Cronaca
La storia e le parole di Sergio De Caprio

L’ultima battaglia di Capitano Ultimo che arrestò Riina e ora non tace

L’ultima battaglia di Capitano Ultimo che arrestò Riina e ora non tace
Cronaca 02 Settembre 2015 ore 12:50

Da martedì 1 settembre, Sergio De Caprio non è più a capo dei 200 uomini che guidava nel ruolo di vicecomandante del Noe, il Nucleo Operativo Ecologico. Un normale ridimensionamento, fanno sapere da viale Romania. Peccato che De Caprio non è un membro qualunque delle forze dell’ordine, ma il Capitano Ultimo, l’uomo che nel 1993 portò all’arresto di Salvatore Riina e che, negli anni successivi, lontano dai riflettori e dagli onori dell’arma, ha continuato a perseguire due sciagure tutte italiane: la mafia e la corruzione. L'uomo che, a chi gli chiede perché, da subito, scelse di chiamarsi Ultimo, dà una risposta che è una fotografia di lui e della sua carriera: «È un nome di battaglia, quindi, nel momento di sceglierlo, ho scelto Ultimo perché vedevo che tutti volevano essere primi, volevano essere più bravi, più belli, volevano emergere, avere prestigio, riconoscimenti. Mi facevano schifo perché credo che il lavoro del carabiniere sia un donare e non un prendere, quindi ho voluto invertire la tendenza che avevo notato».

 

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Senza un perché. La notizia, come spesso capita in questi casi, più che data è stata scovata nelle pieghe di una calda estate da Il Fatto Quotidiano, che il 21 agosto rendeva pubblica la missiva, datata 4 agosto, in cui il Comando generale dei carabinieri, nella persona del generale Tullio Del Sette, numero uno dell’Arma, annunciava il «ridimensionamento» del ruolo di De Caprio: niente più funzioni di polizia giudiziaria e basta compiti operativi pur rimanendo vicecomandante del Noe. Il motivo, naturalmente, non è stato specificato, o forse semplicemente si nasconde nella vacua formula del «cambiamento strategico nell’organizzazione dei reparti», che significa tutto e niente. Non significa niente perché non spiega realmente il motivo della scelta dei vertici dell’Arma, ma significa tutto perché vuol dire che, sempre lassù, nessuno ha realmente voglia di spiegare i motivi della decisione.

L'ultimo capitolo di Ultimo. Del resto che De Caprio, o meglio, la figura di Ultimo non stia proprio simpatica a certi colleghi non è cosa nuova. A inizio 2014 Panorama pubblicava un articolo in cui si sottolineava la strana situazione di Ultimo, mai neppure preso in considerazione per un passaggio di grado (diventare generale). Il motivo ufficiale si nascondeva in un cavillo: per essere ammessi all’avanzamento, è necessario avere ricoperto per due anni l’incarico di comandante provinciale, ruolo che De Caprio non ha mai ricoperto. E non l’ha mai ricoperto perché da 14 anni la sua richiesta di essere trasferito al Ros, dove avrebbe potuto mettere in campo tutto il suo talento nella “caccia grossa”, non è mai stato preso minimamente in considerazione. Insomma, colpa di un cavillo sì, ma saggiamente tenuto al caldo per essere usato al momento giusto. Tornando ancora più indietro nel tempo, nel 2009, provarono a togliergli anche la scorta, la sua unica "medaglia" dopo l’arresto di Riina: i suoi uomini si raddoppiarono i turni pur di proteggerlo, la notizia fece clamore e la scorta gli venne riassegnata. Prima ancora il sostituto procuratore di Palermo Antonio Ingroia lo portò in tribunale con l’accusa di favoreggiamento nei confronti di Cosa Nostra. Fu assolto.

 

 

«Non lavoro, combatto». Ma Ultimo, fedele agli insegnamenti dei suoi maestri, i generali Alberto Dalla Chiesa e Mario Mori, rimase sempre fedele ai suoi principi e all’Arma. Dopo essere stato ripescato al Noe, ha continuato imperterrito la sua battaglia, perché, come ha sempre detto lui, «io non lavoro, combatto»: gli arresti di Belsito, tesoriere del Carroccio; Giuseppe Orsi, amministratore delegato di Finmeccanica; Luigi Bisignani, indagato per i suoi traffici di informazioni segrete e appalti per la P4; Ettore Gotti Tedeschi, il potente banchiere dello Ior. La lista è lunghissima e potrebbe concludersi con le imbarazzanti intercettazioni delle telefonate tra il premier Renzi e il generale della Guardia di Finanza Adinolfi, nella quali l’allora soltanto leader del Pd svelava l’intenzione di fare le scarpe a Enrico Letta per spodestarlo da Palazzo Chigi. Bravissimo, ma abbastanza scomodo Ultimo. Perché al di là del ruolo che gli veniva assegnato, la sua indole lo porta a lottare sempre, obbedendo.

