Analisi e retroscena

Da Mani pulite a Berlusca a Renzi Misteri d’Italia: un punto di vista

Da Mani pulite a Berlusca a Renzi Misteri d’Italia: un punto di vista
05 Marzo 2018 ore 02:30

Toscano di Viareggio, docente di Storia contemporanea all’Ateneo di Bergamo, Roberto Pertici studia l’evoluzione della democrazia in Occidente. Un interlocutore prezioso per comprendere in quale fase storica si colloca il voto di domenica.

 

Professor Pertici, da dove comincia la nostra storia recente?
«Da una vicenda che a tutt’oggi non è chiara: Mani pulite».

In che senso non è chiara?
«Non è chiara nei suoi meccanismi, nelle sue connessioni internazionali e nelle sue motivazioni interne. È stata una crisi di sistema che nessun altro Paese occidentale ha conosciuto in tempi recenti, paragonabile soltanto a quanto avvenuto nei Paesi comunisti dell’Est dopo la caduta del Muro di Berlino».

Ci faccia capire.
«Il Partito Socialista, che aveva un secolo ed era sopravvissuto al fascismo, non è scampato ad Antonio di Pietro. La Democrazia Cristiana, il Partito Repubblicano, il Partito Liberale, tutti partiti che avevano innervato la vita della Prima Repubblica, sono stati spazzati via. Perché tutto questo?».

 

 

Perché erano corrotti.
«C’erano persone corrotte, ok. E c’erano i costi della politica: questi grandi partiti di massa con strutture costose avevano la cattiva abitudine di finanziarsi con tangenti su commesse pubbliche e con le procedure che sappiamo. Era un fatto generale che riguardava tutti. Un po’ meno il Partito Comunista per il semplice fatto che il Pci aveva ricevuto da sempre finanziamenti cospicui dal l’Unione Sovietica, cioè da un Paese che da un punto di vista strategico guidava un blocco contro cui l’Italia era schierata nell’Alleanza Atlantica».

E quindi cosa è successo?
«Che una volta finito il comunismo, il capitalismo italiano, che aveva dovuto pagare sistematicamente queste tangenti, insieme ad alcuni ambienti internazionali ha pensato di farla finita con quel sistema. Un sistema che non serviva più, perché il comunismo non c’era più. Altre volte c’erano state grandi inchieste, ma erano state insabbiate».

Questa volta, invece?
«Si creò un legame rocambolesco fra una parte della magistratura e una serie di grandi giornali. Veltroni, che allora era direttore dell’Unità, ha detto che per molti mesi lui, il direttore della Stampa e quello del Corriere della Sera si telefonavano per patteggiare i titoli di prima pagina. Si voleva azzerare una classe politica».

Chi lo voleva?
«Alcuni settori dello Stato e i poteri economici e finanziari che stavano dietro alla grande stampa».

 

 

E qual era il loro progetto?
«Io penso che fosse la formazione di un nuovo “partito regime”, perché questi ambienti hanno bisogno di un “partito regime” di riferimento: la Democrazia Cristiana per quasi cinquant’anni, il fascismo per vent’anni, il grande centro “liberale”prima ancora. Un partito affidabile che gestisca lo Stato e permetta a questi ambienti di fare le loro cose senza preoccuparsi più di tanto della dialettica politica. E credo che questa nuova forza l’avessero identificata nel partito successore del Partito Comunista, il Pds poi Ds».

Perché avrebbero scelto i Democratici di Sinistra?
«Perché erano interlocutori affidabili, con senso dello Stato, ed erano buoni amministratori, mediamente preparati e sufficientemente onesti».

