Fu estratto 300 anni fa dal Golconda

L’intricata storia del diamante rosa che appartenne a Renato Angiolillo

L’intricata storia del diamante rosa che appartenne a Renato Angiolillo
01 Aprile 2015 ore 12:55

Da Roma a New York, passando per Montecarlo e… Campobasso. È lo strano e misterioso viaggio che ha fatto un diamante rosa da 34,65 carati e dal valore di 40 milioni di dollari, ovvero circa 50 milioni di euro, noto ai più con il nome di Princie Diamond. 40 milioni di dollari è il prezzo con cui la sede newyorkese della case d’aste Christie’s l’ha venduto a un anonimo compratore nel 2013, vendita per cui è stata citata in giudizio da Amedeo Angiolillo, figlio dell’ex senatore della Repubblica Italiana e fondatore del quotidiano Il Tempo, Renato Angiolillo. L’accusa è di aver venduto il gioiello per conto di qualcuno che non era il suo legittimo proprietario. Dal 2009, infatti, questo meraviglioso gioiello è al centro di una disputa familiare finita già in Tribunale, a Campobasso, dove la procura aprì un’inchiesta per appropriazione indebita. Ma per comprendere bene i passaggi di questa intricata storia, dobbiamo fare un salto nel passato.

 

Princie Diamond

 

La gemma di un Maharaja. Il Princie Diamond fu estratto dalle miniere di Golconda, in India, circa 300 anni fa. La prima notizia che si ha di questo meraviglioso diamante rosa risale ai primi del ‘900, quando divenne di proprietà della famiglia reale di Hyderabad, una regione dell’India. Il Nizam locale (dal 1719 viene così chiamato quello che, di fatto, è il Governatore della regione) lo custodì gelosamente fino al 1960, quando decise di metterlo all’asta attraverso la società Sotheby’s. Ad aggiudicarselo fu la filiale londinese dei gioiellieri Van Cleef & Arpels, per una cifra che si avvicinava alle 46mila sterline. Affinché fosse ripulito e lavorato, venne spedito alla filiale di Parigi. Fu qui che prese l’attuale nome di Princie Diamond: il gioielliere Pierre Arpels, infatti, lo chiamò così in onore di Sayajirao Gaekwad, l’allora quattordicenne figlio di Sita Devi, la Maharanee (equivalente femminile del Maharaja e solitamente titolo affibiato alla moglie di quest’ultimo) di Baroda. Da allora il gioiello non fu più messo all’asta fino al 2013.

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Un dono d’amore. Giornalista, direttore, sceneggiatore e infine politico, Renato Angiolillo è una delle figure tra le più rilevanti della società italiana del ‘900. Nel salotto della sua casa di Roma, Villino Giulia in Piazza di Spagna, sono passati sia grandi protagonisti della cultura nostrana (da Totò a Eduardo De Filippo, dal fratello di quest’ultimo, Peppino, a Vittorio De Sica) sia alcuni dei più importanti politici (da Fanfani a D’Alema, da Andreotti a Bertinotti). Il fascino intramontabile delle “stanze del potere”, dove, secondo alcuni, si decideva il bello e il cattivo tempo del nostro Paese, tanto che la giornalista molisana Giovanna Ruggiero ne ha anche scritto un libro, Salotto e potere: i segreti di Piazza di Spagna. Appassionato di oggetti d’arte, nel 1961 Angiolillo acquistò il Princie Diamond e ne fece dono alla sua seconda moglie, Maria Girani, conosciuta in tutta Roma come “la regina dei salotti romani”. Quella meravigliosa gemma divenne il più noto dei cosiddetti “gioielli di donna Maria”, ovvero la meravigliosa collezione di monili di cui Maria Girani entrò in possesso durante il matrimonio con l’ex senatore.

L’eredità. Nel 1973, Renato Angiolillo morì. Per testamento, tutti i gioielli donati alla donna sarebbero dovuti andare in eredità ai figli e ai nipoti di Renato dopo la morte della Girani. Amedeo Angiolillo, intanto, le permise di continuare ad usare e indossare il Princie Diamond, anche perché, come riportano alcune carte processuali, «lei era attiva e influente nella politica italiana, sponsorizzava vari incontri politici, sociali e d’affari nella sua casa». In altre parole quella meravigliosa gemma, addosso a Maria Girani, permetteva di far vivere ancora la memoria di Renato Angiolillo. Ma quando, nel 2009, la Girani lasciò questo mondo, gli eredi non trovarono più il diamante. E con esso anche tutto il resto dei “gioielli di donna Maria”. Scattò la denuncia degli Angiolillo, in particolare nei confronti di Marco Oreste Bianchi Milella, figlio di primo letto di Maria Girani, nei cui confronti il pm di Campobasso, Fabio Papa, aprì un’inchiesta per appropriazione indebita. Nonostante Milella negasse, secondo l’accusa aveva sottratto i gioielli e contattato un gemmologo svizzero, Louis Hervè Fontaine, per la vendita.

A dare peso alle accuse, diventate poi un processo tutt’oggi in corso nel Tribunale di Campobasso, il ritrovamento da parte dei Carabinieri di parte del “tesoro” in un’abitazione di Montecarlo riconducibile a Milella. Nonostante il castello accusatorio paia forte, Milella continua a negare e afferma di non aver mai visto il Princie Diamond dal vivo. Peccato che la casa d’aste Christie’s, dopo aver venduto il meraviglioso diamante nel 2013, affermò ad Amedeo Angiolillo che Milella si era presentato da loro come unico proprietario della gemma. Benché la famiglia abbia fatto di tutto per bloccare la vendita, Christie’s, ritenendo che il compratore si fosse aggiudicato il Princie Diamond in buona fede, si è rifiutata di annullare l’operazione. Per questo la famiglia dell’ex senatore ha citato in giudizio, a New York, la nota casa d’aste, forte della legislazione della Grande Mela, che afferma: «In caso di furto, trasferimento involontario o nel caso in cui la proprietà sia andata persa nella catena, nessuno è autorizzato a vendere l’oggetto». L’epilogo della vicenda, almeno di quella processuale, parrebbe scontato, visto che Angiolillo e i suoi nipoti sono in possesso di un certificato di proprietà e una assicurazione per danni sul diamante, ma al momento non arriva nessun commento. Quale sarà il prossimo capitolo dell’intricata storia di uno dei diamanti più belli al mondo?

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