La (prima) ricostruzione ufficiale

L’uccisione del carabiniere a Roma La pistola e il coltello da marine

L’uccisione del carabiniere a Roma La pistola e il coltello da marine
30 Luglio 2019 ore 15:43

Non aveva con sé la pistola il brigadiere Mario Cerciello Rega quella notte. L’aveva lasciata nel suo armadietto, probabilmente per una dimenticanza. È quanto ha reso noto il il comandante provinciale dei carabinieri di Roma, Francesco Gargaro in una conferenza stampa molto attesa tenuta per chiarire i punti rimasti oscuri del delitto del carabiniere in via Cossa. Quanto al suo collega Andrea Varriale, era armato, ma non ha potuto sparare perché i due erano in fuga e quindi sarebbe incorso in un reato. «Non immaginavano di trovarsi di fronte una persona con un coltello di 18 centimetri, e non si aspettavano neanche di essere aggrediti nel momento in cui si qualificavano come carabinieri», ha spiegato Gargaro.

Il coltello è quello che Helder Finnengan Lee, uno dei due ragazzi americani indiziati per avere ucciso con undici colpi Cerciello Rega. È un coltello militare, una delle lame da guerra più note usato dai marines, chiamato K-Bar trench knife. Lo aveva portato dagli Usa arrivando a Roma per trovare l’amico Natale Hjorth. Ma com’è possibile portarsi in aereo un oggetto di tale pericolosità? Secondo le regole dell’Autorità sulla sicurezza dei trasporti americana, è infatti possibile trasportare in volo un coltello come il Ka-Bar imbarcato in stiva da Elder: va messo nella stiva e deve essere protetto in modo che nessun addetto al carico bagagli possa essere ferito.

 

 

Un ruolo tutto da chiarire è quello di Sergio Brugiatelli, l’uomo che avrebbe chiamato il 112 e che sta all’origine dell’operazione. È lui che ha subito il furto e che quindi viene convinto a mettere in trappola con il falso appuntamento i due ragazzi americani. «L’aggressione è stata rapida. Nella zona c’erano quattro pattuglie nei paraggi che non dovevano essere visibili per non pregiudicare l’operazione. Pattuglie che sono intervenute dopo l’allarme dato», ha continuato nella sua ricostruzione il comandante Gargaro. Altro punto oscuro della vicenda è quello dell’indicazione che i responsabili del fatto fossero due magrebini. È una voce che è stata fatta circolare immediatamente dopo il delitto e di cui secondo la ricostruzione dei carabinieri sarebbe responsabile proprio Sergio Brugiatelli, che era naturalmente presente sul posto. «Ha parlato di due persone di carnagione scura, presumibilmente maghrebini», ha spiegato il colonnello Gargaro. «Lo ha detto perché aveva il timore di dire che conosceva gli autori dell’omicidio. Non voleva essere associato al fatto. Solo dalle immagini si è scoperto l’antefatto».

 

 

Il colonnello ha poi voluto chiarire un altro punto oscuro della vicenda, spiegando che Sergio Brugiatelli non ha agito in quanto informatore delle forze dell’ordine, circostanza questa confermata anche dal tono delle telefonate registrate. Il personaggio però crea confusione quando, ai carabinieri sul posto, dirà di non avere i documenti dietro, di non aver fatto niente e di essere “amico delle guardie”. Una frase gergale che evidentemente si è prestata subito a più ampie letture. Resta aperto anche il caso dell’interrogatorio di uno dei due imputati a occhi bendati: il responsabile è stato individuato e su di lui è stata avviato un procedimento disciplinare.

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