Dopo la cena di gala

L’Italia è sempre più filoamericana Del resto, così piace a Renzi

L’Italia è sempre più filoamericana Del resto, così piace a Renzi
22 Ottobre 2016 ore 12:00

C’è da scommettere che se Matteo Renzi potesse scegliere, affilierebbe l’Italia alla federazione degli Stati Uniti d’America, piuttosto che lasciarla nella infida compagnia europea. Lui si sente certamente più di casa a Washington che a Bruxelles. E l’idea di fare del nostro Paese una sorta di repubblica americana d’Oltremare, quasi un 51esimo Stato yankee, non gli dispiace affatto. Anzi, sotto un certo profilo, già ci è riuscito.

 

 

La fedeltà del presidente del Consiglio alla Casa Bianca non è mai stata messa in discussione. Ed è stata premiata dai ripetuti endorsement dell’amministrazione Obama nei suoi confronti, compresa la scelta di fare dell’Italia lo Stato al centro dell’ultima cena ufficiale da presidente USA. Un’occasione che è stata ovviamente pretesto per ribadire come la pensa Washington in merito al referendum del prossimo 4 dicembre. Dopo l’uscita pubblica dell’ambasciatore americano Philips a Roma per il Sì, che aveva sollevato non pochi imbarazzi per un’ingerenza che in altri tempi avrebbe fatto cadere un governo, è arrivato anche lo spot di Obama. Il presidente USA ha fatto anche di più: ha messo Renzi nelle mani del suo spin doctor, l’uomo che ha guidato la campagna per la rielezione nel 2012, Jim Messina. Matteo Renzi l’ha in staff come consulente per la campagna referendaria prevista sulla riforma del Senato, alla quale ha affidato sciaguratamente un’importanza strategica («Se perdo lascio, la mia esperienza è fallita», ha detto) per la costruzione del consenso al suo governo. Per Jim Messina il compito è arduo. E i primi segnali sono però tutt’altro che lusinghieri.

 

 

Il 4 dicembre alla Casa Bianca non ci sarà più Barack Obama, ma con ogni probabilità la bellicosa Hillary Clinton. Renzi naturalmente ha già oliato bene i rapporti, dichiarando pubblicamente di essere schierato con lei contro lo sciagurato Donald Trump. E conoscendo bene la prossima presidente e la sua (pericolosissima) ostilità nel confronti di Putin, ha dato l’ok all’invio di 150 soldati italiani per la missione Nato in Lituania, proprio al confine con la Russia. Operazione fatta d’autorità, spiazzando completamente il Parlamento. «Con la Clinton alla Casa Bianca, l’Italia sarà perno nei rapporti tra Europa e Stati Uniti», ha detto orgogliosamente Renzi in un’intervista al Corriere. In sostanza candida l’Italia a nuovo cavallo di Troia di Washington in Europa, dopo che la Gran Bretagna si è sfilata da quel ruolo con la Brexit.

E intanto, per cominciare, ha già aperto le porte della base di Sigonella all’aviazione USA per le operazioni in Libia. Quanto sono lontani i tempi “eroici” del no di Craxi e Andreotti alle pretese americane su quella stessa base. Era davvero un’altra Italia, con montagne di problemi ma certamente meno asservita.

 

 

Anche la riforma costituzionale nel suo meccanismo è una riforma molto “americana”, nel senso che semplifica le procedure proprio come auspicato dai grandi soggetti economici che non a caso hanno rimesso piede nel nostro Paese con gigantesche acquisizioni immobiliari e portando in Italia, in particolare a Milano (città che non a caso Renzi frequenta sempre più spesso e riempie di elogi, indicandola come locomotiva del Paese), i loro quartieri generali.

Ultimo episodio della fedeltà americana di Matteo è l’incidente diplomatico per l’astensione italiana sulla Risoluzione antisrealiana dell’Unesco. «Un voto allucinante», ha detto Renzi, un po’ sopra le righe, rientrando dalla cena con Obama. Evidentemente il presidente gli USA gli aveva fatto un bel rimprovero per quell’astensione. E lui ha dato subito in segnale, mettendo in imbarazzo il povero ministro Gentiloni che ha dovuto correre ai ripari.

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