lieto fine

Paolo Carrara: «I nostri 39 giorni da incubo alle Canarie, con mamma in terapia intensiva»

Pierangela Carrara aveva raggiunto il figlio Paolo Luigi sull'isola di Gran Canaria. Poi il ricovero, la rianimazione e la speranza appesa a un telefono

Paolo Carrara: «I nostri 39 giorni da incubo alle Canarie, con mamma in terapia intensiva»
Val Seriana, 27 Aprile 2020 ore 14:07

di Leonardo Mologni

«Un incubo lungo 39 giorni». Paolo Luigi Carrara racconta la battaglia contro il Covid-19 di mamma Pierangela, le cui immagini all’uscita tra gli applausi di medici e infermieri dalla terapia intensiva all’ospedale di Gran Canaria hanno fatto il giro di web e televisioni. Lui, assistente di volo, aveva preso un periodo d’aspettativa per imparare lo spagnolo in loco e lei lo aveva raggiunto il 26 febbraio con alcune amiche per un periodo di vacanza. Il primo pranzo insieme e i primi sintomi, l’esito del tampone positivo a due ore dalla partenza del volo che l’avrebbe riportata in Italia, il ricovero, il peggioramento e l’inizio della sofferenza.

«Ci siamo visti a pranzo il 1° marzo – racconta Paolo Luigi – e ha preferito non mangiare per non appesantirsi. Abbiamo pensato che fosse soltanto un malessere passeggero senza dare peso, tanto è vero che è tornata in spiaggia nel primo pomeriggio. Tre giorni dopo, invece, mia sorella che è a Bergamo mi chiama per dirmi che mamma ha la febbre e, per non farmi preoccupare, non me l’aveva detto. Sapendo della situazione in Italia allora ho insistito per farla sottoporre al tampone. In Spagna però il coronavirus non era ancora giunto perciò è stata un’odissea anche perché nessuno era ancora adeguatamente preparato alla problematica. Io stesso ho dovuto forzare la mano per richiedere il tampone che, fortunatamente, ha dato esisto negativo. Pierangela invece sarebbe dovuta rientrare il 5, lei è risultata positiva, il 7 è stata ricoverata per accertamenti, l’8 pomeriggio è peggiorata ed è entrata in terapia intensiva».

Da qui è arrivato immediatamente il tremendo «preparatevi a tutto perché l’infezione è grave, se si estende non c’è più nulla da fare» da parte dei medici. Una mazzata resa ancor più dura da informazioni che arrivavano via telefonica, una sola volta al giorno, lasciando la famiglia in balìa d’ogni tipo di pensiero, minuto dopo minuto. Tra angoscia e speranza, con la consapevolezza di una situazione molto grave ma che nel frattempo si era stabilizzata, pur permanendo il coma farmacologico.

Dallo scenario peggiore, invece, una progressiva risalita e il risveglio il 2 aprile che ha consentito, due settimane dopo, lo spostamento al reparto di terapia sub-intensiva…

L’articolo completo e altre notizie su Albino alle pagine 16, 17 e 18 del numero di PrimaBergamo in edicola fino al 30 aprile, o in edizione digitale QUI.

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