La riforma costituzionale sarà una battaglia

Lo scontro nel Partito Democratico è diventato un Vietnam (parola loro)

Lo scontro nel Partito Democratico è diventato un Vietnam (parola loro)
04 Agosto 2015 ore 11:44

La guerra del Vietnam, combattuta fra gli anni Sessanta e Settanta, vedeva opposti il Governo centrale filo statunitense e le opposizione ribelli di matrice comunista (i cosiddetti “vietcong”), che non tolleravano la vicinanza, se non addirittura la sudditanza, della capitale Hanoi agli americani. Per quanto fosse intervenuto, come noto, l’esercito statunitense al fine di stroncare la ribellione, si trattò essenzialmente di una sorta di guerra civile: su un fronte la fazione governativa, sull’altro quello della resistenza interna. Un quadro che è stato più volte richiamato, in questi giorni, per delineare i contorni delle vicende parlamentari del Pd. A dare per primo questa azzardata investitura storica alle attuali vicissitudini del centrosinistra italiano è stato Matteo Orfini, presidente del Pd, che per commentare gli atteggiamenti dei dissidenti interni del partito ha cinguettato: «Che alcuni senatori del mio partito minaccino il Vietnam parlamentare contro il nostro governo a me pare incredibile. Ma forse sono strano io». Che sta succedendo, dunque, nel Partito Democratico?

 

 

Renzi e gli altri: una storia mai sbocciata. Non è certo una novità di queste ore che il Pd non sia propriamente una famiglia felice della Mulino Bianco, in cui tutti guardano e remano nella stessa direzione. Fin dal primo giorno in cui Renzi si è accomodato a Palazzo Chigi, i parlamentari dem più tendenti a sinistra hanno manifestato un certo disagio nei confronti del nuovo leader; inizialmente con qualche mugugno ma restando comunque nella scia della linea dettata, ma nel giro di pochi mesi operando vere e proprie fughe e scissioni. Fassina, Speranza, Civati, Bersani, D’Alema: sono solo alcuni dei nomi più illustri del partito che hanno deciso di voltare le spalle a Renzi, percepito come un traditore dei crismi puri e originari della sinistra italiana, nonché come una sorta di dittatore sordo alle voci e alle sensibilità differenti alla sua e a quelle dei suoi più intimi collaboratori. Da par suo, però, il premier non ha mai dedicato troppo tempo a tentare di sanare queste ferite interne, tirando dritto per la propria strada: chi ci sta bene, altrimenti grazie, facciamo anche a meno di voi. Una linea che senz’altro gli ha permesso di dare un’immagine forte e sicura di sé, in un Paese drammaticamente a corto di leader, nonché di portare a termine progetti ambiziosi (come la riforma elettorale, l’elezione di Mattarella o il Jobs Act), ma che, dall’altro lato della medaglia, ha reso quelle ferite dei veri e propri crepacci, destinati solamente ad ampliarsi sempre più. E in politica, la storia lo insegna, le fratture interne possono far molti più danni degli avversari più agguerriti, e pare che entro quest’autunno le minoranza ribelli siano intenzionate a presentare il conto a Renzi.

 

L.stabilità:Fassina,modifiche per equità e contrasto povertà

 

La riforma del Senato e il “Vietnam parlamentare”. È nei prossimi mesi infatti (presumibilmente fra settembre e ottobre) che il Governo verrà messo alla prova in Parlamento su un tema che definir delicato è dir poco: la riforma costituzionale, quella che vorrebbe abolire il bicameralismo perfetto e rendere il Senato tutta un’altra cosa rispetto a quello che è fin dal 1948. Renzi ha posto quest’obiettivo come primario fin dall’inizio, non coglierlo sarebbe uno smacco che difficilmente gli consentirebbe di proseguire la legislatura. E le sue minoranza hanno tutte le intenzioni di non lasciarsi sfuggire quest’occasione, barricandosi in una posizione che potrebbe riassumersi in un: o si fa come diciamo noi, o non votiamo. Il problema è che con quel “come diciamo noi” si intende l’abolizione dell’articolo 2 del ddl, quello recante il titolo “Composizione ed elezione del Senato della Repubblica”: si capisce, dunque, come sia una richiesta del tutto provocatoria, poiché abolire l’articolo 2 significa far saltare l’intera riforma.

Irremovibili sul loro proposito di opposizione (per molti mossa esclusivamente politica per tentare di cacciare Renzi da Palazzo Chigi), le minoranza del Pd si sono viste affibbiare, in queste ore, il poco gentile titolo di “vietcong del Parlamento”, ritenuti, dunque, responsabili di una guerriglia interna al partito destinata solo a creare problemi invece che ottenere benefici. «Vietnam in Senato contro il cambiamento? Non è guerriglia, ma la patetica dimostrazione dell’incapacità della minoranza dem di essere riformista», ha twittato la responsabili Pd di Scuola e Università, Federica Puglisi. «Alcuni senatori del Pd espongono su alcuni quotidiani il loro programma di fine mandato e promettono un Vietnam parlamentare contro il loro partito ed il Governo Renzi, per bloccare le riforme e ripartire da zero. Un progetto assai ambizioso: tornare al passato», ha invece dichiarato il parlamentare, sempre Pd, Andrea Marcucci. Le dichiarazioni che hanno riportato la guerra del Vietnam vivida nel cuore dei palazzi di Roma sono innumerevoli.

 


Tonini: «Senza disciplina non c’è Parlamento». Al di là del tam tam mediatico e delle (evidenti) esagerazioni terminologiche, una cosa è sicura: la situazione è assai complessa. Perché oltre alle valutazioni politiche del caso (nuovi alleati di Renzi, voto o non voto anticipato), c’è anche chi vede in questa estenuante corrida con le minoranze Pd un vero e proprio attacco al sistema democratico parlamentare, che potrebbe far sfociare l’Italia ben presto in un presidenzialismo. È l’opinione di Giorgio Tonini, senatore del Pd, che in un’interessante intervista apparsa oggi sul Corriere, ha detto: «Chi mette in discussione in modo sistematico il principio di disciplina del gruppo mina alle fondamenta la credibilità del sistema, e apre la strada al presidenzialismo. In tutta Europa i sistemi parlamentari poggiano sulla disciplina di partito, senza la quale non c’è legge che tenga. Questa è la radicalità del problema, non come si eleggono i senatori». E conclude: «Un sistema dove una minoranza dice “o si fa così o non voto” non esiste sulla faccia della Terra».

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