Sanzioni contro la Russia

Per capire l’Ucraina

L'Unione europea ha trovato un accordo sulle sanzioni economiche da applicare alla Russia a causa dell'escalation della crisi in Ucraina. Le misure restrittive entreranno in vigore giovedì 31 luglio o venerdì 1 agosto e colpiranno l'accesso delle banche russe al mercato dei capitali, l'import di armi, i beni a uso sia civile che militare e le tecnologie legate all'energia.

Per capire l’Ucraina
30 Luglio 2014 ore 09:38

L’Ucraina (l’accento sulla i nella lingua ucraína; sulla a in russo) è una repubblica vasta più del doppio dell’Italia  (700 km² contro 301). Gli abitanti sono 47milioni contro i nostri 61. Stanno più larghi di noi. Il territorio si estende dal Mar Nero alla Polonia e confina a ovest con tutti gli stati dell’Europa orientale, tranne la Bulgaria. A nord la Bielorussia (l’ultimo regime sovietico rimasto). A est la Russia. Si comprende così come mai si chiami Ucraina, cioè “a margine”, “sul confine”. Vi si parla l’ucraino e il russo. In Crimea anche il Tàtaro di Crimea, una delle infinite versioni di quella lingua. Celebre per aver dato i natali ad Andrij Ševčenko (Milan), tristemente nota per non aver fatto manutenzione nella centrale termoelettrica di Černobyl’ (“filo d’erba nero”).

Tradizionalmente legata a Mosca – dopo gli ucraini sono i russi l’etnia più numerosa -, a seguito del crollo dell’Unione Sovietica si costituì in repubblica indipendente il 1 dicembre 1991. Qualcuno ricorderà lo spot di una nota editrice di atlanti scolastici in cui un tipo vestito da astronauta toccava il suolo convinto di essere in Russia e si sentiva dire da una voce femminile di trovarsi in Ucraina, appunto. Ci voleva un atlante nuovo. Nei giorni successivi, assieme ai rappresentanti degli altri paesi interessati, l’Ucraina decretava la dissoluzione dell’URSS e la nascita della CSI (Comunità degli Stati Indipendenti), della quale entrò a far parte, mantenendo i confini ereditati dal precedente dominio.

Mosca non fu contenta perché sul territorio della neonata repubblica aveva dovuto lasciare armamenti nucleari e nel porto di Sebastopoli (in Crimea) la flotta del Mar Nero. Ma poté godere poco anche la popolazione perché non aveva fatto i conti con le riserve energetiche a zero e un’economia al collasso. Assieme alle tensioni interne galoppò l’inflazione, i governi mutarono in rapida successione e quando (fine anni 90) il Paese manifestò un pericoloso interesse per la NATO si acuirono – comprensibilmente – anche le tensioni esterne, con la vecchia Madre Russia. Nuovo governo (Viktor Juščenko, riformista), altro governo ancora, e infine, nel novembre 2002, ecco arrivare Viktor Janukovyč, in odore di simpatie moscovite.

Il Paese sembrava aver imboccato la via di una tollerata equidistanza tra l’Est e l’Ovest quando, nell’autunno del 2004, furono indette le elezioni presidenziali. Sospeso una prima volta per gravi sospetti di brogli a favore di Janukovyč il voto si ripeté il giorno di Santo Stefano nella quasi indifferenza del mondo, sotto schok per lo Tsunami nell’Oceano Indiano. A propiziare l’elezione del risuscitato Juščenko furono la cosiddetta “Rivoluzione arancione” (un composito movimento filoeuropeo, all’interno) e il sostegno – esterno – degli Stati Uniti e della timida come sempre Unione Europea. Gazprom – la società russa che fornisce il gas all’Europa occidentale – alzò il prezzo per l’Ucraina da 50 a 230 dollari.

 

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Così due anni dopo (marzo 2006) la “coalizione arancione” di Juščenko perse le elezioni parlamentari e Janukovyč, divenuto primo ministro, si dedicò immediatamente a ridurre i poteri del presidente. Il quale rispose sciogliendo il parlamento e indicendo nuove elezioni legislative. Ma l’idea fu bocciata in piazza e in parlamento.

