La visita di Papa Francesco

Parlare di pace a Sarajevo

Parlare di pace a Sarajevo
Cronaca 06 Giugno 2015 ore 18:29

E così papa Francesco è a Sarajevo. Sarajevo è un nome denso, una palla di gomma durissima come quelle che si usano per farle rimbalzare all’infinito. Viene in mente l’attentato che scatenò la Prima Guerra Mondiale. Viene in mente la bomba al mercato che avviò l’escalation del conflitto serbo-bosniaco. Vengono in mente le stragi variamente disseminate nel territorio circostante. Vengono in mente anche le Olimpiadi Invernali, certo. A chi scrive viene anche in mente un cameriere in un ristorante sulla costa croata che, alla domanda di dove fosse originario, rispose con un «Sono serbo» che nei suoi splendidi occhi verdi luminosissimi sotto i riccioli color della pece poteva significare soltanto: «E queste quattro donne che sono con lei me le potrei anche scopare tutte insieme con reciproca soddisfazione. Ma capisco che a lei la cosa non vada a genio e che potrebbe uccidermi se osassi toccarne anche una soltanto». Bene. Ci siamo capiti. Ma viene anche in mente un ricordo tenero, di quando Adriano Sofri - padre di Luca direttore del Post - vi si recò portando - nella città assediata - del profumo per una signora che conosceva. La sentii alla radio, questa traccia di umanità sublime.

E poi venerdì, in uno dei servizi giornalistici in preparazione all’evento odierno, un ragazzo - nato da una violenza fatta alla madre e poi rifiutato da lei, che aveva rintracciato, e da un uomo che non ne volle sapere di quel figlio ritrovato e lo cacciò per la seconda volta - ha raccontato di aver conosciuto la sua storia nel corso di un gioco fra bambini. I suoi genitori adottivi non gli avevano detto nulla, lo avevano solo allevato con amore. I compagni gli diedero probabilmente del bastardo perché, senza dirlo, quel ragazzo diceva di aver appreso della sua storia attraverso un insulto. E infine stamattina, durante la messa, al momento di quelle invocazioni cui di norma si risponde «Ascoltaci, Signore», la meraviglia dell’invocazione «Gospódine», Signore.

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Questa notizia non la si trova scritta da altre parti. Però bisogna sapere che la scena di un bambino che si sente dare del bastardo dai suoi compagni di gioco è quella che scatena, nel mito greco, la saga di Edipo. Nemmeno lui sapeva di essere stato adottato. La sua vita sarebbe stata segnata dalla ricerca della verità su di sé. Dopo aver scatenato guerre e discordie Edipo termina la sua esistenza come segno di pace. E «Gospódine», Signore, con quella caratteristica - e finale, è il vocativo indoeuropeo tipico dei nomi maschili in vocale. È una forma grammaticale arrivata fino a Sarajevo - al serbocroato - dagli altopiani dell’Afghanistan migliaia di anni fa, prima ancora che fosse combattuta la guerra di Troia, a bordo dei carri che portarono con sé la lingua che sarebbe poi diventata greca, latina ed altre ancora.

Tutta questa storia millenaria si è trovata stamattina depositata ai piedi dell’altare posto nello stadio di Sarajevo sul quale Francesco ha celebrato ancora una volta il sacrificio della vittima innocente. E oggi pomeriggio davanti a un altro altare, più piccolo, ma non meno sofferente. Tutte le autorità presenti hanno tenuto discorsi pieni di speranza e di pace. Per alcuni di loro deve essere stato anche molto difficile metterli insieme in modo da compiacere gli amici e non scontentare gli avversari. Ma hanno mostrato tutti un grande coraggio nel dire quel che hanno voluto dire. Non hanno giocato alle belle statuine. Erano ancora pieni di violenza interiore i loro discorsi di pace. Di una violenza che avevano deciso di fare soprattutto a se stessi, per una volta.

