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Italia coinvolta da vicino

La Libia in preda all’anarchia

La Libia in preda all’anarchia
Cronaca 07 Novembre 2014 ore 15:32

Il Parlamento libico è illegittimo. Lo ha deciso la Corte Suprema, dichiarando nulle le elezioni dello scorso giugno, quelle riconosciute dalla comunità internazionale. Nelle consultazioni elettorali i libici avevano scelto nuovi deputati, che non erano mai stati riconosciuti dal Congresso nazionale generale. Per questo motivo nel Paese si è creata una situazione surreale, di anarchia e violenza. Da giovedì 6 novembre i vecchi governanti del Congresso nazionale generale hanno dichiarato di aver assunto le funzioni di nuovo parlamento. Dopo le elezioni di giugno, il parlamento eletto che non trovava legittimità in patria, si era rifugiato a Tobruk, in Cirenaica, per motivi di sicurezza quasi sotto protezione egiziana, mentre le forze islamiste avevano riconvocato il vecchio parlamento a Tripoli, minacciando il pieno controllo della Banca centrale e dei ministeri. Dopo l’annuncio della Corte Suprema il parlamento eletto di Tobruk ha dichiarato di respingere la decisione e di andare avanti nello svolgimento del suo lavoro. Secondo l’esecutivo legittimato dalle urne e dalla comunità internazionale, la scelta della Corte Suprema sarebbe arrivata in seguito al ricorso presentato da un deputato islamista legato ad Ansar-al Sharia, il gruppo che a luglio ha occupato Bengasi proclamando lo Stato islamico. Avrebbe chiesto alla Corte, minacciandola, di esprimere un giudizio sulla costituzionalità dell’assemblea. In particolare sarebbero sotto accusa le riunioni di governo a Tobruk, ritenute illegali perché la costituzione provvisoria libica prevede che l’insediamento del Parlamento si tenga a Tripoli e le riunioni a Bengasi. Saputa la decisione della Corte Suprema, a Tripoli e Misurata è esplosa la festa dei sostenitori filo-islamici.

La situazione a oggi. Dal 3 novembre a Bengasi sono in corso violenti combattimenti tra l’esercito libico, sostenuto dalle truppe dell’ex generale Khalifa Haftar, e le milizie islamiste che controllano la città. Tra queste ultime c’è anche il gruppo Ansar al sharia, che di recente ha proclamato la nascita di un califfato islamico nella città di Derna. E negli ultimi giorni, riportano le fonti, forti afflussi di mujaheddin provenienti dall’Algeria, dai campi del Fronte Polisario e di membri di Al Qaeda nel Maghreb islamico sono arrivati in Libia. Tra loro, a Derna, c’è chi sostiene di aver visto anche Mokhtar Belmokhtar, detto anche “Mister Marlboro”, terrorista, trafficante di clandestini, famoso per essere tra i fondatori della filiale africana di al-Qaeda e la guida da 20 anni della jihad tra l’Algeria e il Sahara più profondo. Il suo impero sarebbe in crisi e si sarebbe legato al Califfato di al Baghdadi.

L’Italia coinvolta da vicino. Quella libica è una situazione che interessa da vicino anche l’Italia, per molte ragioni. Oltre agli interessi italiani, con l’Eni presente in Libia dal 1969 diventando l’azienda petrolifera più importante nel Paese, c’è il problema dei migranti. Ogni giorno partono dalla Libia barconi carichi di persone in fuga, che trovano approdo sulle coste italiane. Il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, ha ricordato che “Dalla Libia sono arrivati sulle nostre coste 132.000 rifugiati dei 162.000 totali arrivati in Italia” ed è per questo necessario fermare le violenze, per evitare che il paese sprofondi nuovamente nella guerra civile. In realtà in Libia l’incubo della guerra civile è ripiombato da quando è stato deposto il rais Muhammar Gheddafi nel 2011.

Gli italiani rapiti di cui non si hanno notizie da mesi. Ma un’altra fonte di preoccupazione è data dalla sorte dei due italiani rapiti, soprattutto vista la presenza nel paese di Mr Marlboro, che qualcuno ritiene essere la mente dei rapimenti degli stranieri in Libia. Le trattative per riportare a casa i nostri connazionali, di fronte a una situazione di totale anarchia, rischiano di arenarsi e di dover ripartire da zero, con interlocutori di cui non si ha la certezza di credibilità. I due rapiti sono Gianluca Salviato e Marco Vallisa. Il primo è stato rapito a Tobruk lo scorso 22 marzo, il secondo è scomparso il 5 luglio.

Gianluca Salviato, 48 anni originario della provincia di Venezia e in Libia da oltre un anno mezzo, è un tecnico che lavora per conto di una ditta friulana. La mattina del 22 marzo, era entrato in un bar di Tobruk per fare colazione prima di presentarsi al lavoro. Non vedendolo arrivare, i suoi colleghi hanno cominciato a cercarlo: hanno trovato solo la sua auto, parcheggiata con le chiavi inserite nel cruscotto e l’insulina abbandonata sul sedile. Gianluca è diabetico e senza insulina non può vivere. Di lui non si sono più avute tracce e i rapitori non si sono mai fatti vivi. Potrebbe essere stato venduto a bande di criminali comuni. Nessuna rivendicazione, né notizia su quanto accaduto. L’Unità di crisi della Farnesina si era attivata il giorno seguente la scomparsa, ma al momento ancora niente, e anche con la famiglia ha scelto la strada del riserbo assoluto.

Marco Vallisa, origini piacentine, 53 anni, è anch’egli un tecnico, esperto di costruzioni.  Lavorava in un cantiere per la ricostruzione e l’ammodernamento del porto della città costiera occidentale di Zuwara, uno dei principali porti da cui salpano i barconi carichi di profughi. Insieme a lui, il 5 luglio, sono spariti un collega bosniaco e uno macedone. La loro auto aziendale è stata ritrovata di fronte a casa e di loro non si sa più nulla da allora. Anche per Vallisa nessuna rivendicazione, ma si teme che possa essere finito, attraverso vari passaggi, nelle mani di uno dei tanti gruppi jihadisti che operano autonomamente sul territorio.

 

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