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L'ottobre di fuoco della Catalogna Punto per punto, cos'è successo

L'ottobre di fuoco della Catalogna Punto per punto, cos'è successo
Cronaca 02 Novembre 2017 ore 09:45

1 Ottobre: in Catalogna le piazze celebrano lo storico referendum per l'Indipendenza.
30 Ottobre: Puigdemont scappa a Bruxelles.
In mezzo un mese di ottobre incandescente in cui un uragano di notizie, smentite, dichiarazioni ufficiali, voci di corridoio, accuse, scontri e tanta, tantissima violenza ha tenuto (e continua a tenere) con il fiato sospeso tutto il mondo. Proviamo a ripercorrere le tappe salienti di questa “Rivoluzione d'Ottobre catalana”, che ha tutta l'aria di essere soltanto il primo atto di una saga che non è dato sapere, oggi, quando e come finirà.

 

6 settembre, la legge anti costituzionale

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Per capire ottobre è necessario partire dal prologo: tutto è cominciato a settembre con una legge approvata dalla coalizione indipendentista leader del governo catalano (Junts pel Sì) e dalla coalizione rappresentante della sinistra indipendentista catalana (Candidatura d'Unitat Popular-Crida Constituent), il cui fine era organizzare il referendum per l'indipendenza della Catalogna (quello che poi si terrà, nel caos generale, il primo ottobre). Questa legge, denominata Ley del referendum de autodeterminaciòn vinculante sobre la independencia de Cataluña, veniva poi sospesa il giorno successivo dal Tribunale Costituzionale spagnolo (è stata quindi dichiarata «anticostituzionale»), mentre il Tribunale Superiore di Giustizia della Catalogna (ente governativo che risponde ai comandi del Governo centrale di Madrid) ordinava alle forze di polizia spagnole attive nella regione catalana (Guardia Civile, Polizia Nazionale, Polizia Locale e via dicendo) di sequestrare ogni materiale che risultasse finalizzato all'organizzazione del referendum. Due settimane più tardi quattordici membri del governo catalano venivano arrestati con l'accusa di coinvolgimento nell'organizzazione del referendum. Tra i membri arrestati c'è anche Josep Maria Jovè, braccio destro del vicepresidente catalano nonché presidente della Sinistra Repubblicana di Catalogna Oriol Junqueras.

In sintesi: il governo indipendentista catalano guidato da Puidgemont approva una legge “vincolante” per organizzare un referendum per l'indipendenza della ragione; il governo centrale guidato da Mariano Rajoy revoca la legge e mette subito in chiaro la ferma intenzione a usare il pugno di ferro contro qualsiasi umore indipendentista. Linea, quella di Rajoy, che sarà a più riprese confermata durante il mese di ottobre.

 

1 ottobre, il referendum

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Nonostante le incertezze, le tensioni e i dubbi che si sono protratti fino all'ultimo minuto, il primo ottobre la Catalogna è chiamata alle urne. Già dalle 5 di mattina migliaia di persone si ammassano fuori dai seggi elettorali, per impedire alle forze dell'ordine inviate da Rajoy di sgomberare i seggi e di ostacolare le operazioni di voto. Si assiste a vere e proprie catene umane per far sì che gli strumenti necessari per svolgere le elezioni possano giungere nelle scuole e negli uffici adibiti a seggi senza subire danni. Il governo catalano annuncia che i cittadini potranno votare in qualunque seggio agibile, dato che la Guardia Civil è riuscita sgomberarne alcuni. Gli agenti dispiegati da Rajoy arrivano a contare le 12mila unità: inevitabilmente, già dalla mattina, iniziano a circolare i primi video dei violenti scontri fuori dai seggi. A fine giornata i feriti saranno 844, i seggi sgomberati 46 e i catalani andati alle urne 2.262.424, pari al 42 per cento degli aventi diritto: il portavoce del governo catalano Jordi Turull annuncia che il 90 per cento di loro ha votato a favore dell'indipendenza. Piovono critiche da tutto il mondo per gli atti di violenza causati dal dispiego di forze voluto da Rajoy, che nel frattempo dichiara: «In Catalogna oggi non c'è stato nessun referendum». Anche a Madrid scendono in piazza cortei per condannare la repressione messa in atto dal Governo centrale. C'è chi chiede le dimissioni di Rajoy. La CNN titola: «The shame of Europe», la «Vergogna d'Europa».

