c'è chi parla di genocidio

Il martirio dei cristiani in Siria Si teme un’esecuzione di massa

Il martirio dei cristiani in Siria Si teme un’esecuzione di massa
27 Febbraio 2015 ore 09:00

Sono numeri impressionanti, che salgono di ora in ora, quelli dei cristiani rapiti dagli jihadisti nel nord-est della Siria. Secondo quanto riferiscono alcuni rappresentanti delle chiese locali sarebbero cominciate anche le prime esecuzioni sommarie. Nel giorno in cui il mondo ha scoperto l’identità del boia Jihadi John, il tagliagole apparso in molti video dell’Isis, che si chiama Mohamed Emwazi, ha 27 anni ed è di Londra, in Siria si parla di 15 persone uccise mentre cercavano di difendere i loro villaggi e le loro famiglie dagli assalti. Ci sono fonti che riferiscono che entro oggi dovrebbe avvenire un’esecuzione di massa nella moschea di Bab Alfaraj, villaggio sunnita della zona. Sono notizie non ancora confermate, ma in merito alle quali arriva la ferma condanna del ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni, che parla di genocidio: «Queste sistematiche violazioni dei diritti fondamentali e il genocidio di comunità millenarie e pacifiche suscitano profonda indignazione e sono inaccettabili. È necessario moltiplicare gli sforzi per contrastare l’estremismo violento, respingerne l’impostazione ideologica basata sull’intolleranza e l’odio». Anche Papa Francesco, impegnato nel ritiro di Ariccia per gli esercizi spirituali, segue con preoccupazione le notizie per la situazione dei cristiani nel nord-est della Siria e prega per loro.

 

Mideast Islamic State

 

I cristiani in fuga dalla Siria. Sconfitti e cacciati da Kobane, città simbolo della resistenza siriana nei confronti dell’Isis, i miliziani jihadisti al soldo del sedicente califfo alBaghdadi hanno riparato nei villaggi circostanti di Tel Shemiran e Tel Hermez, nel governatorato di Al Hasakah, al confine con l’Iraq, seminando il terrore, bruciando le chiese, uccidendo e sequestrando decine e decine di cristiani. Qui, in questi villaggi sorti sulle rive del fiume Khabur, affluente perenne dell’Eufrate, e fondati negli anni Trenta del secolo scorso, vive una nutrita comunità cristiana assiro-caldea-siriaca. Era giunta qui per fuggire dalle persecuzioni e dai massacri perpetrati allora dall’esercito iracheno. Oggi da questa zona stanno scappando tutti. Sono sfollati che hanno bisogno di cibo, acqua, beni di prima necessità, cure mediche e vestiti. Dei 30 mila assiri che componevano una delle più antiche comunità cristiane del Medio Oriente, oltre 5mila hanno deciso di abbandonare il Paese con il perdurare della guerra in Siria, scegliendo la via dell’esodo in cerca di un riparo più sicuro. Negli ultimi giorni la situazione ha dato via a un nuovo esodo di massa. Una situazione che ricorda la tragica sorte dei cristiani iracheni che l’estate scorsa sono stati costretti ad abbandonare la piana di Ninive. Anche loro scappavano dai miliziani dell’Isis.

Il numero esatto di quanti sono stati presi ostaggio dai miliziani dell’Isis è salito di giorno in giorno: fino a mercoledì c’era chi diceva fossero 90, chi 150. Giovedì 220, secondo i dati diffusi dall’Osservatorio Siriano per i diritti Umani, che ha anche riferito del rapimento, negli ultimi tre giorni, di altre decine di persone in 11 villaggi nella provincia di Hassakeh. E nelle ultime ore la denuncia dell’archimandrita (carica nelle chiese orientali corrisponde a quella di abate) Emanuel Youkhana del Christian Aid Program Nohadra-Iraq e rilanciata da Aiuto alla Chiesa che soffre, secondo cui i cristiani rapiti sarebbero 350. La stessa fonte che ha diffuso la notizia delle prime uccisioni. Per la liberazione dei cristiani i miliziani pare abbiano chiesto lo scambio con alcuni loro prigionieri nelle mani dei peshmerga curdi. Nell’assalto ai villaggi sul fiume Khabur è stata data alle fiamme una delle chiese cristiane più antiche della Siria, quella del villaggio di Tal Hermez.

 

Mideast Lebanon Syria Islamic State

 

La denuncia dei vescovi. Che i cristiani fossero stati rapiti lo aveva confermato all’Agenzia Fides anche l’Arcivescovo Jacques Behnan Hindo, ordinario dell’arcieparchia siro-cattolica di Hassaké-Nisibi, che si è unito all’appello alla comunità internazionale lanciato dall’vescovo caldeo ausiliare di Baghdad e vicario patriarcale, Shlemon Warduni, che alla Radio Vaticana ha parlato di genocidio, spiegando come sia inutile bombardare se non si smette di vendere all’Isis le armi.

Warduni ha definito la situazione attuale dei cristiani in Medio Oriente come «la notte del mondo» e ha aggiunto: «Purtroppo quanto sta accadendo in Siria, nei villaggi cristiani assiri nella regione del Khabour non mi sorprende. Tutto il mondo sa chi è l’Is, lo Stato islamico, che compie cose orribili, impensabili, contro la giustizia e l’umanità. Allora chiedo: dov’è la comunità internazionale?». Parole forti, che si aggiungono a una denuncia nei confronti dell’Occidente: «Quanto accade è perché Usa e Europa continuano ad armare questi barbari. Basta vendere armi a questi terroristi! È il modo migliore per disinnescare la violenza e sconfiggerli. Basta con il commercio di armi. Occupiamoci dell’emergenza umanitaria e dei milioni di persone che hanno perso tutto».

Le accuse all’Occidente rivolte da Warduni fanno eco a quelle dell’arcivescovo Hindo il quale è convinto che l’offensiva degli jihadisti abbia messo in luce responsabilità e comportamenti deplorevoli da parte di diversi altri soggetti, tra cui le Nazioni Unite, che sembrano essere latitanti nei confronti dei rifugiati. I cristiani della regione si sentono abbandonati a loro stessi e in totale balia dell’Isis, che è cresciuto grazie alle «politiche sciagurate francesi e statunitensi che adesso perseverano nell’errore, commettono sbagli strategici grotteschi come l’annuncio sui media della campagna di primavera per liberare Mosul e si ostinano a interferire con interventi irrilevanti, invece di riconoscere che proprio il sostegno da loro garantito ai gruppi jihadisti ci ha portato a questo caos e ha distrutto la Siria, facendoci regredire di 200 anni».

Sulle violenze e gli omicidi sommari che gli jihadisti starebbero mettendo in atto nei confronti delle comunità cristiane l’Arcivescovo Hindo non conferma, ma pone interrogativi in merito alle incursioni aeree compiute da contingenti internazionali contro le postazioni dello Stato Islamico anche in Siria. «Prima sentivamo tutte le notti gli aerei passare sopra le nostre teste verso le tre di mattina. Negli ultimi quattro giorni, le operazioni aeree sono state sospese. E io mi chiedo come mai».

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