E gli uomini invece sono beati

Perché le donne in ufficio gelano quando si accende il condizionatore

Perché le donne in ufficio gelano quando si accende il condizionatore
06 Agosto 2015 ore 20:25

Donne che lavorate negli uffici, lasciatevi dare un consiglio: non affidate il controllo dell’aria condizionata a un uomo. Perché nella grande maggioranza dei casi, le temperature precipiteranno a livelli artici e i vostri abiti leggeri, debitamente studiati per tenervi al fresco, diventeranno gli strumenti più potenti per congelarvi le appendici. Mentre i signori colleghi, ovviamente, si sentiranno benissimo. La ragione di questo fenomeno fisiologico e insieme sociale è stata chiarita una volta e per tutte da due scienziati, che lunedì 3 agosto hanno pubblicato i risultati dei loro studi in un articolo intitolato Energy consumption in buildings and female thermal demand, sulla rivista Nature Climate Change – e la notizia è rimbalzata direttamente sul New York Times, giusto per suggerire la portata internazionale del tema “aria condizionata”.

 

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Un modello poco gender (and age) correct. Boris Kingma, del Maastricht University Medical Center, nei Paesi Bassi, ha asserito con cognizione di causa che «in molti edifici il consumo di energia è molto più alto perché lo standard è calibrato sulla produzione di calore degli uomini. Se si ha una percezione più precisa della richiesta termica delle persone che vivono in un edificio, allora se ne potrebbe progettare uno in cui lo spreco di energia sia inferiore, e questo significa che l’emissione di anidride carbonica sarebbe inferiore». In sostanza, le ricerche di Kingma e del collega, Wouter van Marken Lichtenbelt, si sono concentrate su una formula, chiamata “equazione di comfort termico di Fanger”, sviluppata negli anni Sessanta e da allora non più ritoccata. L’equazione prende in considerazione la temperatura e la velocità dell’aria, la pressione del vapore acqueo e l’isolamento garantito dagli abiti. Il calcolo è poi convertito in una scala di sette punti, che è a sua volta confrontata con una Percentuale di Insoddisfazione Prevista, una previsione, appunto, di quante persone potrebbero sentirsi a loro agio o meno ad una certa temperatura.

Ma la formula prende in considerazione solo ed esclusivamente i livelli metabolici di un uomo; in particolare, il modello di riferimento è un uomo di quarant’anni del peso di circa settanta chili. Come sappiamo, tuttavia, gli uomini producono più calore delle donne, dal momento che il loro metabolismo è più veloce e che la loro massa muscolare è maggiore, rispetto a quella adiposa. La produzione di calore, inoltre, dipende anche dal peso e dall’età: persone più leggere e più anziane tendono ad essere più freddolose.

 

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Una formula alquanto obsoleta. Certo, la formula di Fanger poteva essere valida cinquant’anni fa, quando la forza lavoro era ancora prevalentemente maschile e quando, di regola, i settantenni erano andati in pensione già da un pezzo. Oggi le cose sono cambiate, perché è mutata la condizione femminile, e pure il sistema pensionistico di molti Paesi, tra cui il nostro. La soluzione proposta dai due scienziati è quella di abbassare l’aria condizionata, per incontrare le esigenze delle donne e, aspetto non secondario, per fare del bene al pianeta.

Come ha osservato Joost van Hoof, uno studioso della Fontys University of Applied Sciences nei Paesi Bassi, «se le donne hanno meno bisogno dell’aria condizionata, questo significa che si può risparmiare energia, perché al momento i sistemi di refrigerazione funzionano solo per una popolazione maschile». E il Dottor Kingma rincara la dose: per il bene del pianeta, gli uomini dovrebbero «smettere di lamentarsi».

Per cambiare in modo efficace la formula obsoleta, i due scienziati hanno sottoposto a un test 16 studentesse ventenni. Le hanno fatte lavorare sedute in “camere di respirazione”, che rilevano l’ossigeno inalato e l’anidride carbonica emessa. È stata loro misurata la temperatura della pelle sulle mani e sull’addome e, inoltre, una pillola-termometro inghiottita dalle donne ha riportato la temperatura interna.  I ricercatori hanno scoperto che i livelli metabolici femminili sono dal 20 al 32 percento più bassi rispetto a quelli usati dall’equazione. Quindi, suggeriscono di cambiare la formula, prendendo in considerazione anche i nuovi dati, in modo da ottenere temperature più eque, anche per l’ambiente.

 

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Temperature normali aiutano a lavorare. I vantaggi di uffici che non abusano di aria condizionata interessano anche la produttività lavorativa. Un altro studio, questa volta realizzato dalla Cornell University, ha infatti dimostrato che il freddo eccessivo, così come il caldo, rallenta i riflessi degli impiegati. Con temperature adeguate, il margine di errore nella battitura su tastiera è del 10 percento, contro il 25 percento che si riscontra in aree “ghiacciate” artificialmente. Non solo: la concentrazione dei lavoratori è del 100 percento nel primo caso (cioè in luoghi freschi, ma non troppo), del 54 percento nel secondo caso.

Alan Hedge, direttore del Dipartimento di Design Ambientale dell’università e autore del progetto, afferma: «I risultati del nostro studio suggeriscono che gestire meglio la temperatura del luogo di lavoro permette al datore di lavoro di risparmiare due dollari all’ora per ogni dipendente». Niente di meno. Qual è allora la temperatura ideale per vivere e lavorare bene? Dai 25 ai 27 gradi. E magari, se potete, uscite a prendervi una boccata d’aria non condizionata – per quanto bollente possa essere, vi tornerà utile per non soffrire di sbalzi termici.

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