Il papa è stato magnifico. Come la roccia su cui Abramo avrebbe dovuto compiere il sacrificio del figlio Isacco. Come quel serbo che anni fa volle venire a rendere omaggio alla tomba del padre di chi scrive - non glielo aveva imposto nessuno, di fare tanti chilometri: stette semplicemente assorto - a capo chino - davanti alla modesta lapide col suo nome, depose un mazzo di fiori e tornò alla sua casa lontana. Non una parola in più.

Francesco a Sarajevo è stato insieme il pellegrino e la meta del pellegrinaggio, il presente e i secoli di cui ogni pietra e ogni parola, ogni scheggia di pietra e ogni inflessione di lingua di quel villaggio di croci e di stele portano la ferita. La sua invocazione alla pace non è stata soltanto l’invocazione di quelli che lo hanno atteso e salutato, né dei bambini che porteranno probabilmente per anni la memoria di questo giorno. È stato come se fosse una roccia a rivolgersi al cielo. Sarajevo è la Gerusalemme dell’Europa (lo hanno detto tutti): preghiamo perché possa essere segno di unità fra tutti gli uomini che hanno sofferto nel corso dei secoli e delle generazioni e che riposano nella speranza che tutto il loro dolore possa fiorire per sempre nella pace che Francesco ha voluto portare.

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Nel pomeriggio il papa ha incontrato, in una chiesa, i religiosi e le religiose. È stata una di quelle cose che bisognerebbe rivedere in streaming ogni sera prima di andare a dormire. Ci sono state tre testimonianze: un prete, un francescano, una suora. Storie di torture, di campi di concentramento; vicende strazianti e nello stesso tempo stranamente, incredibilmente scabre e luminose: pezzi di paradiso che nemmeno il sole che danza a Medjugorje sta loro a pari.

La suora ha raccontato che, mentre stava lì sul camion con altri pronti per essere fucilati come lei, un cecchino si è avvicinato di nascosto per darle una pera facendo segno di non farsi scoprire, di star zitta. Forse perché si è ricordato di sua madre o di sua sorella, ha detto il Papa. Poi l’hanno liberata, dopo averne fatte di cotte e di crude a quelli che si trovavano con lei; al punto che sembrava di sentir raccontare le storie dei primi cristiani nel circo. Hanno liberato solo lei, abbiamo detto, forse perché il Signore l’aveva incaricata di raccontarci tutto con uno stile così nobile e asciutto e tenero da lasciare increduli circa l’esistenza fra noi di una umanità di questo genere.

Il francescano ha detto di essere stato tre mesi in un campo di concentramento sotto la continua minaccia di essergli strappate le unghie, di venir massacrato a colpi di kalashnikov, a un certo punto - ha detto - confesso oggi davanti a lei, Santo Padre, che ho addirittura chiesto al Signore di lasciarmi morire. Che debolezza, eh? Non ricordo altro, sul momento. Solo che il Papa era lì con una faccia che non gli avevo mai visto e che quando il prete del lager ha terminato di raccontare si è alzato, voleva inginocchiarsi davanti a lui e alla fine gli ha chiesto almeno di benedirlo. Non è ancora possibile promuovere qualcuno santo sul campo. Ma se il diritto canonico l'avesse permesso il papa l'avrebbe fatto.

Poi, quando doveva parlare lui, ha consegnato i fogli preparati al cardinale e ha proceduto a braccio dicendo fondamentalmente questo: cerchiamo di essere degni di persone così. Ha detto, in realtà, degni della croce di Cristo. Ma si capiva che è la stessa cosa. Ha detto anche che la donna - una mussulmana che oggi vive negli Usa - che ha portato qualcosa da mangiare e da bere al francescano ormai allo stremo nel lager ha fatto qualcosa di ancor più grande di quel che può fare qualsiasi appartenenza religiosa: è stata umana.

E che diamine, Spirito Santo nostro benedetto, Trinità infinita e voi quanti altri abitanti del cielo: perché avete aspettato così tanto a farcelo sapere? Doveva proprio venire papa Francesco perché potessimo sentircelo dire senza sentirci eretici e soli? (ma non lamentiamoci, dài. Che c’è qualcuno che non ha nemmeno fatto in tempo ad esserci, oggi. Pensiamo a padre Vinko, si chiamava così? Un santo, anche lui).