The forgotten man

L'uomo dimenticato dei nostri tempi che vota destre e populismi vari

L'uomo dimenticato dei nostri tempi che vota destre e populismi vari
Cronaca 27 Settembre 2017 ore 05:00

Ora almeno gli hanno trovato un nome: “forgotten man”. L’uomo dimenticato. È il tipo sociologico che per decenni nessuno ha preso in considerazione. Snobbato da intellettuali, politici e media. È il tipico rappresentante della classe media, il capro espiatorio del modello capitalistico. Negli anni che hanno preceduto la crisi, ha visto quelli attorno a lui arricchirsi in modo a volte smisurato. Negli anni della crisi è stato spremuto dal nuovo vangelo economico: taglio dei costi, precarietà, flessibilità. In molti paesi l’esito è stata la volatilità del lavoro. In altri una povertà nonostante il lavoro. Per tanto tempo tutti hanno fitta di niente, dipingendolo come un soggetto marginale, culturalmente insignificante e neanche pericoloso.

 

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Due segnali alle urne. Senonché in democrazia esiste quell’arma fortunatamente incontrollabile che è il voto: e così il “forgotten man” nell’arco di qualche mese ha avuto modo di lanciare due segnali che hanno scombussolato tutte le certezze. Il primo lo ha lanciato a novembre scorso eleggendo l’impresentabile Donald Trump contro tutte le previsioni e i sondaggi. Il secondo segnale lo ha lanciato domenica in occasione delle elezioni tedesche, quando ha fatto decollare le due estreme dello schieramento: l’AfD e la Linke. La prima, di estrema destra, è entrata per la prima volta in parlamento, la seconda ci è tornata dopo esserne stata estromessa quattro anni fa. Sommati fanno oltre il 20 per cento dei voti e quasi 150 seggi in parlamento. Ciò che unisce queste due estreme è proprio l’aver intercettato i voti dei “forgotten men”. Che a dispetto di quanto si possa pensare esistono (e soffrono) anche nella prosperosa Germania.

 

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È cresciuta la povertà. Chi è questo cittadino dimenticato che domenica ha alzato la voce? Non è un disoccupato, visto che i 12 anni di governo della Merkel hanno di fatto azzerato il non lavoro, che è sceso dall’11 per cento del 2004 (prima vittoria di Angela) al 3,8 per cento di oggi. Peccato che in questo eden dell’occupazione sia però cresciuta la povertà: le persone in condizione di povertà relativa oggi sono il 17 per cento. Sono persone che lavorano e che per sbarcare il lunario sono costrette a una doppia occupazione (in Germania oggi sono 2 milioni coloro che sono costretti ai due lavori). Se tra chi è occupato i poveri sono cresciuti del 10 per cento, tra i pensionati c’è stato un picco addirittura del 30 per cento. E questo per la scelta della Merkel che ha portato il bilancio dello stato ad un attivo di 30 miliardi di euro, facendo crollare gli investimenti pubblici. Va riconosciuto che la Germania ha salvaguardato un livello di welfare esemplare e che ad esempio il sistema dei sussidi è molto efficiente. Tuttavia i 300 miliardi di surplus commerciale, il maggiore al mondo, è finito nelle tasche di una minoranza, allargando quella forbice delle diseguaglianze che ha portato l’America profonda a schierarsi con Trump. Per questo, forse più che i migranti, la vera scintilla di questa indignazione elettorale sono quei ricchi che sfrecciano in Porsche, per andare in Polonia dove hanno portato le aziende, all’insegna di un vero dumping sociale: si va dove si può pagare meno e spremere più ricchezza al povero “forgotten man”.