 

10 ottobre, indipendenza, anzi no

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Nei giorni successivi al referendum, tra manifestazioni popolari e inviti al dialogo ufficiali da parte di politici da tutto il mondo, molte imprese e importanti banche iniziano a trasferire le loro sedi fuori dalla Catalogna: il crack finanziario della Regione è ben visibile all'orizzonte, e questo causa le prime spaccature sul fronte indipendentista (chi vuole l'Indipendenza ad ogni condizione, chi invece è disposto a una mediazione con Madrid per evitare l'isolamento politico ed economico). In questo clima, il 10 ottobre Puigdemont,davanti al parlamento catalano dichiara validi i risultati del referendum e proclama l'Indipendenza della Catalogna tra l'entusiasmo dei secessionisti in aula. Dopo pochi secondi tuttavia chiede «solennemente» al Parlamento di sospendere la dichiarazione per intavolare un dialogo internazionale. I manifestanti in piazza accolgono con profonda delusione questa sospensione, che Rajoy definisce comunque «inammissibile».

 

21 ottobre, Rajoy annuncia l'applicazione dell'articolo 155

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Seguono, come prevedibile, giorni di tensione, in cui la posizione di Puigdemont inizia leggermente a vacillare: gli indipendentisti più estremi si sentono traditi dalla dichiarazione fuffa, mentre il premier Rajoy minaccia provvedimenti drastici. Il 21 ottobre Rajoy decide infatti di rompere ogni indugio, e annuncia le norme che intende applicare riguardo alla questione catalana. Balza subito all'occhio la durezza di queste norme, a partire dall'applicazione, per la prima volta nella storia spagnola, dell'articolo 155 della Costituzione. Stiamo parlando di un articolo piuttosto vago, che può essere interpretato come una sorta di autorizzazione, che lo Stato si auto conferisce appellandosi alla Costituzione, ad avere carta bianca nella gestione di una Comunità Autonoma per far sì che «rispetti la legge». A livello pratico, sulla base di questo articolo, Rajoy ha di fatto destituito tutti i membri del Parlamento catalano, trasferendo a Madrid ogni sua funzione. Ha poi annunciato che le misure saranno temporanee: tempo di «ristabilire la legalità in Catalogna». Rajoy prenderà il controllo poi dei media catalani, oltre che il comando delle forze dell'ordine nella regione. Puigdemont commenta: «Questo è l'atto più grave dai tempi del franchismo». Perché le norme vengano applicate è necessaria l'approvazione del Senato, che avverrà il 27 ottobre.

 

27 ottobre, dichiarazione di Indipendenza del Parlamento Catalano e approvazione del Senato Spagnolo dell'articolo 155

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Dopo la mossa di Rajoy, diversi leader parlamentari catalani iniziano a fare pressioni su Puigdemont affinché dichiari l'indipendenza della Catalogna prima che il Senato spagnolo ufficializzi l'applicazione dell'articolo 155. Così, Puigdemont il 27 ottobre fa approvare al Parlamento catalano (70 voti a favore, 10 contrari) quella che è formalmente descritta come una «mozione sulle conseguenze di una dichiarazione di indipendenza», ma che è a tutti gli effetti una dichiarazione di Indipendenza. Nel frattempo il Senato Spagnolo approva come previsto l'applicazione dell'articolo 155 e indice elezioni anticipate in Catalogna per il 21 dicembre, destituendo di fatto Puigdemont e gli altri parlamentari, mentre la Procura Generale spagnola fa sapere che una denuncia per «ribellione» è in procinto di essere depositata, mantenendo fede alle minacce dei giorni precedenti: ora Puigdemont e i suoi rischiano fino a trent'anni.

In sostanza: il Parlamento catalano dichiara l'indipendenza proprio mentre Madrid ne disconosce la legittimità, e l'autoproclamato presidente della Repubblica Catalana è a tutti gli effetti un criminale ricercato dalla polizia spagnola.

 

30 ottobre, Puigdemont va in Belgio

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Dovrebbe essere chiaro a questo punto per quale motivo Puigdemont sia partito, pare da Marsiglia, per il Belgio. C'è chi sostiene che abbia intenzione di chiedere asilo politico (strada impossibile da percorrere, dato che non è negli interessi belgi scatenare una crisi diplomatica con la Spagna). Un'altra ipotesi è che abbia scelto il Belgio per via del sistema giudiziario in vigore, particolarmente garantista, sperando di sostenere gli interrogatori e il processo in Belgio; inoltre in Belgio Puigdemont può contare sull'appoggio di Theo Francken e dell'Alleanza neo-fiamminga, partito che chiede l'indipendenza delle Fiandre e che per questo è solidale con la causa catalana. Francken ha chiesto al Belgio di concedere a Puigdemont l'asilo politico.

La situazione rimane in ogni caso ancora molto confusa. Proprio mercoledì sera (1 novembre) il legale di Puigdemont ha dichiarato che il destituito presidente catalano non si presenterà all'udienza prevista per oggi in Spagna, e che non tornerà in Spagna nelle prossime settimane. L'unica cosa certa è che il sogno, accarezzato da milioni di catalani, di una Repubblica indipendente è sempre più lontano.