Spiegata in quattro punti

Ortoressia, quando mangiar sano diventa un’ossessione patologica

Ortoressia, quando mangiar sano diventa un’ossessione patologica
05 Settembre 2014 ore 10:46

Negli anni ’90 abbiamo perso la testa per le catene di fastfood. Con le insegne illuminate a giorno e le loro patatine fritte intrise d’olio, ci hanno da subito regalato la sensazione di essere moderni cosmopoliti, parte integrante di un mondo che rigetta la noia e sfreccia impaziente verso tutto ciò che è migliore. Ma strada facendo abbiamo iniziato a chiederci quanto fosse ancora distante questo migliore, il nostro fiato si è fatto più corto e ci siamo trovati a rimpiangere la vecchia, saggia lentezza: ed ecco, quindi, il proliferare dei sofisticati slowfood. Nel frattempo hanno fatto il loro ingresso nella nostra alimentazione il cibo etnico, il cibo vegetariano, quello macrobiotico, crudista, vegano. Diversi stili di alimentazione a cui abbiamo imparato ad associare diversi stili di essere. Ma cosa succede se l’attenzione per ciò che si mangia diventa eccessiva? È una patologia, si chiama Ortoressia. Eccola spiegata in quattro punti.

Che cos’è. Il termine (dal greco orthos: giusto e orexis: alimentazione) denota una spasmodica ossessione per la qualità e per la genuinità del cibo che si consuma. Per quanto sia in costante incremento nella popolazione, si tratta tutt’oggi di una patologia relativamente poco conosciuta nell’ambito dei manuali scientifici. Tale disturbo, diagnosticato per la prima volta nel 1997, deve la sua classificazione al medico statunitense Steven Bratman, che analizzò il problema servendosi di una cavia d’eccellenza: se stesso. Nel suo libro “Health Food Junkes” – best seller negli Stati Uniti – lo studioso, che si definisce ex-ortoressico, si focalizza su alcune delle ritualità ossessive che avevano caratterizzato l’insorgere e lo sviluppo della devianza: mangiare in assoluto silenzio, consumare esclusivamente verdure raccolte al massimo quindici minuti prima, controllare ripetutamente le informazioni nutrizionali presenti sulle confezioni.

Come si manifesta. Chi ne viene colpito tende a dimagrire drasticamente, poiché sono pochi i prodotti alimentari che accetta di mangiare. Solitamente gli ortoressici tendono pian piano ad evitare i pasti con gli altri, a rifiutare le cene con gli amici, finché non si isoleranno del tutto, per non incorrere nel rischio di trasgredire il proprio ferreo programma alimentare. Dall’interruzione dei legami personali deriva una delle conseguenze più incisive e pericolose dell’ortoressia: la depressione. Il senso di colpa e la paura di perdere il controllo sono altri tratti riscontrabili negli ortoressici, aspetti che si presenteranno quando il soggetto ingerirà alimenti da lui considerati non conformi ai rigidi standard di genuinità da lui stesso stabiliti.

Chi ne soffre. Anche se non sono disponibili percentuali precise, le donne sono più a rischio degli uomini. Accanto al terrore di ammalarsi a causa di un’alimentazione dannosa, infatti, anche il desiderio di essere in perfetta forma fisica, più frequente nel genere femminile, ha un ruolo-chiave nella spinta che porta all’insorgere del problema. I vegetariani e i vegani, pur seguendo una dieta molto rigida, non sono soggetti ad un rischio maggiore di ortoressia, se hanno fatto questa scelta per motivi etici o religiosi. Lo sono invece i vegetariani e i vegani che hanno imboccato questa strada per il timore di ammalarsi. In generale, comunque, sono maggiormente esposti al pericolo ortoressia tutti coloro che seguono diete eccessivamente rigide.

Perché si diventa ortoressici. L’ortoressia deriva dal bisogno e dal tentativo di orientarsi in una società multipla e complessa come la nostra, e dalla paura di ammalarsi. Mangiare sano può trasformarsi in una sorta di sfida attraverso cui aumentare la propria autostima, una seconda religione attraverso cui misurare il proprio valore personale. Chi ne è affetto difficilmente si rende conto della sua ossessione e, anzi, più probabilmente tenterà di fare proselitismo. Per quanto non esista ancora una terapia apposita, psicologi e terapeuti esperti di disturbi alimentari possono essere di aiuto.

 

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