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Marigolda Sport, più di un bar Che però ha dovuto chiudere

Marigolda Sport, più di un bar Che però ha dovuto chiudere
17 Luglio 2019 ore 06:30

«Ed eccoci giunti al termine di un’impresa che ci ha dato tanto. Otto anni condivisi, ricchi di emozioni, ricordi e belle amicizie che custodiremo gelosamente nel nostro cuore. Un grazie speciale alla nostra Sara, parte essenziale degli ultimi cinque anni, una ragazza affidabile e premurosa. Grazie a mio marito che mi ha sopportato, alle persone del GS Marigolda compreso chi, da lassù, ci ha sempre sostenuto, e a chi ha contribuito a questo percorso. Grazie alla mia famiglia, che c’è stata, ma un grazie speciale va alla persona che mi ha sempre aiutata in ogni situazione, il mio papà che adoro e che mi ha insegnato tanto in questi anni». Con queste parole Roberta Bonati ha salutato su Facebook amici e clienti del Bar Marigolda Sport, la sua seconda casa, il posto che ha visto crescere i suoi figli  Alessandro e Francesco e che ha visto nascere la piccola Gaia. Un posto che ha  vissuto, amato e fatto suo. Dove ha stretto legami, portando avanti il suo lavoro con passione e attaccamento. Quello stesso attaccamento che hanno mostrato verso di lei e la sua famiglia i numerosissimi amici che hanno risposto ai suoi saluti social. Ma con il nuovo bando del Centro Vivere Insieme 2, la gestione del bar andrà al vincitore che garantirà i 600 mila euro di lavori alle strutture.

 

 

Come nasce il Bar Marigolda Sport?

«Otto anni fa ho cominciato insieme a Eleonora, un’amica che ho conosciuto quando Alessandro frequentava la scuola materna. Se non ci fosse stata lei nulla sarebbe partito, perché non avevo mai fatto questo lavoro. Allora si chiamava Bar del Campo».

Prima di allora era impiegata alla Brembo, mentre suo marito faceva il magazziniere.

«Frequentavamo il centro sportivo e quando la ragazza che c’era prima ha deciso di lasciare la mia ex socia è partita con entusiasmo nella sua opera di convincimento per persuadermi a prenderlo in gestione insieme».

Così, nell’agosto del 2011, è cominciata l’avventura.

«Ho lasciato il mio lavoro in Brembo e, all’inizio, durante il giorno c’eravamo io ed Ely. Facevamo i turni, perché il centro apriva alle 7.30 e una di noi stava al bar a preparare le colazioni mentre l’altra puliva gli spogliatoi. Era tutto un po’ un incastro. Nel frattempo i nostri mariti, che avevano mantenuto i rispettivi impieghi, si alternavano con noi la sera, facendo la chiusura. Con loro siamo durati due anni. Poi i nostri soci si sono stancati, perché è un lavoro impegnativo, ti deve piacere e non faceva per loro».

A quel punto Massimo, suo marito, ha lasciato il lavoro, avete assunto Sara, vi siete riorganizzati e il bar è diventato Marigolda Sport.

«Sì. Io pulivo gli spogliatoi, Massimo stava al bar e mio papà Gianfranco ci dava una mano nella pulizia dei campi da tennis e degli impianti, mentre Sara arrivava di pomeriggio».

Il locale andava molto bene, oltre al servizio bar proponeva brunch a mezzogiorno a base di panini, focacce e pizze e tra i clienti c’erano i dipendenti della Brembo e di MediaWorld, prima che si trasferissero.

«Ci tenevo da morire a questo lavoro, il contatto con le persone mi ha aiutato tantissimo e il posto è bellissimo. Noi avevamo tutto sotto controllo, era molto più di un bar, era un centro di incontro. Con la materna lì vicina, i bambini venivano a giocare e a fare le merende. Facevamo grigliate, feste della birra, tornei. I boy scout erano nostri clienti fissi, venivano da noi ogni anno a fare la loro grigliata, si portavano la carne e noi mettevamo a disposizione il necessario per la festa. Anche con gli abitanti del quartiere c’era tanta collaborazione».

A settembre avete saputo che tre mesi più tardi, a fine anno, avreste dovuto chiudere l’attività, che poi è stata prorogata di altri di sei mesi.

«Fortunatamente Massimo ha trovato subito un lavoro. Un nostro fornitore, con cui aveva lavorato per 15 anni, ad aprile l’ha riassunto. Da allora fino alla fine di giugno abbiamo fatto un tour de force, con lui che faceva il doppio turno per darmi il…

 

Per leggere l’articolo completo rimandiamo a pagina 36 del BergamoPost cartaceo, in edicola fino a giovedì 18 luglio. In versione digitale, qui.

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