Bandite le mode occidentali

Il manuale della sposa jihadista

Il manuale della sposa jihadista
09 Febbraio 2015 ore 09:50

La Brigata alKhansaa è un reparto interamente femminile dell’Isis a cui sono affidati compiti di polizia. Impongono il rispetto del Corano e sono incaricate di scovare uomini travestiti da donne. Spesso, infatti, le appartenenti alla brigata si trovano ai posti di blocco e, essendo donne, possono perquisire e frugare sotto le vesti di chi indossa abiti femminili. Prende il nome da una poetessa cara a Maometto ed è composta da una sessantina di agenti velate, che imbracciano il mitra. Hanno il compito di punire le donne che adottano comportamenti non consoni all’islam. Sono le donne di alKhansaa ad aver stilato il manuale della perfetta moglie del jihadista. Si tratta di un vero e proprio manifesto della vita di una donna ai tempi del sedicente califfo alBaghdadi. Secondo quanto riporta la Bbc, però, il manifesto sarebbe più uno strumento di propaganda per reclutare nuove adepte, soprattutto dall’estero. Si stima, infatti, che, tra le migliaia di foreign fighters, almeno il 10% siano donne.

Il documento e la sua struttura. Andando a leggere nel dettaglio quanto contiene il documento si trovano elementi inquietanti. La traduzione dall’arabo è stata curata dalla Quiliam Foundation, un importante think tank inglese che si occupa di combattere ogni forma di estremismo. Un testo di 40 pagine, corredato da foto e pieno di riferimenti ai testi sacri dell’islam, in cui nel dettaglio si spiega il concetto di parità di genere secondo l’Isis. Una donna emancipata, intesa come la intendiamo noi in Occidente, per le redattrici del documento, non è altro che una donne piena di tormenti. Viene data grande enfasi all’importanza della maternità e della famiglia, fulcro della vita del jihadista.

Il testo è diviso in tre parti. La prima parte offre una lunga confutazione della civiltà occidentale e del suo pensiero, si affrontano questioni molto specifiche, come il femminismo, l’istruzione e la scienza. La seconda parte si basa sulla testimonianza di vita vissuta nei territori ora controllati dallo Stato islamico, prima nella città irachena di Mosul, e, in secondo luogo, in quella siriana di Raqqa. L’ultima sezione è una diatriba che mette a confronto la vita per le donne che vivono sotto l’Isis e quelle della penisola arabica, in particolare in Arabia Saudita.

Le età di una donna e l’elogio dello stile di vita sedentario. Una donna, secondo il documento, può sposarsi già a 9 anni, anche se l’età ideale è attorno ai 16/17 anni. Mai più tardi. Da quel momento può sostenere il califfato solo a porte chiuse. Non può infatti più farsi vedere da nessuno né tantomeno lavorare, perché il regno di una donna, per di più se moglie di un jihadista, è la casa.

Questo non significa che la donna debba essere ignorante: tutt’altro. Certo le donne al tempo dell’Isis, secondo il documento, non hanno bisogno di prendere una laurea o di andare a scuola per sentirsi emancipate e uguali, o addirittura più intelligenti, agli uomini. La formazione alla fede e alle conoscenze per la sua corretta pratica deve iniziare in tenera età e protrarsi fino ai 15 anni. In particolare i periodi della vita di una giovane donna sono così suddivisi: dai 6 ai 9 anni si analizza il Corano, senza tralasciare lo studio di scienze matematiche e naturali. Dai 10 ai 12 lo studio della religione approfondito per quanto riguarda l’aspetto femminile, il matrimonio e il divorzio, oltre a lezioni pratiche di gestione domestica, come cucito e cucina. Dai 13 ai 15 anni è il periodo in cui si deve capire bene di cosa si tratta quando si parla di legge islamica e di famiglia, figli compresi.

Da quando si sposa, dicevamo, la donna è relegata alla sedentarietà. Ma tre sono le eccezioni a questo status: il medico, l’insegnante e, naturalmente, “la chiamata alla jihad, nel caso non ci fossero abbastanza uomini”. Tutti lavori che però possono essere esercitati al massimo tre volte a settimana.

La civiltà occidentale. Quello che colpisce, nel documento, è la minuziosa descrizione, e conseguente condanna delle mode occidentali. Al bando parrucchieri, estetiste, negozi di abbigliamento, accessori, saloni di bellezza, che sarebbero una rappresentazione del diavolo. Per non dire della chirurgia estetica o dei piercing e “tutte quelle cose che pendono dall’orecchio”, strumenti del demonio e per questo assolutamente banditi. Ma il grado di repressione e di misoginia, raggiunge il suo livello più alto quando si fa un riferimento all’Arabia Saudita. Per le Brigata alKahnsaa, il regno dei Saud, famoso per non dare alcun diritto alle donne, compreso quello di guidare e di girare da sole, è considerato come un luogo di perdizione e le sue donne troppo emancipate. Addirittura la sua tv è bollata come un mezzo di prostituzione e corruzione.

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