Obbedire, ma non più tacere. "Usi obbedir tacendo e tacendo morir" è il motto dell’Arma, quell’Arma a cui Ultimo, a metà anni ’70, giurò fedeltà. E lui ha sempre obbedito, è sempre stato pronto anche a morire. Per certi versi ha anche saputo tacere, ma ora, davanti alla decisione del ridimensionamento dei suoi ruoli, non ce l’ha fatta: in una lettera datata 18 agosto e indirizzata ai suoi reparti, ha salutato ma ha soprattutto dedicato parole di fuoco contro i «servi sciocchi» che, abusando «delle attribuzioni conferite», prevaricano «e calpestano le persone che avrebbero il dovere di aiutare e sostenere». Traduzione: Ultimo, anche stavolta, obbedisce, ma non tace più. E lo stesso fa in un’intervista rilasciata a Il Fatto Quotidiano il 31 agosto, in cui commenta la decisione dei vertici con una decisa ma serena risposta: «La rispetto e la eseguo. Credo che il mio lavoro possa parlare per me».

 

https://youtu.be/oX0Mpce9Tik

 

Del resto Ultimo non è tipo da gettare la spugna o da abbattersi: «Questa è la lotta che mi hanno insegnato il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e il generale Mario Mori – dice a Il Fatto –. Li ringrazio perché ho visto loro praticarla così, ho visto Giovanni Falcone praticarla così e quindi faccio riferimento a loro, gli altri non li giudico e non mi interessa di loro perché ognuno poi si esprime come vuole. Io non lavoro, combatto. È esattamente come io vorrei vivere, fare il carabiniere è come io sognavo di vivere da piccolo. L’ho imparato dai colleghi delle stazioni. Sono cresciuto nelle stazioni dei carabinieri, per questo i miei amici erano e sono carabinieri e ho continuato a vivere come vedevo vivere mio padre in caserma. Ho salutato mia mamma, mio padre e mia sorella quando avevo 16 anni, li ho sempre portati nel cuore e non li ho mai sentiti lontani, li ho sempre sentiti ogni giorno accanto a me e ora che mio padre è morto lo sento ugualmente ogni giorno accanto a me. L’amore che abbiamo per il nostro popolo è così grande che ti fa dimenticare tutto». Obbedire, ma non tacere.

Il saluto più vero. Tra i suoi uomini, proprio come in quel 2009, serpeggia il malcontento. La gente che conosce la sua storia (anche grazie alle fiction di successo con protagonista Raoul Bova) scuote la testa, avvilita davanti all’ennesimo caso di un fuoriclasse della Benemerita chiuso in un angolo e privato di ogni potere. Ma le parole più belle arrivano da una persona che ha vissuto la stessa umiliazione che sta provando ora Ultimo. Stiamo parlando di Umberto Rapetto, lo sceriffo del web, il generale della Guardia di Finanza che ha individuato gli hacker del sistema informativo del Pentagono e della Nasa e che raccontava come catturare i pedofili nascosti in rete, anche lui silurato dai vertici. A differenza di Ultimo, però, Repetto ha preferito fare le valigie e salutare. Ma proprio a Ultimo l’ex generale ha voluto inviare una lettera, pubblicata su Panorama il 27 agosto. Una lettera che dice tutto e che vi riproponiamo integralmente:

 

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«Carissimo Sergio,

alla fine dell'estate del 1977 nell'atrio della Scuola militare della Nunziatella attendevo - istruttore degli allievi del primo anno - i giovanissimi vincitori di concorso. Tra le mie "vittime" un vivacissimo ragazzetto che arrivava da Castiglion della Pescaia. Sorrideva, orgoglioso di avercela fatta. Mi permisi di dirgli che il vero esame non era quello di ammissione, ma il più impegnativo e imprevedibile che  la vita ci avrebbe riservato. Ne abbiamo parlato tanto, raccontandoci i sogni, cementando i nostri sani principi, promettendoci che avremmo messo tutto il nostro impegno per cambiare il mondo in meglio. Discorsi da grandi. Forse, a voler esagerare, discorsi da "Grandi".

