La strage nel campo profughi

Nigeria, vede suo padre tra la folla e la kamikaze non si fa esplodere

Nigeria, vede suo padre tra la folla e la kamikaze non si fa esplodere
Cronaca 13 Febbraio 2016 ore 12:20

È stato tragico il bilancio del duplice attenato che Boko Haram ha messo a segno a Dikwa, in un campo profughi. 65 vittime provocate da due kamikaze, ma che potevano essere di più se una terza ragazza avesse rinunciato a farsi esplodere. Nella folla ha riconosciuto suo padre e all’ultimo minuto, anziché premere il bottone della cintura di esplosivo che avrebbe fatto saltare in aria lei e le persone che la circondavano, ha deciso di scappare e di raccontare tutto alla polizia. Solo così si è potuto scoprire qualche dettaglio in più sull’attentato, e avere conferme sulle modalità già note che vengono utilizzate da Boko Haram per seminare il terrore in Nigeria.

 

 

Il campo di Dikwa. Il campo di Dikwa sorge nello stato di Borno, nel nordest della Nigeria. È a metà strada con il Camerun e dista un’ottantina di chilometri da Maiduguri, la città di origine del gruppo di miliziani di Boko Haram. Fino allo scorso novembre il campo profughi era abitato da 7mila persone. Oggi ce ne sono 52mila. Sono persone fuggite dalle loro case a causa dell’avanzata dei miliziani estremisti, che hanno provocato fino a oggi la morte di 20mila persone e due milioni e mezzo di sfollati. I campi profughi sono uno degli obiettivi dei miliziani perché lì è possibile uccidere un gran numero di civili. A volte i terroristi agiscono per mano di kamikaze, altre, come è avvenuto a settembre 2015 nello stato di Adamawa, piazzano degli ordigni esplosivi comandati a distanza.

Niente telecomandi. Nel caso di Dikwa le tre ragazze vestite di cinture esplosive non erano telecomandate, a differenza di quello che è successo in attentati simili in passato, quando invece venivano costretti all’azione spesso dei bambini. I loro carcerieri, da quanto ha raccontato la ragazza che si è salvata alla polizia, le hanno accompagnate nei pressi del campo e hanno affidato loro la missione di farsi esplodere tra la folla la mattina successiva, quando la gente sarebbe stata in fila per ricevere qualcosa da mangiare dalle strutture che gestiscono il campo. Le tre sono arrivate a Dikwa dalla vicina città di Boboshe. All’ingresso le guardie hanno pensato che anche loro fossero sfollate in fuga, e le hanno fatte entrare. Due hanno eseguito gli ordini con un gesto volontario, ma la terza si è rifiutata, seppur combattuta dal terrore di disobbedire agli ordini. Già la notte precedente aveva provato a convincere le altre a desistere, due ma invano.

 

 

L’uso delle donne. Quando la polizia ha interrogato la ragazza – che ha fornito informazioni su altri potenziali attacchi – si è scoperto che il suo nome non figura nella lista delle 275 studentesse rapite nell’aprile 2014 nel college cristiano di Chibok e di cui non si sono avute più notizie. Purtroppo, sono molte di più le donne che Boko Haram ha strappato alle proprie famiglie, e che oggi usa come kamikaze. Amnesty International ha calcolato che sono circa 2mila. Tempo fa una ragazza che era riuscita a fuggire dai suoi aguzzini aveva raccontato che le donne rapite sono costrette a convertirsi all’islam, e l’unica alternativa è la morte. Vengono stuprate, messe incinte, contagiate con malattie veneree. Diventano, come per l’Isis, schiave sessuali. Nel caso specifico di Boko Haram, però, è frequente l’impiego come kamikaze poiché è facile nascondere sotto le loro lunghe vesti le cinture esplosive.

 

 

Meno controlli e meno sospetti. Le donne, poi, fino a oggi hanno sempre destato meno sospetti di un uomo e difficilmente vengono controllate accuratamente, anche perché la cultura musulmana tende ad evitare i contatti fisici tra uomini e donne. Infine, una giovane kamikaze suscita più indignazione rispetto ad un kamikaze in là con gli anni e uomo. Purtroppo, però, oggi le donne sono diventate armi di routine, e l’Onu stima siano almeno un centinaio quelle, giovani e giovanissime, impiegate come kamikaze negli ultimi due anni.

La reazione impotente del governo. Dall’altra parte invece il governo nigeriano ritiene che questa tendenza sia una prova della presunta debolezza di Boko Haram, che avrebbe perso gran parte del suo potere e per questo sfoga la sua sete di vendetta facendo stragi di civili. Il nuovo presidente nigeriano, Muhammadu Buhari, sembra incapace di riportare la situazione sotto controllo, nonostante abbia fatto della lotta a Boko Haram il cavallo di battaglia della sua compagna elettorale. In realtà quella di seminare terrore, distruzione e morte è una prassi che ha sempre contraddistinto il gruppo terrorista. Inoltre, da quasi un anno i terroristi nigeriani hanno dichiarato di avere giurato fedeltà all’Isis e quindi di essere diventati lo “Stato Islamico nell’Africa Occidentale”.

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