Dietro c’erano anche ambienti internazionali?
«Gli storici hanno per ora difficoltà a chiarire questo aspetto e io odio il complottismo. Tuttavia credo anch’io che ci fossero forze internazionali che ce l’avevano con Andreotti e con Craxi. E si può anche capire il perché: Andreotti e Craxi avvisarono Gheddafi dell’attacco americano, altrimenti sarebbe morto venticinque anni prima; hanno fatto una politica mediterranea “borderline” all’interno dell’Alleanza Atlantica. Le mie sono soltanto ipotesi, ma non è impossibile che tutti costoro avessero un obiettivo simile».

 

 

Cioè cambiare il centro del sistema politico italiano, dando vita a un nuovo “partito regime” che doveva governare stabilmente e a lungo.
«Esatto, anche perché quel partito non aveva ormai rivali, tutti gli avversari possibili erano stati azzerati».

Progetto andato in porto?
«No, perché nessuno aveva previsto il colpo di scena: Berlusconi. L’uomo politico più significativo del panorama italiano dopo l’uscita di scena di Craxi. Attenzione: significativo non vuol dire bravo, può essere il peggiore, ma vuol dire significativo. A conferma di ciò ci sono anche la sua durata politica e il fatto che sia sopravvissuto a quatto o cinque colpi che avrebbero fatto fuori chiunque».

Perché è avvenuta la famosa discesa in campo di Berlusconi?
«Alcuni politologi come Giuliano Urbani, dissero: i partiti non sono delle etichette che si possono azzerare, hanno un radicamento sociale. D’ora in poi, la parte del Paese che è stata privata dei suoi punti di riferimento per chi voterà? Possiamo prevedere che davanti a un successo del Pds stia ferma? Sembra che alcuni di questi personaggi si siano presentati a Gianni Agnelli chiedendogli di muoversi in prima persona. Agnelli rispose: “Andate da Berlusconi perché può darsi che lui sia il tipo che le fa queste cose”. Ma prima si rivolsero a Mario Segni che non ebbe il coraggio di porsi alla guida di una nuova coalizione».

 

 

E si arriva a Berlusconi.
«Del quale si vociferava che fosse in difficoltà economiche e che temesse una possibile revisione della legge Mammì che gli aveva confezionato il suo amico Craxi. Probabilmente Berlusconi pensò al suo interesse personale – che è sempre stato presente nel personaggio -, però capì anche che nel Paese c’era uno spazio consistente di elettori senza partito. Nel frattempo era stato adottato un nuovo sistema elettorale tendenzialmente maggioritario e bipolare. Alle elezioni del marzo ‘94 questo imprenditore rampante con l’appoggio di due partiti considerati impresentabili e anti-sistema, la Lega e Alleanza Nazionale, vinse clamorosamente le elezioni».

Una totale sorpresa.
«Che in una parte del Paese provocò un tremendo shock culturale. Questo ha dato vita a un rigetto emotivo, a un’ossessione. In molti ambienti, il centro dei discorsi era sempre e comunque la persona di Berlusconi, con alcuni organi di stampa che fornivano continuamente nuovo materiale. Non si discuteva soltanto di leggi e linee politiche, ma soprattutto di quello che Berlusconi mangiava, delle sue cravatte, del fatto che suonasse la chitarra, delle donnine ecc. Si insisteva su questi risvolti ridicolizzanti del personaggio».

E i poteri forti?
«Berlusconi non è mai stato il loro uomo. Da loro è stato sempre trattato come un parvenu e non si sono mai voluti confondere con lui. Non si deve dimenticare il fatto che il famoso avviso di garanzia che raggiunse Berlusconi a Napoli fu pubblicato dal Corriere della Sera in anticipo e mentre era in corso il G7. Qualche anno dopo, in un pubblico dibattito alla Versiliana, chiesi a Paolo Mieli, l’allora direttore del Corriere, se lo avrebbe rifatto. “Forse non lo rifarei più, ma a…»

 

Per leggere l’articolo e la tabella completi rimandiamo a pagina 5 di Bergamopost cartaceo, in edicola fino a giovedì 8 marzo. In versione digitale, qui.

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