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UN EVENTO DIVENTATO "UN LUSSO"

Le Olimpiadi che nessuno vuole

Le Olimpiadi che nessuno vuole
Cronaca 04 Ottobre 2014 ore 10:30

Si fa sempre più paradossale la corsa ai Giochi Olimpici invernali del 2022. E non perché le candidate si stanno scambiando colpi proibiti per accaparrarsi la 24esima edizione delle Olimpiadi sulla neve. Tutt’altro, c’è una strana tendenza che da alcuni mesi sta venendo a galla: nessuno vuole più ospitare simili eventi sportivi. Troppo pochi i ritorni economici, troppo ridotto il lasso di tempo in cui il portafoglio ne beneficerebbe a fronte di spese che, in epoca di crisi, potrebbero essere indirizzate su canali ben più urgenti, siano lavoro, sanità o infrastrutture.

Le città che si sono ritirate. L’ultima città a ritirarsi è stata nientemeno che Oslo: il governo norvegese non se la sente di mettersi a capo di un progetto simile, e la capitale scandinava è finita nella lista delle renitenti, assieme a Cracovia, Monaco di Baviera, Davos – tutte e tre dissero no attraverso referendum pubblici tra aprile e maggio – e Stoccolma, ritiratasi dopo che il governo svedese aveva lasciato sola l’amministrazione comunale nell’organizzazione dell’evento. La crisi geopolitica ucraina ha messo fuorigioco anche Lviv, e così a correre sono rimaste soltanto due città, Pechino e Almaty, in Kazakistan. Due candidature che però paiono tutt’altre che pacifiche: la capitale cinese ha ospitato da poco i Giochi estivi e, soprattutto, è fin troppo vicina a Pyeong Chang, città della Corea del Sud dove si terranno le Olimpiadi del 2018 (e una regola non scritta del Cio vuole che due edizioni consecutive dei giochi non siano nello stesso continente). Quanto al Kazakhstan, stridono le troppe violazioni dei diritti umani registrate nel Paese da quando è crollato l’Urss, motivo per cui il Cio in passato non premiò altre candidature.

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Un investimento possibile solo per le economie emergenti. Così le Olimpiadi del 2022 rischiano l’empasse totale, in attesa che qualcosa di più confortante si muova. La realtà, però, dice che ormai le rassegne sportive di questo ordine sono un lusso per pochi, ostracizzate anche da quell’Europa ancora forte (Norvegia, Svezia, Svizzera) e accolte solo da economie emergenti come Russia o Corea del Sud, Brasile o Qatar. D’altronde, gli esempi più freschi sono tutt’altro che confortanti: nel solo 2014 abbiamo avuto un’Olimpiade invernale in cui sono stati spesi 51 miliardi di dollari, e un Mondiale brasiliano segnato da seggiolini spesso vuoti, stadi destinati a diventare cattedrali nel deserto e gente in piazza per chiedere, invece, più strade e ospedali. Andando più indietro con la memoria, torna alla mente l’Olimpiade di Atene, 2004: stadi e palazzetti sono lì abbandonati tra erbacce e ruderi, sale gettato su piaghe da 15 miliardi di euro spesi per costruirli (quasi il 4% del Pil) che, a detta di molti, avrebbero dato una bella spinta al Paese verso il suo crack finanziario.

I giochi 2022 tra Russia e Kazakistan. L’Europa lo ha ormai capito: rassegne sportive di questo tipo non fanno più per il suo portafoglio. Decenni fa sarebbero state un volano finanziario enorme, ora drogano l’economia per pochissimi giorni a fronte di ingenti capitali stanziati per infrastrutture e sicurezza. Non è un caso se l’Europeo del 2020 sarà il primo orchestrato con una nuova formula: le gare saranno ospitate da 13 Paesi diversi per poi passare in una sola città soltanto dalle semifinali in avanti. «Il 2022 rischia di diventare l’anno dei paesi ospitanti autoritari», ironizza, ma neanche troppo, la testata The Atlantic: quando allo sport servono arene e città, le democrazie si tirano indietro incapaci di competere con le casse di nazioni tutt’altro che aperte. I giochi invernali ballano tra Russia e Kazakistan, i Mondiali viaggiano spediti verso gli stadi del Qatar, costruiti a peso d’oro e alla velocità della luce con operai sfruttati come schiavi.