economici. Il nodo, sostiene Michele Serra, è il futuro delle società nel mondo. Di quelle come la nostra, o quella francese, in cui ci si preoccupa di cosa sarà della specificità dei prodotti locali, ma soprattutto delle società prevalentemente rurali. È il futuro di chi coltiva la terra, con semi Monsanto o meno, a essere il più incerto; e saranno la libertà e la dignità di poter coltivare questa terra a essere la posta in gioco dei prossimi anni.
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