Quell'anno è passato in fretta e nonostante le nostre strade abbiano seguito itinerari diversi, la sintonia non è mai venuta meno. Fatica e soddisfazioni si sono alternate con un ritmo così intenso da farci dimenticare la storia delle prove difficili che la vita ci avrebbe riservato.

Adesso l'esame, anche il tuo, è arrivato.

Quanto ti è accaduto è l'ennesima dimostrazione della prepotenza della politica su quel manipolo di disperati che in questo Paese cerca ancora di fare - e bene - il proprio dovere. Come nelle partite di calcio tra bambini, è invalsa l'abitudine di portarsi via il pallone quando il risultato non coincide con la volontà di chi è il padrone della sfera. Per evitare di subire qualche altro doloroso goal, la squadra che gioca contro interrompe il match. Basta pochissimo.

Come ben sai la rimozione dall'incarico comporta qualche minuto e l'ufficiale destinatario del provvedimento si trova dinanzi ad un bivio mortale.Tu hai scelto militarmente di obbedire, lasciando a tutti noi l'onere di far vibrare la più legittima indignazione. Tre anni fa io ho preferito dire per l'ennesima volta "signornò" e optare di far salva la mia dignità, rinunciando ad un "mestiere" che era la mia vita e che come te avevo cominciato a 16 anni carico di sogni, speranze ed ambizioni. A 53 anni ancora da compiere sono stato costretto a congedarmi per evitare l'umiliazione estrema di finire negli stessi banchi a cui mi sono rivolto dalla cattedra in 16 anni di docenza al Centro alti studi difesa.

La tua vicenda è l'ennesima mortificazione per il senso civico collettivo. Nel frattempo, i soliti continueranno ad esser premiati con galloni e onorificenze per la loro supina sudditanza, perché - come si legge nelle note caratteristiche degli ufficiali delle Forze armate - "fedeli esecutori di ordini". Penso alla mia disperazione nel sentirmi comunicare telefonicamente la decisione del Comando generale della Guardia di Finanza di togliermi il comando del Gat Nucleo Speciale Frodi Telematiche. Era il 23 marzo del 2012 e stavo salendo le scale del Tribunale di Grosseto. Stavo per consegnare l'esito delle indagini tecniche sul naufragio della Costa Concordia, eseguite dopo aver quasi miracolosamente recuperato i dati della navigazione a dispetto della scatola nera guasta. Ero orgoglioso del lavoro dei miei ragazzi e pensavo che il nostro sforzo (senza il quale il processo forse non avrebbe potuto aver luogo) dovesse meritare un adeguato riconoscimento.Invece quella mirabile investigazione è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, essendo io già "colpevole" della tanto vituperata indagine sulle slot machine che consentì alla Procura della Corte dei conti di evidenziare un danno erariale di oltre 90 miliardi di euro.

Ancora oggi quando sogno, rivivo - e non mi vergogno di confessarlo - giornate in cui sono ancora "16 Charlie", il comandante del Gat, e con i miei collaboratori rincorro le mie prede... Poi, purtroppo, mi sveglio e penso a chi ha deviato il mio futuro, senza però riuscire a togliermi la forza e la capacità di emergere altrove. Vorrei fare ancora qualcosa per il nostro Paese ma ormai - in ossequio ai veti della Legge Madia che mi classifica come pericoloso pensionato - sono off-limits per la Pubblica amministrazione e per qualunque realtà partecipata dallo Stato. Ma, provvedimenti ostativi a parte, so bene che nessuno vorrebbe un rompiscatole e ormai me ne sono fatto una ragione. L'ho imparato. Meglio un incapace prono che qualcuno "vivo e pensante". Meglio un amico riconoscente di un numero uno.

Con il passare degli anni non ho più visto il sorriso di quel ragazzetto di Castiglione della Pescaia che sognava di fare il carabiniere. Lui, il carabiniere che ha fatto sognare l'Italia, deve tornare a sorridere.Sergio lo devi fare, perché la solidarietà della gente vale più di ogni medaglia e scalda il cuore. Continua a non abbassare lo sguardo dinanzi a chi non ha e non ha mai avuto il coraggio di guardarti negli occhi.Sono con te».

(Allievo Istruttore Umberto Rapetto,
Classico B 1975-78)

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