Il Vangelo non ne parla

Perché il popolo ha messo l’asino e il bue nel presepio

Perché il popolo ha messo l’asino e il bue nel presepio
25 Dicembre 2017 ore 00:40

Delle pecore si è detto. Dei pastori anche. Sugli angeli ci siamo dilungati perfino troppo. Restano il bue e l’asino. Di cui, però, il vangelo non parla. Ma perfino san Francesco, l’inventore del presepe, quando chiese al suo amico di aiutarlo gli disse: «Vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello». Evidentemente già al suo tempo la coppia era entrata di diritto a far parte della scena. Anche papa Benedetto XVI, nel suo bellissimo libro sull’infanzia di Gesù, prima fa notare che nel testo evangelico non si parla di animali, ma poi prende atto della scelta irreversibile operata dalla pietà popolare: senza il bue e l’asinello non c’è presepe che tenga.

Ma perché la gente si è immaginata che ci fossero? Perché nel testo biblico (nella sua versione latina) la parola “praesepe” non ricorre molto spesso, e quindi è abbastanza facile, per un lettore attento, ricordarsi dove si trova, oltre che nel vangelo di Luca. Si trova, ad esempio, nel primo capitolo di Isaia, il profeta che più di ogni altro si occupa del tempo in cui sarebbe venuto il Messia, cioè Gesù.

Scrive Isaia:

«Cognovit bos possessorem suum, / et asinus praesepe domini sui; / Israel non cognovit, / populus meus non intellexit». (Il bue riconosce il padrone, / e l’asino la greppia del suo proprietario / Israele invece non (mi) ha riconosciuto / il mio popolo continua a non capire)

Luca:

«et peperit filium suum primogenitum; et pannis eum involvit et reclinavit eum in praesepio», (dette alla luce il suo primogenito, lo fece su nei pannolini e lo depose in una mangiatoia).

Se vicino (nel testo) al primo “praesepe” c’erano il bos e l’asinus, anche (nella realtà del) secondo “praesepio” ci saranno stati l’asino – il veicolo con cui presumibilmente Giuseppe e la moglie erano arrivati a Betlemme – e il bue, perché – pensava la gente – se c’era una mangiatoia ci sarà stato anche chi ci mangiava. Cioè il bue di Isaia.

Lasciato questo alla sua lunga e laboriosa digestione, occupiamoci dell’altro. La tradizione pittorica italiana da questo punto di vista è davvero commovente. Sia Giotto, infatti, che è il più bravo di tutti quando si parla di natività o adorazione dei pastori, Caravaggio, hanno voluto mettere accanto alla Madonna e ai suoi uomini non un asino qualunque, ma un asino molto particolare: il più bello di tutti gli asini, cioè l’asino del Monte Amiata o “miccio amiatino”.

Se osservate bene, nelle opere di questi due pittori l’asinello presenta (al garrese, che è l’osso da cui comincia il collo) una linea grigia scura, quasi nera, che scende per un po’ lungo il fianco. Essendo simmetrica – cioè presente da entrambe le parti – questa striscia forma con la linea della groppa – anch’essa scura – una croce. Da qui il nome con cui questo meraviglioso animale è noto nel mondo: l’asino (miccio) crocino.

È chiaro che la scelta dei due pittori è dovuta a un intento simbolico: nella nascita del bambino è già prefigurata la sua morte in croce. Ma a noi fa piacere sapere che pittori così grandi, vedendo lo strano ciuchino, si siano fermati a pensare che quello sbaffo nero gli veniva giusto a proposito per metterlo nei loro presepi.

E anche questo, però, è uno di quei fatti che rendono la scelta di Giotto e Caravaggio qualcosa di cui è probabile che saremo fra qualche tempo chiamati a rispondere. Dato che Barcellona e Real Madrid hanno già tolto ogni riferimento alla croce dalle loro maglie, anche noi dovremo forse cominciare a pensare di dare una pennellatina più chiara in certi punti del pelo dei nostri asinelli. Se li si lasciano nello stato attuale, infatti, qualcuno potrebbe offendersi.

Se invece vi piacciono così come sono, non ci resta che augurarvi: Buon Natale!

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