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Una minaccia fuori casa

L’Isis in Libia conquista Sirte E l’Italia parla di combattere

L’Isis in Libia conquista Sirte E l’Italia parla di combattere
Cronaca 13 Febbraio 2015 ore 09:00

«L’Italia è minacciata dalla situazione in Libia, a 2-300 miglia marine di distanza. Se non si trova una mediazione bisogna pensare con le Nazioni unite a fare qualcosa in più. L’Italia è pronta a combattere in un quadro di legalità internazionale». Sono parole del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni rilasciate a SkyTg24 a margine delle notizie sempre più drammatiche della situazione in Libia. Non si ferma infatti l’avanzata dell’Isis nel Paese, ormai in preda alla confusione più totale dovuta a un vuoto di potere che  si trascina dalla caduta di Gheddafi, il rais che malgrado tutto riusciva a tenere ordine in un Paese molto vasto ma poco popolato e dominato da sentimenti tribali. La risposta dell’Isis al governo italiano non è tardata e il radiogiornale uffici dei miliziani ha definito oggi Gentiloni «ministro dell’Italia crociata».

Ormai in Libia non si sa più chi sia contro chi. Il Paese è in preda a una guerra civile dove gli attori sono milizie armate che operano senza alcun coordinamento e in totale autonomia. Si ritiene ci siano oltre un milione di persone armate suddivise in 1500 gruppi. In molte città non c’è più benzina, manca il cibo, la corrente elettrica va e viene. Nei giorni scorsi anche il premier Renzi aveva espresso la sua preoccupazione per la crisi libica. Al Consiglio europeo aveva annunciato che l’Italia «è pronta a fare la sua parte» per riportare l’ordine nel Paese.

“Italiani, lasciate il Paese!”. Una situazione talmente preoccupante che l’ambasciata italiana a Tripoli si è unita a quanto già da tempo la Farnesina sta raccomandando agli italiani presenti in Libia: «Lasciate il Paese». Per il momento l’ambasciata italiana resta aperta, ma i piani per l’evacuazione sono pronti da tempo. L’Eni, la principale azienda italiana presente in Libia, ha voluto rassicurare sulla sicurezza dei propri dipendenti: «La presenza di espatriati Eni in Libia è ridotta e limitata ad alcuni siti operativi offshore, garantendo in collaborazione con le risorse locali lo svolgimento regolare delle attività produttive nell’ambito dei massimi standard di sicurezza».

Tuttavia, nonostante i diktat delle autorità diplomatiche, sono ancora molti gli italiani che non intendono andarsene perché lì hanno intrapreso delle attività che sono ancora in corso. A riferirlo al sito Lookoutnews è il presidente della Camera di commercio Italo-Libica Gianfranco Damiano, che comunque si dice fiducioso sul fatto che la situazione non imploda da un momento all’altro, dal momento che a Tripoli così come a Misurata gli islamisti moderati si stanno dimostrando disponibili a trovare una soluzione il più condivisa possibile.

 

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L’Isis conquista Sirte. Nei giorni scorsi, sembrava si stesse aprendo uno spiraglio di speranza per una soluzione alla guerra civile, quando l’11 febbraio nell’oasi di Ghadames tutte le fazioni coinvolte nella crisi libica si erano riunite con i delegati della missione delle Nazioni Unite UNSMIL per riprendere i negoziati e trovare una via politica che mettesse la parola fine alla guerra civile. Già lo scorso settembre Ghadames era stata la sede scelta dall’Onu per una trattativa, ma all’epoca erano presenti solo i rappresentanti del parlamento di Tobruk, il governo democraticamente eletto e internazionalmente riconosciuto, e alcuni deputati islamisti di Misurata. Mercoledì scorso invece erano presenti tutti e sembrava fosse stato raggiunto un accordo di massima che prevedeva la formazione di un governo di unità nazionale, l’immediato cessate il fuoco e i successivi processi di distensione e disarmo delle milizie.

Il 13 febbraio, però, gli jihadisti del califfo alBaghdadi, che avevano già istituito un piccolo califfato nella città di Derna, hanno annunciato di essere arrivati a Sirte, che si trova a 450 chilometri da Tripoli, e di avere installato lì il loro quartier generale. Hanno dato tempo fino a domani alle milizie locali per lasciare la città. Sarebbe lo stesso gruppo che ha rivendicato nelle ultime settimane l’attacco suicida all’hotel Corinthia di Tripoli, e che aveva annunciato la notizia dell’uccisione dei 21 copti egiziani, confermata dal Parlamento libico. A Sirte gli jihadisti hanno preso il controllo della catena televisiva governativa “Libya” e di alcune radio locali, “Radio Syrte” e “Mekmedas” che ora diffondono canti jihadisti, discorsi del portavoce dell’Isis, Abu Muhammad al Adnani, e prediche del califfo alBaghdadi.

Tutti contro tutti. Il problema che adesso si aggiunge alla già tragica guerra civile, dove tutti combattono contro tutti, è l’avanzata dell’Isis che si insinua in una situazione di caos e ne trae giovamento, anche se il quotidiano locale al-Wasat ha riferito che l’aviazione libica ha condotto vari raid contro i miliziani dello Stato Islamico. Venerdì sera, intanto, nel centro di Tobruk, città che ospita la sede del parlamento, i sostenitori del generale Khalifa Haftar hanno manifestato per chiedere la nomina di Haftar a capo delle forze armate libiche. I manifestanti hanno chiesto anche le dimissioni dell’ambasciatore Usa e la riesumazione dei vecchi accordi tra Libia e Russia sulla compravendita di armi firmati mesi fa.

Non si ferma l’esodo dei migranti. Intanto prosegue l’esodo dei migranti che dalle coste libiche partono verso quelle italiane. Dopo la tragedia che è costata la vita a oltre 300 persone nel Canale di Sicilia, sono circa 700 i migranti soccorsi nelle acque davanti alla Libia dai mezzi della Guardia Costiera italiana e da alcuni mercantili. Viaggiavano a bordo di 7 gommoni. Altre migliaia di disperati sono pronte a riversarsi in mare con mezzi di fortuna.