La situazione apparendo ingestibile, un anno e mezzo dopo (settembre 2007) Juščenko, Janukovič e il presidente del parlamento, Oleksandr Moroz, pensarono che fosse opportuno ricorrere a elezioni parlamentari anticipate. Ne risultò un’incertezza ancor più grande. Il Partito delle Regioni di Janukovič risultò vincitore, ma – e questo cambia tutto – la coalizione tra il Blocco Elettorale di Julija Tymošenko e il Blocco di Juščenko ottenne la maggioranza dei seggi. La bionda Julija Tymošenko, caratteristica per le treccine bionde che richiamano la tradizione agricola dell’Ucraina, fu nominata primo ministro. Mancavano pochi giorni al Natale, ma tutti capivano che il nuovo giocattolo non sarebbe durato. E infatti, puntando sulla distrazione del Kremlino impegnato in una guerra lontana – nel Caucaso un’altra repubblica ex sovietica, l’Ossezia del Sud, era entrata in conflitto con la vicina Georgia, la patria di Stalin, per intenderci – il presidente Viktor Juščenko sciolse nuovamente la Verchovna Rada (il parlamento di Kiev) e indisse nuove elezioni. C’è bisogno di ripetere che furono annullate? Lo furono, e la Tymošenko poté rimanere in sella solo organizzando una nuova coalizione che gestì le presidenziali del 2010: le perse per un’incollatura. Janukovyč, il vincitore, non mosse un dito quando, un anno dopo, la sua avversaria dovette subire un processo in cui la si accusava di aver ottenuto dei vantaggi personali nella conclusione di un contratto con Gazprom ritenuto svantaggioso per il Paese. Si prese sette anni. Un anno dopo la Corte Europea dei diritti dell’uomo decretò “illegale” la sua detenzione. Parole al vento.

Si era però compreso che il pendolo Tymošenko/Janukovyč voleva dire stare per l’Europa o per la Russia. E siamo così arrivati alle proteste di piazza Maidàn ( Euromaidàn = Europiazza ) dove gli europeisti, con l’appoggio di Settore Destro (un partito politico fortemente nazionalista) e dei gruppi ad esso collegati accesero la miccia di scontri trimestrali con morti e feriti che si conclusero con la deposizione – e successiva fuga – del Presidente Janukovyč e la scarcerazione della Tymošenko, ormai fuori dai giochi. Siamo nel febbraio di quest’anno. E fin qui la storia della facciata, quella dei documenti ufficiali.

Ma l’Ucraina, che è percorsa da grandi fiumi che sfociano nel Mar Nero, è attraversata da correnti etniche sotterranee di portata ancora maggiore. Esse emersero – confusamente, ma emersero – nei giorni della fuga di Janukovyč in Russia quando il Kremlino – nella persona del Presidente Vladimir Putin – colse l’occasione della instabilità del Paese “a margine” per annettersi con un colpo di mano la Crimea e il porto di Sebastopoli.

Un successivo referendum convalidò l’annessione, ma – siamo in Ucraina – la validità dell’atto è stata contestata. Ufficialità a parte, la storia ci dice che la Crimea appartiene alla Russia. A Kiev era stata “regalata” negli anni Sessanta dal primo ministro Kruscev che intendeva porre rimedio a una vecchia tragedia staliniana: la deportazione in Siberia dei Tatari già ricordati. Gran parte di loro era morta nelle lontane e inospitali steppe: i reduci, rimpatriati, si portarono in dono la Patria. Putin non ha dovuto spendersi troppo per sistemare la geografia o i vocabolari: la Crimea parla russo. È Google maps a essere rimasta col cerino in mano: per non far torto a nessuno le mappe della regione sono diverse a seconda del Paese da cui ci si collega. Il Governo di Kiev considera la Crimea territorio temporaneamente occupato.

Visto com’era andata a sud, anche la vicina regione (Oblast’) di Donetsk (poco più a nord; il distretto minerario dell’Ucraina) si è resa indipendente con l’intenzione dichiarata di proclamare appena possibile l’annessione alla Russia. E questa è una scelta non facile da giustificare, perché l’appartenenza di Donetsk al “confinante” a sinistra nella figura non pare discutibile, anche se la lingua maggioritaria è il russo. E così il 7 aprile 2014 Pavel Gubarev, autoproclamatosi presidente della Repubblica Popolare di Donetsk, ha rinnovato la decisione di passare alla Russia e due mesi e mezzo dopo, il 27 giugno, il presidente ucraino Petro Poroshenko ha firmato a Bruxelles l’Accordo di associazione con l’UE.

Nel frattempo i gruppi nazionalisti collegati a Settore Destro – che non vogliono stare né con Mosca né con Bruxelles – si sono resi autonomi dal caos e hanno occupato una parte di territorio non facilmente delimitabile. E mentre Kiev ha lanciato i suoi attacchi contro i primi e – con minore intensità – contro i secondi, un razzo – sparato non si sa ancora da chi – colpisce un aereo della Malaysian Airlines che volava a 10.000 m. lungo un’aerovia dichiarata sicura dalla IATA, l’Associazione Internazionale responsabile del Traffico Aereo.

Gli Stati Uniti accusano la Russia; Kiev accusa i ribelli filorussi e la Russia che li arma e li sostiene; la Russia accusa Kiev. E l’Europa – per avvicinarsi alla quale si è verificato molto di quanto abbiamo raccontato, e alla quale appartengono i morti del volo malese – tace. Fino a ieri.

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