Cronaca
L'analisi del Centro Studi Sace

Perché all'Italia piace tanto l'accordo sul nucleare dell'Iran

Perché all'Italia piace tanto l'accordo sul nucleare dell'Iran
Cronaca 15 Luglio 2015 ore 11:55

Tra i Paesi che esultano per il raggiungimento dell’accordo sul nucleare iraniano c’è l’Italia, ringalluzzita dalla possibilità di tornare a stringere nuovi rapporti con Teheran a scopi commerciali. Per dirlo è ancora presto, dato che l’intesa entrerà in vigore solo dopo l’approvazione del Congresso statunitense e dell’assemblea legislativa iraniana, nonché di una nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU, dando così il via all’eliminazione delle sanzioni economiche i cui dettagli saranno concordati durante la fase operative dell’accordo.

L’embargo dal 1979. In Iran vige un embargo dal 1979, dapprima sulle armi e poi anche sul petrolio. Inoltre il Paese degli Ayatollah è interessato, dalla fine del 2011, da una serie di sanzioni economiche che ne hanno affossato l’economia e lo hanno isolato sullo scacchiere geopolitico. L’accordo raggiunto a Vienna con i Paesi 5+1 pone una serie di parametri che permetteranno all’Iran di veder messa la parola fine alle sanzioni e all’embargo entro la fine di quest’anno. C'è però la possibilità che nel giro di 65 giorni tutte le misure tornino attive qualora l'Iran non rispetti l'intesa: dall’embargo su petrolio e prodotti petrolchimici, al congelamento degli asset della banca centrale, fino all’eslcusione delle banche iraniane dal sistema Swift e al divieto di assicurare le operazioni commerciali nel Paese delle imprese occidentali.

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Soddisfazione italiana. Già dal mese di aprile, quando era stata raggiunta una prima intesa di massima a Losanna, l’Italia si era detta molto soddisfatta: «L'impegno condiviso della Comunità internazionale mira a prevenire la proliferazione nucleare e a rendere il mondo più sicuro. Il governo italiano ha sostenuto gli sforzi delle parti che hanno contribuito al negoziato a partire dall'Ue rappresentata da Federica Mogherini ed esprime il suo apprezzamento per il risultato raggiunto», disse il premier Matteo Renzi, sottolineando che l'Italia darà il suo convinto contributo per assicurare una piena attuazione delle intese». Adesso che l’accordo è stato raggiunto, il ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi spera di «poter presto riprendere un percorso di collaborazione bilaterale, anche attraverso una nostra missione economica e imprenditoriale che contiamo di organizzare fin dalle prossime settimane». Secondo il Ministro, infatti, l’accordo con l’Iran rappresenta, per l'Italia, «la possibilità di riaffacciarsi con tutta la potenzialità del suo sistema imprenditoriale su un mercato importantissimo che conta oggi quasi 80 milioni di potenziali consumatori».

Le relazioni Italia/Iran. L’Italia è uno dei principali partner economici dell’Iran e ricominciare a fare affari con esso potrebbe risollevare anche le sorti della nostra economia. Nel 2013, quando venne eletto presidente Hassan Rohani, l’Italia è stato il Paese apripista nelle missioni diplomatiche e l’allora titolare della Farnesina Emma Bonino è stata il primo Ministro degli Esteri a recarsi in visita diplomatica a Teheran. L’Iran, a fronte di una popolazione di 77 milioni di abitanti, ha un Pil di 370 miliardi di dollari e rappresenta uno dei mercati più interessanti dal punto di vista dei margini di crescita. Soprattutto per la ricchezza di idrocarburi. Nel 2010 la Repubblica islamica produceva 3,9 milioni di barili al giorno di greggio, esportandone 2,5. Dopo l'embargo petrolifero europeo, scattato il primo luglio del 2012, le esportazioni erano scese, nei momenti più drammatici a 700-800mila barili al giorno. Ma stando a un rapporto stilato dal centro studi Sace, specializzato nell’analisi dei trend dell’economia globale, con particolare attenzione all’evoluzione del rischio paese, all’andamento dei settori industriali e ai trend dell’export italiano, monitorando 189 Paesi nel mondo, ci sono alcuni settori tra cui l’oil&gas, l’automotive, la difesa, i trasporti, il real estate e più in generale i settori legati alle costruzioni che potrebbero ringalluzzire gli investimenti italiani in Iran.

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Un potenziale di 3 miliardi di euro in 4 anni. Sebbene non siano da sottovalutare i rischi da parte delle aziende italiane, il Centro Studi Sace rileva la possibilità assai concreta di un incremento dell’export italiano nel paese di quasi 3 miliardi di euro nel quadriennio 2015-2018. Se l’export italiano riuscisse a riproporre una crescita simile a quella osservata nel periodo pre-sanzioni (2000-2005), si raggiungerebbe infatti un livello di esportazioni superiore a 2,5 miliardi di euro nel 2018, tornando a un livello appena superiore al picco pre-sanzioni raggiunto nel 2005. Se non ci fossero state le sanzioni l’Italia avrebbe potuto cumulare maggiori esportazioni per un valore di circa 17 miliardi di euro nel periodo 2006-2018. È chiaro, quindi, come la politica delle sanzioni ponga seri problemi di crescita non solo alle economie dei Paesi sanzionati, ma anche di quelli sanzionatori.

L’Eni è la prima azienda a muoversi. A prendere in considerazione l’ipotesi di tornare a investire in Iran c’è l’Eni, che già dopo l’intesa di aprile si era recata a Teheran per incontrare il ministro responsabile della produzione petrolifera iraniana al fine di sbloccare i nostri crediti commerciali che ammontano a circa 800 milioni di euro. Prima dell’introduzione delle sanzioni il petrolio costituiva il 90 percento delle importazioni italiane dal Paese mediorientale. Il Cane a sei zampe vanta una presenza storica in Iran sin dal 1955, fino al 2010 la sua produzione di petrolio e condensati in Iran ha toccato punte di 35.000 barili di olio al giorno.

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