Parla Tommaso Piccioli

L’apocalisse sull’Haute Route «Ho resistito pensando ai miei cari»

L’apocalisse sull’Haute Route «Ho resistito pensando ai miei cari»
Cronaca 03 Maggio 2018 ore 09:30

La Haute Route che da Chamonix porta a Zermatt è una delle traversate più ambite da chi ama lo scialpinismo. Molto impegnativa, per quanto non tocchi cime particolarmente elevate (la vetta più alta è la Pigne d’Arolla a 3796 metri). Ci sono tappe lunghe che mettono alla prova la preparazione e il fisico. E poi c’è il peso degli zaini, che devono garantire l’essenziale per un percorso che può durare anche sei giorni. La stagione migliore è a cavallo dei mesi primaverili di aprile e maggio, periodo nel quale la via è anche molto frequentata.

Apocalisse montana. Avevano fatto quindi i calcoli giusti i 14 che sotto la guida Mario Castiglioni si erano mossi approfittando dei giorni di ponte in Italia. Le previsioni atmosferiche non indicavano particolari criticità. Ma in montagna il tempo è sempre un’incognita. E così è accaduto la sera del 30 aprile. Il gruppo era in vista del rifugio Des Vignettes, poco sotto le Pigne d’Arolla. Lo vedevano sopra di loro, ad appena 500 metri di distanza. Ma tra loro e la meta c’era da attraversare un tratto di ghiacciaio pericoloso per la quantità di crepacci. Il voltafaccia atmosferico è stato rapido e drammatico. Con temperature scese a meno 5, ganci degli zaini ghiacciati, e un vento che sollevando la neve riduceva la visibilità a pochi metri. A quel punto l’obiettivo era irraggiungibile e quindi si prospettava l’ipotesi terribile di dover passare la notte in quel posto, oltretutto esposto al vento che soffiava a 60 nodi, 100 chilometri all’ora. Alla fine di quella notte apocalittica dei 14 solo 7 si sono salvati e tra loro Tommaso Piccioli che, una volta tornato a Milano, ha raccontato la terrificante esperienza nei dettagli.

 

 

Un sopravvissuto. Quanto il “white-out” si è scatenato tutti i dispositivi sono andati in tilt, tolto il navigatore Garmin di Piccioli. Che quindi era l’unico strumento in grado di indicare la rotta agli alpinisti in quella situazione di visibilità zero. Calata la notte sono arrivate le ore più terribili. Cedere al sonno sarebbe equivalso a morire per assideramento. Piccioli ha retto imponendosi di fare continuamente ginnastica, con una palestra improvvisata con la piccozza. «Per riscaldarmi, ho fatto degli esercizi. Mi sono appoggiato a un sasso e a una piccozza e facevo delle flessioni. Poi ho cominciato a muovere il busto, azionavo il busto. Non mi sono mai fermato». Bisogna muoversi, respirare e solo pensare di non morire, ha raccontato Piccioli. «Ogni tanto mi veniva la voglia di lasciarmi morire, ma pensavo a mia moglie e ce l’ho fatta». Con le energie che aveva gridava anche agli altri di fare lo stesso. Nel buio sentiva qualcuno che tentava di resistere continuando a ripeter il nome della moglie, sino a che è caduto per sfinimento nella neve. «In quei momenti», ha raccontato Piccioli al Corriere della Sera, «il sonno ti assale, l’esaurimento ti prende. Mi sono salvato concentrandomi sui miei cari. Nel limite estremo non badi alla tua condizione. Perché lo faresti. Di qua, o di là, per te è uguale, ti lasceresti andare». Lo spettacolo alle prime luci dell’alba era tragico: «Quasi tutti i miei compagni erano riversi pancia in terra, ricoperti di neve».

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