Cronaca
C’è chi parla di “Rivoluzione”

Il manifesto contro l'Isis del presidente egiziano al-Sisi

Il manifesto contro l'Isis del presidente egiziano al-Sisi
Cronaca 09 Gennaio 2015 ore 07:50

C’è chi parla di “Rivoluzione al-Sisi”, chi semplicemente di “svolta”, chi delinea come vero e proprio “manifesto intellettuale” il discorso che il presidente egiziano ha tenuto qualche giorno fa all’Università Al-Azhar del Cairo, officina teologica dell’islam sunnita. Non è passata inosservata alla stampa internazionale la prolusione al nuovo anno del premier egiziano, per il netto richiamo rivolto ai musulmani di tutto il mondo in cui si legge una condanna decisa al terrorismo e al fondamentalismo.

Il mondo islamico non può più essere percepito come «fonte di ansia, pericolo, morte e distruzione» per il resto dell'umanità, ha avvertito al-Sisi, che ha invitato imam e guide religiose ad «uscire da se stesse» e favorire una «rivoluzione religiosa» per sradicare il fanatismo e rimpiazzarlo con una «visione più illuminata del mondo». Parole davvero dure in un momento in cui il mondo islamico è sconvolto e disorientato di fronte all’emergenza Isis: nessun leader politico si era ancora erto con una posizione tanto rigida, che assume ancor più peso alla luce del luogo in cui il discorso è avvenuto, l’Università di Al-Azhar, da secoli punto di riferimento teologico dei sunniti.

«È mai possibile che un miliardo e 600 milioni di persone possano mai pensare di riuscire a vivere solo se eliminano il resto dei 7 miliardi di abitanti nel mondo? No, è impossibile!», è uno dei passi più importanti del discorso di Al Sisi, aspro nel lanciarsi contro il «pensiero erroneo» di cui ora si alimentano alcuni credenti islamici, un’idea contrapposta all’islam autentico, fatto di testi e pensieri che «noi abbiamo sacralizzato nel corso degli anni». «Tutto ciò che vi dico non può essere compreso se rimanete intrappolati in questa mentalità. Bisogna fare un passo uscendo da se stessi, per essere in grado di osservare tutto ciò e rifletterci da una prospettiva più illuminata». Per poi aggiungere: «Sto dicendo queste parole qui ad Al-Azhar, davanti a questa assemblea di studenti e ulema. L’onnipotente Allah possa essere testimone della vostra verità nel giorno del giudizio rispetto a quanto vi sto dicendo».

Quello di Al Sisi è una chiaro invito ad una rivoluzione religiosa: «Voi, imam, siete responsabili davanti ad Allah. L’intero mondo, ripeto, l’intero mondo sta aspettando la vostra prossima mossa. Perché questa comunità sta per essere lacerata, distrutta, persa... E sta per essere abbattuta dalle nostre stesse mani». Come detto, difficilmente in questi mesi di ascesa dell’Isis si sono sentite parole tanto pesanti da leader di Paesi musulmani, anche quando le note delle cancellerie vaticane invitavano il mondo arabo ad esprimersi in merito a quanto stava accadendo in Siria e Iraq.

In questo modo Al Sisi si rimette con forza al centro della scena araba, dopo mesi di fatiche interne e lotte contro i Fratelli Musulmani, tradizionalmente scansati dai vertici dell’Università Al-Azhar, ma non dai suoi studenti. E il luogo del discorso assume duplice importanza, visti anche i ritardi con cui l’ateneo egiziano aveva espresso giudizi sul califfato islamico di Al-Baghdadi: qualcuno legge nel discorso di Al Sisi una mossa per restituire ad Al-Azhar un ruolo cardine nello scacchiere musulmano, proprio valorizzandone la sua posizione religiosa moderata.

Intanto, Al Sisi si è reso protagonista di un’altra mossa di valore: martedì 6 gennaio sera ha partecipato alla veglia di Natale presso la cattedrale copta di San Marco, al Cairo. Mossa politica, certo, ma che rimane pur sempre una novità: i presidenti egiziani in passato, hanno mandato solo rappresentanti o omaggi, mai hanno partecipato di persona a tale evento. Che è la festa più grande di una minoranza cristiana che rappresenta il 10% della popolazione egiziana, e che da anni vive le sue celebrazioni natalizie nella paura, perseguitata da tanti musulmani sebbene la costituzione la protegga. Pure quest’anno ci sono stati morti: due poliziotti messi a protezione della Chiesa della Vergine Maria a Miniya. Nel 2011 i deceduti furono molti di più quando le autobombe alla chiesa dei Santi di Alessandria diedero il “la” alla Primavera Araba. Che sia onesto o meno il gioco di Al Sisi coi copti, pure loro attendono la rivoluzione che lui ha invocato.