La leggendaria azienda di design

Perché ci lascia l’amaro in bocca la vendita di Pininfarina agli indiani

Perché ci lascia l’amaro in bocca la vendita di Pininfarina agli indiani
15 Dicembre 2015 ore 18:00

Dopo più di un decennio di conti in rosso e bilanci ampiamente negativi, Pininfarina, la storica e leggendaria azienda di design per automobili italiana, è stata venduta al gruppo indiano Mahindra. Non c’è ancora chiarezza sulle cifre dell’accordo: Reuters parla di 33 milioni di euro, Bloomberg addirittura di 168. La forbice è dovuta all’oscillante valore che le azioni Pininfarina hanno fatto registrare nelle ultime ore, proprio in seguito alla notizia del passaggio di proprietà. Ci vorrà qualche tempo per avere numeri più certi, fatto sta che la sostanza non cambia: uno dei più prestigiosi marchi italiani, simbolo dell’eccellenza creativa e industriale del nostro Paese, finirà in mani straniere. Non si può biasimare la scelta dei vertici dell’azienda, i conti avevano già da tempo superato la soglia del preoccupante, e l’alternativa poteva essere solo il fallimento. La cessione lascia, però, un certo amaro in bocca, considerando ciò che Pininfarina ha rappresentato nell’ultimo secolo e la profonda ammirazione che ha sempre suscitato in tutto il mondo.

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Gli esordi di… Farina. Ad essere precisi, per cominciare, si deve parlare di Farina e basta, tornando con la mente agli esordi di questa meravigliosa storia. Perché Battista, un ragazzino che a soli 11 anni cominciò a lavorare nella carrozzeria del fratello maggiore Giovanni, di cognome faceva, appunto, Farina. Il “pinin”, che in dialetto piemontese significa “piccolo” e che era il soprannome di Battista, venne aggiunto solo più tardi, e ufficializzato come cognome di famiglia sono nel 1961 nientemeno che con un decreto del Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi. Battista era un vero e proprio fenomeno, mostrò fin da giovanissimo un tale gusto e una tale abilità nel ragionare sulla linea delle carrozzerie delle auto che a 27 anni era già al cospetto di sua maestà Henry Ford, negli Stati Uniti, che gli propose di venire a lavorare con lui. Battista rifiutò, tornò in Italia e sposò Rosa Copasso. Scelta incomprensibile, vero; forse, il fatto che la zia della novella moglie garantì a Battista i fondi per ampliare la propria officina fece la sua parte. La prima, grande affermazione arrivò dopo la Seconda Guerra Mondiale: l’azienda di famiglia, che nel frattempo aveva cominciato a produrre propri modelli di design per macchine, venne esclusa dal Salone dell’auto di Parigi, a causa della “colpa” di essere italiani e quindi ex alleati dei nazisti. Battista se ne infischiò, e si presentò in Francia parcheggiando di fronte al Grand Palais della capitale un’Alfa e una Lancia dalla linea di sua creazione. La stampa le notò, e la leggenda ebbe ufficialmente inizio.

 

 

Il mondo ai piedi di… Pininfarina. Com’è possibile spiegare il successo del marchio Pininfarina? Il modo migliore è guardare alle sue mirabili creazioni. Per esempio, le Ferrari, le automobili più celebri del mondo, avrebbero raggiunto gli apici di notorietà e apprezzamento che sono state capaci di toccare senza l’inarrivabile eleganze della loro linea? Difficile, e il merito è proprio della Pininfarina. Enzo Ferrari, da fine intenditore quale era, ebbe bisogno di meno di un attimo per capire che affidare il design delle carrozzerie dei propri gioielli alla famiglia Pininfarina sarebbe stato il miglior affare di tutta la sua vita. Come non citare, inoltre, Arthur Drexler? Per chi non lo conoscesse, si tratta dell’uomo che ha reso il MoMa di New York il tempio dell’arte che oggi tutti gli appassionati del mondo agognano di visitare. Al MoMa non si raccolgono opere d’arte, ma solo veri e propri capolavori, e Drexler lo sapeva bene. Tanto bene che, fra questi capolavori, decise di includere anche la celebre Cisitalia 200, automobile creata dalla Pininfarina, definita dallo stesso Arthut “una scultura in movimento”, che oggi è possibile ammirare proprio fra i saloni del MoMa.

Persino il mondo del cinema si inchinò al genio della Pininfarina. Nel film Il sorpasso, diretto da Dino Risi e interpretato da Vittorio Gassman nonché definito dal Morandini “uno dei capolavori della commedia italiana”, si può intuire, anche solo dal titolo, che la scena in cui Gassman effettua un mirabolante sorpasso sulla strada Aurelia, in Liguria, sia centrale per tutta la pellicola. Per un momento così decisivo venne scelta, come vettura, proprio la Lancia Aurelia B24 marchiata Pininfarina. Per venire a tempi più recenti, chi non ha stampata in testa la folle corsa in macchina di Dustin Hoffman ne Il laureato, lanciato verso il tentativo di fermare le nozze della donna che ama. Anche in quell’occasione, fu d’obbligo scegliere come automobile una Pininfarina, la celeberrima Alfa Spider Duetto. E gli aneddoti potrebbero proseguire all’infinito.

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Una leggenda che non può avere fine. Ma gli anni di gloria della Pininfarina sembrano ormai solo un lontano miraggio, non per quanto riguarda la qualità del lavoro, ovviamente, ma per la prosperità economica. Sarebbe sbagliato dire che la Pininfarina sia stata vittima della recente crisi, dal momento che i suoi problemi finanziari risalivano già a diversi anni prima del 2007. Fino all’odierna scelta, obbligata, di rimettere tutto nelle mani dei facoltosi indiani. C’è da essere certi che la Ferrari, la Bmw, l’Alfa Romeo, e tutte quante le case automobilistiche che si sono sempre rivolte a Pininfarina non smetteranno di farlo, nonostante la cessione. La speranza è che la creatività e il genio tutto italiano che hanno reso un mito il marchio Pininfarina non cessino di vibrare ora che la gestione avrà le redini dall’altro capo del mondo. Le auto più belle del mondo devono continuare ad avere la medesima origine.

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