l'attacco di zaia e fontana

L’autonomia è un percorso giusto Ma i 5Stelle tengono famiglia al Sud

L’autonomia è un percorso giusto Ma i 5Stelle tengono famiglia al Sud
23 Luglio 2019 ore 13:29

Autonomia delle Regioni, il tempo stringe. I tre governatori di Lombardia, Veneto ed Emilia (due governi a guida Lega e uno a guida Pd) che hanno lanciato la proposta scalpitano e fanno capire che non sono disposti né ad aspettare ulteriormente né a fare passi indietro. Insomma l’autonomia è una bomba ad orologeria che rischia di far davvero saltare il governo, come Zaia e Fontana hanno fatto intendere. Perché la partita dell’autonomia è così delicata?

 

 

Ovviamente c’entrano i consensi elettorali e il Movimento 5 Stelle che ha raccolto i suoi consensi al Sud e che pure ha sottoscritto l’autonomia come materia del Contratto di Governo ora teme che l’autonomia concessa alle regioni economicamente in salute, e quindi che hanno un maggior gettito fiscale, riduca le tasse normalmente redistribuite a livello statale, e che questo quindi comporti minori risorse a disposizione per le regioni economicamente più in difficoltà, cioè le regioni del Sud.

In realtà, anche il presidente della Campania, regione a guida Pd, Vincenzo De Luca, ha sostenuto e concretamente richiesto l’autonomia. Anche Liguria, Lazio, Marche, Piemonte, Toscana e Umbria hanno conferito al loro presidente l’incarico di chiedere al governo l’avvio delle trattative. Altre tre regioni, Basilicata, Calabria e Puglia hanno assunto iniziative preliminari che in alcuni casi hanno portato all’approvazione di atti di indirizzo. Insomma, l’autonomia sembra un orizzonte che interessa tutti in applicazione del terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione che stabilisce infatti che le regioni con i bilanci in ordine possano chiedere di vedersi assegnate maggiori competenze rispetto a quelle previste normalmente per le ragioni a statuto ordinario.

 

 

La grande paura dei 5Stelle è che si vada verso l’autonomia differenziata. Il capitolo finanziario degli accordi preliminari siglati nel febbraio 2018 dai tre governatori con l’allora presidente del consiglio Paolo Gentiloni, prevede che la maggiore autonomia richiesta venga finanziata permettendo alle tre regioni del Nord di trattenere una quota maggiore dell’Irpef o di altri tributi come l’Iva generati sul territorio. In sostanza, si va verso un alleggerimento delle competenze di spesa dello Stato, con l’obiettivo di rendere più efficiente la spesa: l’esperienza realizzata in questi anni nel campo della sanità dimostra che è un percorso sensato e razionale, che mette le Regioni nelle condizioni di attuare risparmi e di ampliare quindi le prestazioni.

Ci sono in campo due criteri per l’assegnazione delle risorse alle future regioni autonome. Il primo criterio è quello del costo medio nazionale, il secondo è quello del costo storico. Per fare un esempio, la Lombardia ha una spesa storica pro capite per la sanità di 459 euro, mentre la corrispondente voce nazionale è più alta (537 euro). Chiaro che alla Lombardia (ma lo stesso discorso vale per Emilia e Veneto) converrebbe essere equiparata al costo medio nazionale, il che le permetterebbe di trattenere molte più risorse. Il criterio storico sarebbe invece a saldo zero per lo Stato e quindi le tre regioni in via transitoria hanno detto di accettarlo. Ma in prospettiva dovranno essere fissati dei fabbisogni standard, ovvero dei parametri a cui legare le spese fondamentali. Ed è attorno a questi parametri che si sta consumando la battaglia. La scelta è tra l’idea di livellare tutto al ribasso (tutti in serie B), o permettere attraverso l’autonomia alle regioni di farsi modello in modo che un domani anche chi è in serie B possa capire come arrivare alla promozione in A.

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