Cosa prevede l'intesa

Perché l’accordo sul clima di Parigi è definito un flop dagli scienziati

Perché l’accordo sul clima di Parigi è definito un flop dagli scienziati
14 Dicembre 2015 ore 18:00

Sul clima c’è accordo. Non tutti ne sono entusiasti, ma quello firmato a Parigi dai delegati dei 195 Paesi che hanno partecipato alla Conferenza mondiale ha un che di storico, vista l’ampia sottoscrizione ricevuta. In sostanza, dal 30 novembre all’11 dicembre nella capitale francese quasi 200 rappresentanti nazionali hanno discusso un nuovo testo per ridurre le emissioni e rallentare il riscaldamento globale. Così si è arrivati all’impegno per limitare le emissioni inquinanti in tutto il mondo. E l’emozione nell’annunciarlo è stata talmente grande che il presidente della Cop21 Laurent Fabius, martelletto verde alla mano, non è riuscito a trattenere le lacrime, tra gli applausi scroscianti dei presenti, mentre parlava di un’intesa «saggia ed equilibrata». L’accordo, secondo lui, è giusto, sostenibile, dinamico, equilibrato e vincolante.

Cosa dice l’intesa. I punti essenziali del testo sono tre: mettere un limite di 1,5 gradi al rialzo della temperatura, cento miliardi di dollari per i Paesi in via di sviluppo e revisione ogni cinque anni sui tagli alle emissioni nocive. In aggiunta a ciò, anche l’impegno a smettere di incrementare le emissioni di gas serra il prima possibile, per raggiungere, nella seconda parte del secolo, il momento in cui la produzione di questi sarà sufficientemente bassa da essere assorbita naturalmente. La portata storica dell’intesa è data dall’accettazione dei Paesi emergenti, spesso i meno attenti all’impatto climatico delle proprie scelte energetiche.

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Un accordo «buono». Il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, di fronte alle critiche mosse dalle associazioni degli ambientalisti e da alcuni scienziati che hanno accolto tiepidamente l’accordo, ha dichiarato che si tratta della «migliore chance che abbiamo» per salvare il pianeta, anche se riconosce che non si tratta del migliore testo possibile. Anche la Cina, famosa per essere il leader per inquinamento mondiale insieme agli Stati Uniti, lo ha definito una buona intesa, così come per Arabia Saudita e India. E forse sta qui il primo successo di questa conferenza: essere riuscita a mettere d’accordo tutti, bene o male. A questo punto, per entrare in vigore nel 2020, il testo deve essere ratificato da almeno 55 Paesi che rappresentano il 55% delle emissioni mondiali di gas serra.

Niente sanzioni. Ma c’è anche chi critica l’esito della conferenza. Il limite sostanziale, dicono, è il fatto che non sono previste sanzioni nel caso in cui gli obbiettivi non vengano raggiunti. Gli scienziati, infatti, riconoscono l’importanza del lavoro fatto a Parigi ma lamentano anche la mancanza di un sistema di regole stringenti. Inoltre, nell’accordo non ci sono cifre precise in merito alla cosiddetta “neutralità carbonica”: non sarebbero così quantificabili gli obiettivi da raggiungere.

Le critiche degli scienziati. Una delle lamentele più diffuse èl’incoerenza tra l’accordo e gli obiettivi contro il riscaldamento globale. A fare da portavoce per la comunità scientifica è Hans Joachim Schellnhuber, Direttore del Potsdam Institute for Climate Impact Research, che denuncia l’inadeguatezza degli strumenti previsti. Secondo il ricercatore, nel testo si invoca un obiettivo molto ambizioso contro il riscaldamento globale, ma il contenuto dell’accordo è incoerente con questo obiettivo. «La nostra frustrazione è dettata dal fatto che gli impegni offerti dai Paesi per raggiungere gli obiettivi sono del tutto insufficienti e incoerenti: l’accordo sul tavolo è un accordo tra il debole e il pericoloso, lontano da un’agenda con cui salvare l’umanità».

 

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Strada ancora lunga. In sostanza, quindi, c’è uniformità di giudizio tra scienziati e ambientalisti sul fatto che sia stato compiuto un primo passo verso la riduzione delle emissioni di gas serra, mettendo così un freno ai combustibili fossili. L’accordo di Parigi, innegabilmente, apre la strada alle tecnologie pulite come unica fonte energetica, in modo che tramonti definitivamente l’era del carbone. Ma tutto questo non è ancora abbastanza, anche perché la strada da percorrere per arrivare ai risultati auspicati è ancora molto lunga e servirà molto tempo prima di passare definitivamente all’energia pulita.

Le critiche degli ambientalisti. Secondo Greenpeace il documento è stato “depotenziato” rispetto alle loro aspettative, ActionAid sostiene non sia abbastanza ambizioso, e Oxfam dice che si poteva fare di più per i Paesi poveri. Delusa l’Enpa, che denuncia la mancata attenzione al problema delle emissioni nelle attività agricole e nell’allevamento, che danno un massiccio contributo alla produzione di gas serra. Voci critiche anche da Amazon Watch, che denuncia la mancata integrazione di clausole vincolanti al rispetto dei diritti delle popolazioni indigene. George Monbiot, giornalista del Guardian esperto di questioni ambientali, ha scritto in un editoriale che l’accordo, «rispetto a quello che avrebbe potuto essere, è un miracolo. Rispetto a quello che avrebbe dovuto essere, è un disastro», perché pieno di promesse che è molto facile non mantenere.

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